La poesia di Vinicio tra gli spiriti del Sannio   di  PAOLO RUMIZ

Alla ricerca dell’Appia perduta/16
Ma che ti fa l’Appia? Prende quota come non ha fatto mai. Tornanti! Di colpo la linea retta, cui ha derogato solo al centesimo chilometro per superare lo scoglio di Terracina, smette di essere implacabile comandamento e si spezza in una serie di curve per raggiungere il crinale del Formicoso, una sequenza di colli sui novecento metri che segna l’osso dello Stivale. La vista si allarga e come ai naviganti indica chiaramente le boe della regata: la cresta inconfondibile del Partenio che si allontana sul lato tirrenico, il cono vulcanico del Vulture che si avvicina dall’altra parte, e in mezzo questa magnifica dorsale irpina, antica terra di briganti che nessuno conosce e che si svela invece baricentro. La coffa di un veliero in alto mare.
In certi punti il viaggio prende una dimensione aeronautica, tanto siamo alti fra i campi di grano arati da Borea. Si va come alianti in un frastuono di grilli, che qui friniscono anche di giorno. La Statale 7, abbandonata a Benevento, è ormai lontanissima e bassa, verso Sant’Angelo dei Lombardi. Pale eoliche e ripetitori dicono che qui scollina di tutto, anche il vento e le onde elettromagnetiche. Una cavalla bianca ci cavalca accanto col puledro in una prateria, e c’è pure un ciclista di nome Guido che attacca discorso in inglese e poi, saputici italiani, ci elenca i monti arcani del profondo Sud. Picentini, Alburni, la dorsale lontana del Matese, l’Eremita. «Beati voi — esulta — mollerei l’ufficio per seguirvi».
… Intanto il plotone si ingrossa. Dopo l’amico giornalista Marco Ciriello imbarcato a Capua Vetere, ora ci segue anche Sandra, la giovane archeologa di Mirabella Eclano incontrata solo poche ore prima. Ha mollato tutto per seguirci con la felicità di un levriero cui è stata tolta la catena. Ma non è finita, perché dalle parti di Gesualdo eccoti Vinicio Capossela, che come un nero brigante sbuca da una curva per tenderci il primo di quella che già si preannuncia una serie di agguati. E’ salito dal suo campo-base di Calitri nella valle dell’Ofanto, incuriosito dal nostro ascetico andare, e decide di seguirci pure lui, assieme all’amica Michaela Molinari, che svela all’istante un fisico da maratoneta. Ora siamo otto, un bel treno che va.
In realtà, siamo molti di più, perché da Mirabella a Lacedonia ormai tutta la Statale 303 sa che stiamo passando e mille occhi ci seguono. Siamo al Sud, che diamine. E c’è pure la folla di spiriti e fantasmi della controra che, col sole alto, Vinicio chiama a raccolta con sapienza da mago, tormentandosi la barba sotto il Panama. Intorno a noi svolazzano satiri che ingravidano fanciulle se si addormentano sotto un albero, incubi meridiani che succhiano lo spirito nell’istante della pennica, l’urlo del mezzogiorno del mietitore che “vive il raccolto come un lutto inflitto a madre natura e sente la necessità di un sacrificio per compensarla”. Per non parlare della Bestia nel grano, che “serpeggia tra le falci, e sempre sfugge e non può esser vista da più di una persona alla volta”.
A suo agio con le sulfuree divinità sannitiche, anche Sandra l’archeologa ci propone il suo viaggio nell’Aldilà aprendoci la strada della Mefite, cratere ribollente di sfiati per l’appunto mefitici (e talvolta mortali), dove abita la divinità italica dallo stesso nome, garante della fertilità e guardiana della porta fra la vita e la morte. “Nun ci ite! Se more” mi aveva avvertito una vecchia di Rocca San Felice cui avevo chiesto anni fa la strada per l’Averno. Ne aveva ben donde, perché poco tempo prima una tedesca era stata uccisa dalle esalazioni per essersi troppo avvicinata. Ma Sandra scende senza problemi, strattonata dal vento, in uno svolazzare un po’ streghesco di blusa e capelli ramati, fin sulle fauci del pentolone che in un soffiar di miasmi da mal di testa, fischia, tuona e ribolle di fanghi grigio-argento.… Col sole alto l’unità di misura del cammino non è il chilometro ma la birra. Il numero di bottiglie che ci si propone di bere aumenta col passare delle ore. In ragione di ciò, il primo negozio di alimentari di Borgo Le Taverne che ci appare a pochi chilometri dall’arrivo, viene svaligiato e trasformato d’ufficio in un bar. Tutte le sedie sono requisite e messe fuori, sulla terrazza con vista sulla valle dell’Ufita, un salame è fatto a fette, e giù a tracannare evocando il viaggio di Orazio, il cui tragitto si è ormai staccato dal nostro e prosegue verso Canosa di Puglia per una variante di età augustea.
Satira quinta, libro primo: “Da quel luogo la Puglia inizia a mostrare i monti che lo scirocco asciuga, una terra dove si paga anche l’acqua che ovunque è gratuita e dove il pane in compenso è squisito”. Da questa terrazza anche per noi la vista è sconfinata, e anche a noi appare a Nordest l’Apulia abrasa dal sole, segnalata dal prisma inconfondibile di Sant’Agata, piramide mezzo monte e mezzo paese. Vinicio è felice, cenerà con noi e forse ci seguirà in altre tappe, portandosi magari il suo Crocco, bastardino trovatello senza coda.
Le nostre vecchie carte Igm al 25 mila svelano una densità mai vista di toponimi, segno di una presenza agricola millenaria e capillare. Che nomi! Aria delle Corde, Montesicco, Toppolo dei venti, Stoccafierro, Venticano, Fontana Pisciariello. C’è persino una Taverna di Annibale. Ah la memoria lunga dei territori. Ma è un mondo finito. Ormai pochi degli indigeni ricordano quei luoghi. Riccardo, la nostra guida, che si è tolto le scarpe per dare aria ai piedi che l’hanno portato in mezzo mondo, dice: «Paolo, guarda le mappe degli anni ‘50 e vedi com’era l’Italia solo ieri. Poi piangi». (16 — continua

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