CHIESA E SESSO Antropologia di uno scandalo con l’imputato perfetto: il celibato

CHIESA E SESSO
Antropologia di uno scandalo con l’imputato perfetto: il celibato

di Alfonso Botti (Università di Modena – Reggio Emilia)

Lo scandalo che ha investito la Chiesa cattolica non ha precedenti nell’età contemporanea. Ed è ai tempi di Lutero che occorre risalire per rinvenire qualcosa di comparabile alla faglia morale che si è aperta al suo interno. Le denuncie per violenze e abusi sessuali a danno dell’età più indifesa hanno travolto dapprima settori del clero statunitense, poi di quello irlandese, olandese, tedesco e austriaco. Qualcosa inizia a trapelare persino nell’Italia berlusconianamente devota. E tutto lascia pensare che se non sia ancora scoppiato con analogo fragore in Africa e nell’America Latina, non sia per mancanza di pratiche, ma per condizioni sociali e culturali.
Si tratta di un fenomeno di dimensioni planetarie, cattolico nel senso etimologico della parola. Esso coincide con un pontificato che, come mai era avvenuto in precedenza, appare segnato dalle apprensioni, il disagio, lo sconcerto e le polemiche che dichiarazioni improvvisate e incaute, gaffe e contraddizioni, hanno suscitato in ampi settori di credenti e persino tra non pochi governanti europei d’orientamento cattolico. Per tacere delle decisioni più meditate, come la riproposizione della messa in latino, la riammissione dei lefevriani alla comunione ecclesiale o l’avvio del processo di beatificazione di Pio XII.

Poteva essere l’occasione per rivedere l’antropologia obsoleta e l’ipocrisia con cui la Chiesa continua ad affrontare il tema della sessualità umana. O per ripensare con umiltà le regole, omertose e autoritarie, che la governano. Invece, almeno inizialmente, il dibattito pubblico ha preferito mettere sul banco degli accusati il celibato ecclesiastico. E l’istituzione ha tendenzialmente abbozzato.
Troppo comodo. Già si intravvedono le fasi di snodo e le finalità dell’operazione. Consumate tra qualche tempo le vocazioni, l’istituzione ecclesiastica dovrà transigere. Allargherà progressivamente le maglie. Estenderà le funzioni dei diaconi, recupererà i sacerdoti sposati ridotti allo stato laicale, poi consentirà ai sacerdoti di sposarsi. A quel punto si farà forte di considerazioni di ordine storico. Ricorderà che il celibato non è un dogma (come già qualche eminente ecclesiastico ha cominciato a far notare). Se tutto ciò dovesse risultare insufficiente a coprire la cura delle anime, e solo come estrema ratio, consentirà alle donne l’amministrazione dei sacramenti. Si farà forte allora della sua capacità di dialogare con il secolo, di stare al passo con i tempi, risolvendo in chiave apologetica quella valutazione critica della sua storia che, altrimenti condotta, avrebbe potuto aprire ben altre prospettive.

La procedura non è nuova e se n’è avuta solenne conferma con la grande operazione cosmetica intrapresa per l’anno giubilare, quando la purificazione della memoria e la richiesta di perdono è rimasta a mezz’aria, distribuendo responsabilità e colpe su non meglio identificati uomini della Chiesa, senza scalfire minimamente chi la Chiesa ha guidato nelle varie epoche e la Chiesa in quanto tale. Ora non è così e il problema del celibato è quello meno pertinente di fronte al drammatico e diffuso fenomeno che è sotto gli occhi di tutti.
Nodo della sessualità a parte, la questione centrale è infatti un’altra e di ben differente portata. Essa chiama in causa e individua come principale responsabile accanto al clero che si è macchiato del «peccato» di pedofilia, chi ha minimizzato tale «reato», non denunciandolo all’autorità civile; chi l’ha coperto, insabbiato e ha taciuto fino a quando esso non è esploso in modo dirompente. Silenzio che ha accomunato i vertici di importanti congregazioni religiose, episcopato e cardinali per giungere alla sommità della Chiesa, agli stessi successori di Pietro. Neppure da prendere in considerazione è l’ipotesi che essi non sapessero.

Il grande orecchio che ausculta con continuità gli umori e i comportamenti della società, che registra con millimetrica precisione gli atti anche di quella pretesa «società perfetta» che dovrebbe essere la Chiesa, non può non aver colto e memorizzato l’assordante rumore che veniva dalle vittime, dai loro parenti e dagli stessi responsabili dei soprusi e delle violenze contro minori. Ancor prima che le prime denunce facessero trapelare lo stillicidio di episodi e poi le pratiche diffuse, la Chiesa, tramite il suo grande orecchio, cioè la confessione, sapeva. E che cosa ha fatto? Convinta di essere al di sopra della mischia, di godere di una giurisdizione sua propria e specialissima, di non dover rendere conto a nessuno, né all’opinione pubblica, né alle leggi del consorzio civile, ha adottato autonomamente (quando l’ha fatto) le proprie contromisure. Ha destinato ad altro incarico i sacerdoti pedofili, li ha trasferiti, ha comminato esercizi spirituali. Finché hanno potuto, i vertici ecclesiastici hanno nascosto e insabbiato. Quando non è stato più possibile, hanno ammesso. Non senza arrampicarsi sugli specchi, come il portavoce della sala stampa vaticana, che ha suggerito comparazioni percentuali con le denunce contro gli atti di pedofilia perpetrati da laici. I genitori che mandano i propri figli dai preti, devono aver tirato un sospiro di sollievo. Ammissioni e pentimenti hanno avuto breve durata.
Ora si assiste a un cambio di strategia: si arroccano, presentandosi come vittime di attacchi irresponsabili e sacrileghi. Che non rispettano neppure lo schiaffeggiatore fratello del pontefice. Che satanicamente aspirano a colpire più in alto. Anzi. Partono al contrattacco. Imperterriti i vescovi italiani sono tornati a dirci per chi votare, nel rispetto del valore della vita. Poi, in ottemperanza alla recente prassi pontificia, hanno parzialmente rettificato. Come se nulla fosse. Come se il loro pulpito fosse quello di un tempo. Divisi come sono tra una Curia romana tendenzialmente schierata a favore di un presidente del consiglio libertino e il sogno della Conferenza episcopale di un «nuovo» centro democratico cristiano (Casini), parlano d’altro.
La lettera pastorale ai cattolici irlandesi di papa Ratzinger, assieme ad alcune importanti ammissioni (con la presa di distanze dalla «tendenza, dettata da una buona intenzione ma errata, a evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari»), indica, fra le cause, la secolarizzazione e il fraintendimento del programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano II. Confonde gli effetti, con le cause. Misconosce che è stato proprio grazie a una società secolarizzata, cioè meno disposta a farsi dettare le regole dalle agenzie che amministrano il sacro, che è potuta emergere la denuncia delle pratiche pedofile diffuse all’interno del clero.
Si è letto che si tratta del pontefice che più ha fatto contro la pedofilia. Come se le dimensioni che lo scandalo ha raggiunto, annoverassero precedenti di pari intensità. Un’autodifesa confezionata per un’opinione pubblica e una comunità di credenti (la Chiesa, per l’appunto) che, evidentemente, continua a ritenersi composta di idioti. L’attuale pontefice ha avuto, fin dall’inizio, un compito improbo. Chi l’ha preceduto aveva portato al massimo l’audience, sapendo chi gli sarebbe subentrato, ma senza un occhio di riguardo nei suoi confronti. Aveva riempito di sé gli schermi per decenni, esplorando i confini del globo e più ancora quelli mediatici. Chi è venuto dopo non ha mostrato lo stesso physique du rôle e la Chiesa trionfante di Wojtyla ha cominciato a perdere colpi. Chi di media colpisce, con i media rischia di farsi male, verrebbe da dire, se il problema non fosse di sostanza, ma di comunicazione, com’è di moda dire oggi.



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