2° giorno di vita di Emma Lucia
Il miracolo della vita…
che sensazione meravigliosa prendere in braccio quel corpicino indifeso, che si addormenta e si abbandona fra le tue braccia…
Emma Lucia: il suo primo giorno di vita
All’ospedale di Senigallia in visita pazienti alle 13 di oggi 27 novembre ho scattato qualche foto a mia figlia appena nata…
Christian Abbondanza condannato?
Sarà vero o sarà un falso?? Boh…
qui la condanna
C’è una condanna penale del nov. 2006 a carico di Christian Abbondanza, come amministratore di una srl…boh
MAFIA: LO MORO (PD), VITA TROPPO DIFFICILE PER I TESTIMONI DI GIUSTIZIA – AgenParl – Agenzia Parlamentare per l’informazione politica ed economica
IL GOVERNO DEL FARE: “PIU’ TALMUD PER TUTTI”
Cisterna e Macrì querelano il procuratore aggiunto Prestipino

Cisterna e Macrì querelano il procuratore aggiunto Prestipino
1 sett. 2011 – (ANSA) – REGGIO CALABRIA – Il Procuratore nazionale antimafia aggiunto, Alberto Cisterna (nella foto), ed il procuratore generale di Ancona, Vincenzo Macrì, ex aggiunto della Direzione nazionale antimafia, hanno presentato una denuncia per diffamazione contro il Procuratore della Repubblica aggiunto di Reggio Calabria, Michele Prestipino. Lo scrive il quotidiano Calabria Ora. Nell’articolo si riferisce che l’iniziativa di Cisterna e Macrì è da mettere in relazione ad alcune affermazioni che sarebbero state fatte da Prestipino nel corso di una cena a Milano il 14 dicembre scorso, presente anche il procuratore Giuseppe Pignatone, nelle quali il Procuratore aggiunto avrebbe parlato di una cricca di magistrati a Reggio, di cui avrebbero fatto parte Cisterna e Macrì, che avrebbero favorito la ‘ndrangheta perche’ collusi. La denuncia è stata presentata da Cisterna e Macrì alla Procura della Repubblica di Milano. Cisterna è, a sua volta, indagato da alcuni mesi dalla Dda di Reggio per corruzione in atti giudiziari. Nessun commento all’iniziativa di Cisterna e Macrì è stato fatto da parte del procuratore Pignatone né da parte di Prestipino, sentiti dall’ANSA. Intanto il boss della ‘ndrangheta Pasquale Condello, che e’ detenuto, ha querelato, secondo quanto scrive il Quotidiano della Calabria, il pentito Antonio Di Dieco sostenendo che non é vero, così come ha affermato il collaboratore, che sarebbe stato lui a dire al pentito Nino Lo Giudice di fare affermazioni contro alcuni magistrati reggini, tra cui Cisterna, per vendicarsi del suo arresto. (ANSA).
Cisterna denuncia Prestipino
La notizia è semplice e devastante: il numero due dell’antimafia nazionale, Alberto Cisterna, e l’attuale procuratore della Corte d’appello di Ancona, Vincenzo Macrì, hanno querelato il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Michele Prestipino. L’accusa? Diffamazione. Nel corso di una cena a Milano, Prestipino avrebbe parlato di una “cricca” di magistrati capeggiati da Macrì e Cisterna che avrebbe favorito il dominio della ’ndrangheta nel territorio calabrese.
La notizia è semplice quanto devastante: il procuratore aggiunto della Dna, Alberto Cisterna e l’attuale procuratore generale presso la Corte d’appello di Ancona, Vincenzo Macrì, hanno querelato (con due atti distinti) il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Michele Prestipino (nella foto). L’accusa? Diffamazione. Cosa è accaduto? Proviamo a capirlo andando a ripercorrere la vicenda secondo quanto denunciato dal procuratore Cisterna.
Cena… diffamatoria?
È il 14 dicembre del 2010 ed il procuratore Prestipino si trova nella città di Milano per una missione d’ufficio. Concluso il lavoro, il magistrato partecipa ad una cena assieme ad altri colleghi. Si tratta del procuratore della Repubblica,Giuseppe Pignatone, del sostituto procuratore della Dna, Carlo Caponcello e del procuratore federale di Lugano,Pier Luigi Pasi. Il punto essenziale sta nelle dichiarazioni che Prestipino avrebbe fatto nel corso dell’incontro con i colleghi. Secondo la ricostruzione prospettata all’interno della querela sporta da Cisterna, infatti, Prestipino avrebbe parlato di una “cricca” di magistrati capeggiati da Vincenzo Macrì e di cui anche Cisterna avrebbe fatto parte. Tali magistrati avrebbero favorito il dominio della ’ndrangheta nel territorio calabrese perché collusi con tali organizzazioni criminali. Parole pesanti, dunque, quelle che l’aggiunto avrebbe (il condizionale è d’obbligo poiché si è ancora alla fase della sola denuncia e non vi sono verità processuali accertate) riferito agli altri colleghi. Ma per aver presentato querela, è chiaro che Alberto Cisterna è venuto a conoscenza di tali parole. Come è accaduto? Casualmente. Nel corso del periodo di ferie natalizie, infatti, il procuratore aggiunto della Dna ha chiesto a due dei presenti alla cena se quelle parole riferite da altri rispondessero a verità. E secondo quanto contenuto nella querela presentata, i due soggetti interpellati hanno confermato tutto. Ovviamente tra gli interpellati non c’è Pignatone, come è facile immaginare per evidenti rapporti personali con Cisterna, ma di Caponcello e Pasi. Ma c’è di più. Sempre secondo quanto riferito dal magistrato all’interno della sua querela, pare che proprio il dottor Caponcello, nel corso della conversazione abbia invitato più volte il procuratore Prestipino alla moderazione e che lo stesso sostituto alla Dna abbia poi esternato le proprie doglianze al procuratore Pignatone, soprattutto in virtù della presenza di un soggetto straniero con il quale Cisterna collaborava frequentemente. Insomma, una situazione estremamente delicata e che ora è pendente dinnanzi ai giudici di Milano. L’esito, ovviamente, non è ancora arrivato, ma un dato pare certo: per capire la veridicità di quanto contenuto nell’atto di querela bisognerà ascoltare le testimonianze di coloro che quella sera a Milano erano presenti e dovrebbero aver sentito con le loro orecchie quelle frasi pesanti che sarebbero state pronunciate. Con tutta probabilità anche il procuratore Pignatone, oltre a Caponcello e Pasi, potrebbe essere sentito per capire la sua versione dei fatti.
Uno scontro diretto
Toccherà adesso ai giudici milanesi capire cosa sia successo la sera del 14 dicembre 2010 nel capoluogo lombardo. Se la prospettazione offerta da Cisterna corrisponda al vero o se, piuttosto, qualcosa di diverso sia accaduto durante la cena tra magistrati. Di certo c’è un dato: ormai è una battaglia senza esclusione di colpi. Fino ad ora erano state le inchieste a farla da padroni. Adesso c’è anche la “carta bollata” l’uno contro l’altro. Con buona pace di chi pensava che le frizioni potessero essere ricomposte magari in breve tempo. Ed invece la possibilità che questa faccenda lasci degli strascichi giudiziari e disciplinari si fa sempre più concreta, in un clima che, giova ricordarlo, non fa per nulla bene ad uno Stato, inteso nel suo complesso di persone e funzioni, impegnato nella lotta alla più potente mafia del mondo.
Consolato Minniti (calabriaora.it, 1 settembre 2011)
Santa Evasione: come il Vaticano non paga le tasse
Un patrimonio immobiliare sterminato. E tutto senza tasse. Più sovvenzioni, sconti, esenzioni. Così lo Stato privilegia il tesoro del Vaticano. E rinuncia a entrate milionarie
(02 settembre 2011) sunto di un servizio di Livadotti apparso sull’Espresso del 31 agosto
E’ accuratamente nascosto dietro una babele di migliaia di sigle spesso imperscrutabili il patrimonio immobiliare italiano della Chiesa, il più grande del mondo intero, che alcuni arrivano a stimare nell’iperbolica cifra di un miliardo di metri quadrati. Un tesoro comunque immenso, ormai circondato dalla leggenda e che costituisce uno dei segreti meglio custoditi del Paese. Da sempre. E più che mai oggi, nel momento in cui intorno a questa montagna di mattoni, e alla Santa Evasione, legalizzata sotto forma di elusione, infuria una polemica politica al calor bianco. E che potrebbe presto trasferirsi clamorosamente nelle aule del Parlamento.UN’ICI RADICALE. ”Quante divisioni ha il Papa?”, chiedeva Joseph Stalin a chi gli riportava le accuse del Vaticano. Si vedrà quando il Parlamento sarà chiamato a votare la maxi manovra balneare da 45 miliardi abborracciata dal governo per tentare di far fronte alla crisi economica. I radicali hanno infatti presentato un emendamento che farebbe cadere l’esenzione dall’Ici, l’imposta comunale sul mattone, per tutti gli immobili della Chiesa non utilizzati per finalità di culto (quelli cioè in cui si svolgono attività turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie, spesso in concorrenza con privati che al fisco non possono opporre scudi di sorta).Una partita decisiva per la Santa Casta della Chiesa e per il suo vertice, una pletorica nomenklatura autoreferenziale e interamente formata per cooptazione che, secondo tutti i sondaggi più recenti, rischia di strappare alla partitocrazia la palma dell’impopolarità nazionale. Dopo averle già scippato il primato in termini di costo per la collettività.
L’ALTRA CASTA. Anni di trattative con la politica, spesso sfociati in accordi di favore ai confini con la legalità, hanno infatti assicurato alla Chiesa un pacchetto di privilegi che, tra sovvenzioni statali dirette e indirette (quelle garantite attraverso gli enti locali) ed esenzioni fiscali vale – secondo i calcoli di Curzio Maltese (“La Questua“) – quattro miliardi e mezzo l’anno, 500 milioni in più rispetto all’apparato politico (ma in un altro libro Piergiorgio Odifreddi arriva addirittura a una cifra doppia). Una parte consistente di questa ricchissima torta deriva proprio dall’esenzione sull’Ici.
Un privilegio che una prudentissima analisi dei Comuni ha valutato in un mancato gettito fiscale compreso tra i 400 e i 700 milioni di euro l’anno (ma secondo Odifreddi le esenzioni fiscali immobiliari del Vaticano valgono invece dieci volte di più: 6 miliardi) e per il quale Roma rischia una salata condanna a Bruxelles per aiuti di Stato. Se il bonus venisse abrogato, allora anche tutto il resto potrebbe essere messo in discussione. In Vaticano è dunque allarme rosso. Anche perché la crociata lanciata dai radicali sta guadagnando consensi. Nei giorni scorsi l’incauta sortita contro l’evasione fiscale del capo dei vescovi, Angelo Bagnasco, ha suscitato una reazione forte in un Paese chiamato al sacrificio per fronteggiare la crisi. Nel giro di poche ore, su Internet decine di migliaia di firme (120 mila solo su Facebook) sono comparse in calce alla proposta di presentare al Vaticano il conto della manovra. Così ora anche il vertice dei Pd propone di dare una sforbiciata ai bonus della Santa Sede.
QUANTI SANTI IN PARLAMENTO. I nemici sono forse più agguerriti di sempre. Ma la Chiesa è tutt’altro che disarmata: nei palazzi del potere romano il Vaticano dispone da sempre di una lobby formidabile, trasversale all’intero schieramento partitico e pronta a scattare al primo cenno di comando. Quella che lesta è entrata in azione, nell’autunno 2007, con il governo di Romano Prodi, per spazzare via con 240 voti contrari (contro appena 12 a favore) un emendamento della stessa maggioranza che avrebbe costretto gli enti ecclesiastici a pagare l’odiata Ici. La stessa che pochi mesi prima, stavolta a Montecitorio, era riuscita a mobilitare 435 voti intorno agli interessi fiscali della Chiesa. E che all’inizio di quest’anno ha strappato la conferma dello sconto milionario, inizialmente soppresso, anche nell’Imu, la nuova imposta destinata a sostituire l’Ici dal 2014.
In barba a ogni esigenza di trasparenza, di fatto la Chiesa, proprio come i sindacati, non si sogna neanche di predisporre un bilancio consolidato. In quello della Santa Sede, per esempio, non sono compresi i numeri del governatorato della Città del Vaticano, né quelli dello Ior, delle conferenze episcopali e degli ordini religiosi. Così, chi si cimenta nel seguire le tracce delle singole sigle si ritrova davanti a un groviglio che avrebbe disorientato anche il mago Houdini.
Quanto alle poche cifre ufficiali, compulsarle è davvero tempo perso: farebbero alzare il sopracciglio anche a un bambino. Per farsi un’idea basta provare a spulciare i conti dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica: si legge di un portafoglio immobiliare di 430 milioni (dati 2006), capace di produrre un reddito di 36 milioni, a fronte di 18 di spese. Decisamente, i conti non tornano: vorrebbe dire infatti che l’Apsa è in grado di spremere dai suoi palazzi un rendimento dell’8,4 per cento, più di quattro volte superiore a quello che, in media, portano a casa gli enti previdenziali italiani. E dato che nessuno è così fesso da gonfiare artificialmente le proprie entrate, si deve supporre che sia il valore iscritto in bilancio a essere sottostimato di almeno tre quarti.
UN MILIARDO DI METRI QUADRATI. In mancanza di dati certificati, bisogna affidarsi alle valutazioni, più o meno spannometriche che siano. Quelle del gruppo Re (Religiosi ecclesiastici), da sempre vicino alla gerarchia vaticana nel business del mattone, attribuiscono alla Chiesa il 20-22 per cento dell’intero patrimonio immobiliare italiano, che è pari a 4,7 miliardi di metri quadrati. Se fosse vero (“La stima mi pare comunque esagerata”, è la pallida smentita del presidente dell’Apsa, Domenico Calcagno) si arriverebbe appunto intorno a un miliardo di metri quadrati, per un valore appossimativo di 1.200 miliardi di euro. Per altri immobiliaristi non si va invece oltre i 100 milioni di metri quadrati: che tradotti in euro varrebbero comunque tre volte la manovra economica di quest’estate. Le inchieste condotte sul campo danno in ogni caso l’idea di un patrimonio davvero sconfinato. Secondo i dati raccolti dal solito Turco, che ha passato due anni a setacciare il catasto, solo a Roma la Chiesa avrebbe in portafoglio 23 mila immobili. E le sue proprietà sarebbero in continua crescita, dato che nel 2008 ha beneficiato di qualcosa come 8 mila donazioni (esentasse, ça va sans dire). Così, nel 2010, Propaganda Fide (una sorta di ministero degli Esteri vaticano, accreditato di immobili per complessivi 9 miliardi di euro) risulta intestataria a Roma di 2.211 vani e 325 terreni.
calendario con gli articoli della Costituzione
Bossi come i boss mafiosi: sapeva delle cimici ma non ha sporto denuncia
Non si governa con cimici e petardi di Gioacchino Genchi, tratto dal suo blog
Le ultime notizie sui rinvenimenti delle microspie al Ministero delle Riforme e presso l’abitazione romana di Bossi fanno molto riflettere. La notizia è successiva allo scoppio dei petardi alla sede della Lega di Gemonio. Intanto il Gip di Varese, al termine dell’interrogatorio di garanzia, ha deciso di non convalidare il fermo del 21enne Marco Previati, denunciato dagli inquirenti insieme ad altri due ragazzi di 26 e 29 anni. Maroni aveva subito tuonato “Attentato alla democrazia”. Bossi l’aveva seguito a ruota “Vogliono bloccare la lega”. Calderoli aveva lanciato il proclama per allertare tutti alla mobilitazione “Preparate la colla”. Quando si è scoperto che quella che era stata spacciata per una bomba era solo un petardo e che il maggiore indiziato era pure figlio di un militante leghista, è iniziata la marcia indietro. Niente carcere, ha rettificato il segretario del Carroccio: “Mandarli in galera non serve a niente. Li faremo venire come punizione a risistemare la sede”. Si scopre così il volto buonista della Lega, quando l’attacco viene da fuoco amico.
Forse è anche per questo che Bossi ha deciso di non denunciare ai magistrati il rinvenimento delle microspie nella sua abitazione romana e negli uffici del Ministero delle Riforme. Armatosi di coraggio, Bossi si è comportato né più e né meno dei boss mafiosi palermitani del calibro di Giuseppe Guttadauro e Nino Rotolo, quando hanno avuto il suo stesso sospetto. Hanno chiamato un privato e si sono fatti fare una bonifica, che ha confermato i loro dubbi. Fra i capi mafia palermitani Guttadauro e Rotolo e Umberto Bossi c’è, però, una sostanziale differenza. I primi non avevano alcun obbligo di riferire i fatti all’Autorità Giudiziaria, che li stava indagando. Bossi, invece, in quanto ministro, è un pubblico ufficiale e come tale avrebbe avuto l’obbligo – ai sensi dell’art. 331 del codice di procedura penale – di presentare denuncia “per iscritto” e “senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria”.
Lo stesso obbligo avrebbero avuto tutti i pubblici ufficiali che, oltre al ministro Bossi, hanno avuto notizia del rinvenimento delle microspie, a partire dalla sua segretaria a finire al ministro dell’interno Maroni, che non può non essere stato informato dal leader del Carroccio di un fatto di così inaudita gravità. Se questo non è tempestivamente avvenuto, è stato già commesso un grave reato, indipendentemente dalla presunta illiceità dell’installazione delle microspie, che dovrà essere pure accertata. Questo, però, nessuno lo dice e di questo nessuno si scandalizza. Ed è così che la Lega Nord, che ha conquistato il cuore e non solo il voto dei vecchi militanti comunisti, degli operai e dei cattolici del Nord Italia, pensa di potere ancora governare con Berlusconi.
Grazie ad una maggioranza che si fonda sul mercimonio dei parlamentari che la sostengono, con uno sfondo torbido di petardi e di cimici, funzionali ad alimentare il sistema dei ricatti incrociati che rappresentano il vero collante ed al contempo il primario obiettivo programmatico di questo Governo.