Nella terra di Padre Pio tra Aglianico e salsicce di PAOLO RUMIZ

“Vaffanc…” Da un furgone con quattro operai, che per un attimo ci affianca, esce la più italiana delle benedizioni. Lunga, modulata, in Fa diesis. E noi rispondiamo con un’allegra raffica di “Evviva”. Sappiamo che c’era tutto meno che l’insulto nell’esclamazione proletaria. Il camminatore è un’anomalia che eccita grumi di passioni primordiali e risveglia uno spettro di sentimenti che vanno dalla curiosità al sospetto. Dunque l’anatomia di un “Vaffa” che lo riguarda è di ardua lettura. Dentro c’è la sorpresa per l’incredibile, la commiserazione per i non gommati, l’invidia oscura del pendolare per chi ha tempo a disposizione, il disprezzo per dei borghesi che hanno fatto una scelta a dir poco snob. E tantissimo altro.
Quota 944, il tetto del viaggio, con vista magnifica sulle terre del Sud tra i due mari. E la Linea va, taglia pazientemente le curve della Statale 303, le rosicchia metro su metro e abbrevia la strada tagliando romanamente le isoipse. Ogni tanto un abbeveratoio o una fontana, segno di passaggi antichi. Transita un’auto ogni cinque minuti, il resto è silenzio. E noi siamo sempre più soli. Il caldo aumenta, il vento anche, i cani liberi pure. Abbiamo perso il senso del tempo. È martedì? Giovedi? Chi lo sa. Siamo disidratati, le borracce sono già vuote a metà tappa. Pare che arrivi una perturbazione: “Ferox” la chiamano gli allarmisti meteo. Ma pioverà? Magari.
… Ed eccole, immense, totalitarie, in cima alla collina. A decine, a centinaia. Pale eoliche le chiamano. Toccano il cielo, sono l’ultimo capolavoro della devastazione. Apparentemente lente ma, quando ci sei sotto, precipitano come ghigliottine, sembra che si stacchino dal giunto come braccia slogate. Ombre smisurate che gesticolano sul grano in tempesta e dicono: “ Che fate, toglietevi di mezzo miserabili”. Ma le formiche testarde passano, rintronate dalle raffiche e dalla vibrazione che le accompagna, un rombo planetario come di 100 jet in decollo. Un rombo oltre il quale c’è il nulla.
La vibrazione dei rotori ha spento le voci delle masserie e silenziato il canto dei toponimi. Setoleto, Santa Marena, Contrada Murgia, quasi nessuno sa più dove sono. Un mondo di orti e di vigne antiche dalla fertilità leggendaria è stato degradato a parco eolico e monocoltura da frumento. È cominciata con i forestali, che hanno rimpiazzato le essenze mediterranee con abeti alpini che non sono cresciuti mai; li vedi ancora, nani e rachitici, a bordo strada. Poi sono arrivati gli enologi del Nord che hanno importato modelli di viticoltura estranei al clima del Mezzogiorno.
Oggi l’Aglianico non ha più tra i filari gli olmi che gli davano il sapore. Sono finiti i castagni, i migliori d’Irpinia. Poi è arrivato il tabacco, che ora non conviene più, ma non è stato sostituito da nulla, perché ha appestato i terreni. A completare l’opera, la ricostruzione dopo il terremoto, le chiese che paiono dischi volanti, la tirannia dell’eolico, il fotovoltaico, gli elettrodotti, l’abbandono delle strade e delle case cantoniere. Una desertificazione legittimata da Padre Pio Superstar, che farà pure i suoi miracoli, ma ha sterminato gli altri santi, i protettori dei luoghi che indicano il cammino.
Maria Santissima della Consolazione, estinta. Arcangelo Michele, chi lo conosce. San Gerardo Maiella, dimenticato. Materdomini, idem. All’espianto dei toponimi è seguita l’eutanasia delle santissime effigi. Di un mondo millenario sopravvivono solo due cose: la vista magnifica e la Strada. La nostra. Il filo rosso che si intreccia con l’asfalto della Statale, l’abbandona, perde quota, s’impenna come un aereo e dà senso ai luoghi. Appia. Se ne sparirà il nome, anche l’Irpinia si dissolverà nel nulla. … A Bisaccia vecchia ci attendono due sorprese. La prima è che un olandese più matto di noi ci precede di due giorni. Ne leggiamo il nome nel registro dell’albergo: Willem Cornelis Dekker, classe 1952 di Rotterdam. Ci prende l’insana idea di accelerare per raggiungerlo, ma alla reception ci sconsigliano. Quello è uno che fa cinquanta chilometri al giorno, il doppio di noi.
La seconda sorpresa, anzi, il secondo agguato, è quello che ci tende in serata Vinicio Capossela, alla guida di un camper sgangherato un po’ barca un po’ carro dei tespi.
Quando Vinicio ti invita a cena, si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna, e noi siamo già a bordo, prigionieri di un mezzo surreale: lampadine colorate stile camion pachistano, musica greca strappabudella (viva Tsipras, naturalmente), un’arietta un po’ yiddish un po’ Balcani formato Kusturica, un ondeggiare delle balestre nel grano tipo Pequod nella tempesta, e il Nostro che pare un profetico Achab nerovestito nel quadro che lo ritrae, solo, nel vento del Formicoso. Il tutto condito di salsiccia al finocchietto e un grandioso Aglianico che ci possiede come una Taranta.
Buttiamo l’ancora al tramonto, strattonati dal vento, nel punto più ventoso della ventosa Aquilonia, città-fantasma distrutta dal terremoto. Vinicio evoca gli amori di Catullo, che per copulare preferiva il calore meridiano, e la storia della mamma di San Pietro “una scellerata che quando morì finì dritta fra le anime dannate”.
E lì, nel mezzo della tempesta (ormai Ferox è sopra di noi), ecco che qualcuno bussa alla porta. È Vincenzo, amico del nostro, con una carrettata di teglie ancora tiepide che ci faranno passare tutto l’Appennino per l’esofago.
Cinghialetto, orecchie di gatto coi funghi, fagiano all’Aglianico e altro di cui il vino ci toglierà memoria. Ormai siamo in mare aperto, il vento ha una furia bestiale. A prua, oltre le querce indemoniate, le luci di Monteverde come un porto lontano.
(17 — continua)

Un pensiero su “Nella terra di Padre Pio tra Aglianico e salsicce di PAOLO RUMIZ

  1. molto bello , ma non riesco a godermi questa lettura fantastica dei testi di Rumiz… dopo che ho saputo di una nuova piattaforma di estrazione e perforazione davanti fano pesaro.Bianca Luisella, £che fantasia !) 8 nuovi pozzi , come si fa a stare tranquilli a godersi la vita. come fa rumiz a concentrarsi così bene sulla scrittura e come fai tu .. non ti fischiano le orecchie … le tue bambine?… quale è il nostro dovere nei loro confronti….siamo foglie al vento, voglio raccogliermi e spostarmi con tutto il mio peso di gravità terreste e farlo esplodere dentro questo limite amaro per disintegrarlo definitivamente nell’intenso blu dello spazio

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