“Noi, verso l’alba col sogno di far rivivere la strada” di Paolo Rumiz

La giornata che finirà in baldoria comincia già col mal di testa per il troppo vino della sera prima. Tra gli incubi della notte, una mostruosa pala eolica con la testa di Padre Pio. Ma la luce non aiuta: in giro serpeggiano i demoni del grano. Sotto una cappa incandescente ci sussurrano di mollare l’impresa: basta, ci dicono, con questo intrico infernale fra la Statale che zigzaga a ritmo di minuetto e l’Appia, persa nel tempo maestoso della sinfonia. Ma intanto, grazie alla quota, i monti naviganti si svelano: l’ombra del Gargano come una chiatta rovesciata, la massa arcigna degli Alburni e del Cilento, la cresta seghettata dal Sannio molisano. Marciamo, abbacinati dal Giaguaro.
Che si sappia: noi siamo di quelli che vanno controluce, dritti verso le terre dell’alba. Abbiamo il Sud a destra, ed è lì che siamo abbrustoliti. L’ombra dello zaino ci protegge la spalla sinistra, che resta pallida. Eccolo il nostro marchio, ce l’abbiamo stampato sulla pelle. Ma è proprio lì che vi riconosco al volo, voi di Santiago: siate abbronzati al contrario — a sinistra — perché mostrate il culo al sole che sorge. Non sono solo due direzioni; sono due modi di guardare il mondo. Noi dell’Appia lo sappiamo, camminando verso Brindisi, il più raffinato degli imbarchi.
Chi va a Ovest è pellegrino fra i mille, cerca risposte semplici e assolute, e alla fine che trova? Non Itaca, ma un timbro, una conchiglia e il grande nulla oltre i faraglioni sull’Oceano. Gli orientalisti, invece, evitano i flussi. Viaggiano in pochi e contromano rispetto ai migranti. Cercano il difficile, vanno a caccia di ciò che l’Europa allontana da sé. Grecia, Turchia, Siria. Camminano verso l’inquietudine, amano complicarsi la vita. Ma ottengono sorprendenti ricompense. Come l’Ulisse di Kavafis, trovano ciclopi e profumo di spezie, storie carovaniere e misteri di un mondo nuovo che comincia. … L’ingresso a Lacedonia, semideserta nella calura, è segnato da una fontana rotta, inaugurata — sta scritto su un pomposo cartello — nell’Anno Domini 2011. Un’altra targa con le stelle gialle dell’Unione su campo azzurro certifica senza vergogna che il tutto è stato costruito con i fondi dell’Ue. Siamo lì, tristi davanti al gocciolio malato, la vasca vuota e il pantano che la circonda. Per chi ha sete, non c’è nulla di più blasfemo dell’incuria e dello spreco che riguarda il più prezioso degli elementi. Sembra di vederli, vescovi, politici e assessori, lì con la banda municipale il giorno dell’apertura del rubinetto. Che il diavolo se li porti.
Ma sì. Che ci facciamo qui, noi dell’Appia, a sperare che la vecchia strada possa rivivere! Avremo tutti contro. Mi sembra già di vederli. Archeologi e docenti universitari infastiditi per la nostra invasione di campo. Signori del cemento e dell’asfalto, padroni delle case e delle strade inutili. Contadini che negli ultimi quarant’anni hanno rimestato questa terra a profondità sempre maggiori, nascondendo i reperti antichi. Costruttori di pale eoliche, e con loro i sindaci, che non vogliono grane o limiti alla manomissione del territorio. E poi vescovi, e politici, e assessori, quelli che inaugurano fontane che non funzioneranno mai.
… Il gruppo intanto è cresciuto, effetto Forrest Gump. La discesa sull’Ofanto la affrontiamo in otto, in un caldo iracheno. Oltre a Sandra e Marco, ormai aggregati alla banda, ecco Giuseppe Dodaro da Catanzaro e Andrea Goltara da Venezia, due con la passione dei fiumi. Ci hanno beccato al volo, mollando l’auto in mezzo al grano. E noi si perde quota in un terreno ostico, spinoso, con la Statale 303, due-tre chilometri alla nostra sinistra, ridotta anch’essa a una gincana fra buche terrificanti. “Strada chiusa per frana” c’è scritto su un cartello. Ma non c’è nessunissima frana. Sono solo i mezzi pesanti che hanno impiantato i mostri dell’eolico, che se ne sono andati senza riparare i danni inferti alle viabilità della “res publica”.
Arriviamo sul fiume graffiati sulle braccia e le ginocchia, all’altezza del ponte chiamato Santa Venere, che poi sono tre ponti, di cui uno romano, ovviamente ridotto a pezzi nella boscaglia. Poco in là, la stazione di Rocchetta Sant’Antonio — un posto da vipere rimasto in uso solo alla Fiat di Melfi — polverosa e deserta, sudamericana, da Cent’anni di solitudine , con un burbero capostazione che impone la legge in mezzo a un abbandono planetario (“voi che fate là sui binari, non avete chiesto il permesso di filmare”). È lo stesso luogo da cui parte la narrazione di Capossela nel suo Paese dei coppoloni dedicato alle avite terre dell’Ofanto.
… Fu lì che Vinicio ci tese il terzo e fatale agguato. Fummo imbarcati sul camper e deportati a Calitri per un fine giornata segnato da un infernale codazzo di canti e libagioni. La mandria venne pigiata a forza in una caverna piena di prosciutti appesi, scavata nella pancia del paese, nella quale la “cumversazione” — simile al “filò” del Nord, ma con maggiore contenuto bacchico — si protrasse fino a notte fonda, in un vortice di canzoni d’amore e d’ingiuria, tarantelle e invettive, accompagnate uno stuolo di indigeni armati da fisarmoniche, violini e organetti.
La vita se la mangiavano a morsi, quelli lì. Golosamente. Ingollavano vino fresco e sputavano canti. Vinicio si insanguinò di braciole al pomodoro, Sandra giocò con le nacchere, Irene si buttò nel coro, il cieco Testadiuccello cantò come Ray Charles e ballò avvinghiato a una matrona (con le mani ci vedeva benissimo) e persino l’irsuto Ciriello si esibì in una taranta, dopo aver deposto sulla tavola un babà grande come un neonato. Poi fu il sonno profondo come una voragine.
(18-continua)

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