Il legittimo impedimento certifica l’intoccabilità del premier e dei suoi ministri

L’ex magistrato Bruno Tinti commenta la votazione alla Camera dell’ennesima legge ad personam, con la consueta ironia e chiarezza di linguaggio.

DELITTO PERFETTO

  Il legittimo impedimento certifica l’intoccabilità del premier e dei suoi ministri. In attesa del nuovo lodo Alfano
  di Bruno Tinti

     Ieri la Camera ha votato l’ennesima legge scritta apposta per B.: il legittimo impedimento. In realtà si tratta di una nuova versione di una norma di procedura penale vecchia come il cucco (ma quanto è vecchio il cucco, dicevamo noi da bambini alla nonna che ci raccontava le favole?): tutti i Codici di procedura penale successivi a Torquemada hanno sempre previsto che “quando l’imputato non si presenta all’udienza e risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice deve rinviare il processo”. Ciò perché, siccome l’imputato ha diritto di difendersi nel processo che lo riguarda (non DAL processo, come hanno sempre fatto B&C e come teorizzato da Bersani e Letta, quello del Pd, non quello del Pdl), è ovvio che ha anche diritto di essere presente; e, se non gli riesce perché è caduto e si è rotto una gamba, celebrare il processo in sua assenza non si   può. Anche questo tutte le Costituzioni successive a Gengis Khan lo hanno detto a chiare lettere. Le parole chiave del legittimo impedimento così com’è oggi sono: “Quando risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire”: sarà anche vero che ti sei rotto una gamba, però, cortesemente, fammi avere un certificato medico che lo provi; così io giudice rinvio il processo senza timore di essere stato preso per … i fondelli. E così si è fatto per alcune centinaia di anni.

 

   Poi è arrivato l’iperimputato,   l’imputato uguale agli altri ma diverso, l’imputato diverso dagli altri, insomma l’imputato politico; e per lui questo secolare legittimo impedimento non va più bene. Il fatto è, dicono B&C, che il politico è un imputato impedito per natura; che non vuol dire che è un politico impedito, anche se in realtà su questo si potrebbe concordare per molti, moltissimi di loro; vuol dire che la sua qualità di politico costituisce in sé e per sé un legittimo impedimento a presentarsi nei processi in cui è imputato. Il politico può andare in vacanza, al cinema, al ristorante, alle prime teatrali e cinematografiche, alle partite di calcio, di tennis e di qualsiasi altro sport gli piaccia (magari utilizzando gli aerei di Stato se si tratta di luoghi lontani o anche solo lontanucci); il politico può andare a feste organizzate da lui o per lui, cantare   con fanciulle giovani, meno giovani e giovanissime, assoldare menestrelli e scrivere canzoni per loro; può fare tutto quello che vuole ma, ecco, presenziare e difendersi nel processo che lo riguarda, quello proprio no. È impedito   a farlo dalla sua natura di politico; e, quel che più conta, con la legge approvata dalla Camera, se passerà anche al Senato (e se il presidente della Repubblica la firmerà) è legittimamente impedito.

 

   Tutto questo naturalmente è incostituzionale: che ci siano qualifiche personali e corrispondenti impegni professionali incompatibili con il processo penale e altre qualifiche e impegni che non lo sono, tranne casi da valutare volta per volta, è in evidente violazione dell’art. 3 della Costituzione. Per esempio, perché i ministri sì e i sottosegretari no? E poi, i presidenti delle regioni, per dire, forse hanno meno da fare del ministro delle Pari opportunità? E il suddetto ministro ha davvero un’incompatibilità ontologica   con il processo che il grande chirurgo oncologo, in ospedale a salvare vite dalle 6 di mattina alle 10 di sera, invece non ha?; perché lui lo deve provare, come tutti, il legittimo impedimento. Per la verità uno dei promotori di questa splendida legge, l’onorevole Vietti (che   sembrava appartenere all’opposizione, come il suo partito, l’Udc) lo ha pure detto, un po’ fra i denti: “Bè, anche se fosse, così guadagniamo tempo fino a quando il lodo Alfano costituzionale (altro fulgido esempio di riforma legislativa) sarà approvato; è l’uovo di Colombo”. Eccola rivelata la spudorata tecnica di B&C: emanare in serie leggi incostituzionali che comunque impediscano ai Tribunali italiani di processare B.; quando una cadrà sotto la mannaia della Corte costituzionale, ne sarà pronta subito un’altra; e quando anche questa cadrà, ancora un’altra; e via così fino alla soluzione naturale del problema: nessuno è eterno e nemmeno l’archetipo prototipo di razza superiore quale si considera B.   Un’ultima riflessione. Uno che di diritto ne capisce, l’onorevole Pecorella, ha detto (Corriere della Sera, 3/2) “Spetta solo al popolo decidere chi deve governare e non a qualche magistrato”. Considerazione assolutamente condivisibile. A “qualche magistrato” spetta solo di stabilire se B. è o no un delinquente; poi, se il popolo   decide di essere governato da un delinquente, fatti suoi. Il problema del nostro paese, in realtà, sta proprio qui: B. si è beccato numerose “assoluzioni” per prescrizione; che vuol dire che era colpevole ma che non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo. Evidentemente il “popolo” di questo fatto, del fatto che B. aveva commesso reati, se ne è sovranamente (è proprio il caso di dirlo) sbattuto; e B. presidente del Consiglio era e presidente del Consiglio è rimasto. Sicché i magistrati con il diritto di governare di B. nulla “c’azzeccano”.

 

   In realtà, quello che B&C (tra cui evidentemente va annoverato l’onorevole Pecorella) vogliono non è che B. continui a governare; quello lo sta facendo da molto tempo, nonostante tutto; e continuerà a farlo anche dopo la condanna   per corruzione dell’avvocato Mills. Quello che vogliono è che non vi sia una sentenza che dica che B. ha commesso l’ennesimo reato. Ma, onorevole Pecorella,questochec’entraconlasovranità popolare?