Noi italiani pieni di rovine seppelliamo il nostro passato di Paolo Rumiz

RACCONTI
Alla ricerca dell’Appia perduta/15
Noi italiani pieni di rovine seppelliamo il nostro passato di PAOLO RUMIZ
da Repubblica.it
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Il problema è la manutenzione che non c’è per mancanza di fondi La cosa più triste è che quando trovi un reperto ti tocca ricoprirlo
“Qua sarebbero capaci di far sparire nu’ mausoleo in una notte, se lo trovassero nella terra loro».
Stazione di servizio Shell sotto il passo di Mirabella, dove la regina delle vie piega a destra per l’altopiano del Formicoso. Un camionista interviene nel nostro argomentare sul giusto itinerario e sulla necessità di riportarlo in luce.
«Li cristiani tenino terrore ‘re l’Appia vecchia. E se li sindaci la trovano, si guardano bene dal dirlo, tanto lo sanno che non sape chiù niente nisciuno ‘re la via».
«Beh, noi gliela ricorderemo », tentiamo penosamente di rispondere.
«Tenete tutti contro, fatevi la croce! Hanno rinunciato già in tanti… Nemmanco lu’ governo se raccapezza!».
Però l’Appia potrebbe richiamare turisti, obiettiamo.
«Macché turismo. Qua ‘a specialità è asfaltare dove non serve e lasciare a pezzi le strade che servono. Fate la 303: buchi come case. E in Basilicata è peggio ancora. I mezzi pesanti delle pale eoliche hanno scassato tutto. Bestie grosse. Vuarda lu’ camiòn mio che sta là fuori, è ‘na piuma al confronto».
E lì facciamo la più scema delle domande: come spiega questa incuria?
«Uuuh, signore, vi devo imparare pure queste cose! La manutenzione è ‘n appalto povero. Pe’ questo l’Italia va a pezzi. Ma ora devo andare. Fate buona strada. Ah, dimenticavo, mi chiamo Nicola». … Eppure non tutti hanno perso la memoria. Due ore fa, mentre risalivamo dal guado del Calore verso Mirabella in una luce abbacinante segnata da apparizioni di gialla birra alla spina, uno scuolabus dello stesso colore s’è accostato alla nostra pattuglia in marcia e il conducente, sporgendosi dal finestrino, ci ha chiesto se facevamo l’Appia antica.
Ma lei come la conosce, abbiamo chiesto noi, stupiti.
«Qui sono uscite fuori montagne di basolati una quarantina d’anni fa, quando sono entrati in azione i trattori grossi. Lapidi, pezzi di tombe. Nel Vallone dei Morti ne troverete di sicuro ».
Il Vallone dei Morti?
«Sì, lo chiamano così perché ci hanno trovato un sacco di tombe».
Ma perché dovrebbe essere proprio l’Appia?
«I nostri vecchi lo sapevano. L’avevano saputo dai loro nonni. E poi quindici anni fa è venuto qui un professore con tutti i suoi allievi proprio a cercare gli ultimi pezzi dell’Appia».
Un archeologo non avrebbe tenuto in minima considerazione queste testimonianza orali. Noi sì, invece. Quel driver ci dava informazioni preziose e ci piaceva assai. Teneva a bada una ciurma ingovernabile di ragazzini affamati, portava baffi e zazzera da gaucho bianchi come la neve e si chiamava Michele.
Il nostro era un viaggio indiziario e ogni minima pista era buona. Quella lo era. Poco dopo, in località Cifurio, abbiamo trovato una vecchia casa dove un angolo di muro maestro poggiava con bella evidenza su basolati. Sempre da quella parti, in un giardino in contrada Casapiatto, Alex ha filmato due poderose cornici di tombe con accanto un bel pallone da calcio. La gente ci guardava con stupore, come i ciclisti del Giro. La meraviglia nei confronti della fatica si era trasferita dalle bici alle scarpe.
… «A Mirabella avete le rovine di Eclano — ci chiamano intanto dalla soprintendenza, dove qualcuno ci ama — e lì vi aspetta un’archeologa che vi mostrerà il luogo». Dio buono, siamo sfiniti, mezzi ciucchi di birra e non ne abbiamo voglia. Un’altra archeologa, che palle. Ma andiamo lo stesso, ed ecco la sorpresa di un elfo carico di leggiadria sotto una cascata inquieta di capelli rossi. Simpatica pure, e colta. Così ci lasciamo portare docilmente nei resti di quella che deve essere stata una grande città commerciale, cresciuta proprio sull’Appia e grazie all’Appia. Viva le archeologhe.
Vabbè, Eclanum è magnifica, ma a noi è solo la strada che interessa, così trasciniamo Sandra (Lo Pilato è il cognome) sul discorso dei mausolei che spariscono in una notte. Ammette che c’è del vero. «La gente non vuole rogne né spese per il fatto di avere l’Appia in casa. Quando si fece lo scasso di una vigna di Taurasi, saltarono fuori basolati, ma quando ci permisero l’accesso al terreno, già non c’era più nulla. Qua è normale. Ma la cosa più triste è che, quando si trova un reperto, ti tocca anche ricoprirlo, perché mancano i soldi per la manutenzione».
Manutenzione. Di nuovo la parola-chiave del pianeta Italia. Pare che il Ponte Rotto che abbiamo appena passato, siccome sta al confine fra tre Comuni, nessuno si prenda la briga di consolidarlo e impedirne il definitivo collasso. Tra noi e la riscoperta dell’Appia ormai c’è di mezzo De Mita, e l’Irpinia che egli interpreta.
«Le ultime remore sono cadute col terremoto. I contributi te li davano solo se dimostravi che la casa vecchia era inagibile. Così abbiamo buttato giù case buone e sepolto il nostro passato ».
Ma l’irpino Ciriello reagisce come punto da una vespa: «Basta con le lamentele, il sogno di quei contadini era legittimo: avere una casa nuova, perché quella vecchia faceva schifo. La legge consentiva alle famiglie in coabitazione di avere una casa per nucleo. Questa è la verità. Il vero problema è che a quel sogno si è risposto nel peggiore dei modi».
Sandra, stizzita: «D’accordo, ma tu non puoi fare quello che vuoi di un mausoleo, solo perché sta nella tua proprietà».
La voce di Marco si fa stridula, lo scontro sale di tono, tesi e antitesi estreme, alla greca maniera. Saltano fuori l’Aquila e gli archeologi esautorati, l’identità perduta, le case nuove rimaste vuote, l’inganno in cui è caduta l’intera Irpinia.
E saltiamo fuori anche noi Italiani che non siamo poi così diversi dall’Isis che fa a pezzi Palmira.
(15-continua)
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