Africo

“L’eterno ritorno della questione meridionale” di Simonetta Fiori
Quella volta sulla ‘ndrangheta vinse Giulio Einaudi. E insieme a lui Corrado Stajano, l’autore di Africo , il libro che denunciava l’intreccio tra malaffare e degradazione sociale in un paesino della Calabria ionica. Dopo quasi quattro decenni la questione meridionale è ancora sulle prime pagine dei giornali. E fa bene il Saggiatore a riproporre in settembre un libro importante che non soltanto faceva luce sui conflitti di una comunità vittima della sopraffazione e dell’inganno, ma anche innovava radicalmente il genere saggistico mettendo insieme «storia politica, testimonianza, narrazione, documento, inchiesta», come scrive Giulio Bollati nella quarta di copertina. Africo non è il solo libro di Stajano che Luca Formenton ha acquisito nel proprio catalogo: anche Un eroe borghesee Patrie smarrite usciranno dal Saggiatore, in attesa che i diritti del Sovversivo ridiventino dell’autore.
Africo è il nome di un paese montano costretto nel 1951 da una frana a traslocare in riva al mare. Ma terra e acqua non sono la stessa cosa. E contadini e pastori non possono improvvisarsi marinai e pescatori. Una storia di sradicamento è quella di Africo tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, una storia di malessere sociale in cui si fa strada un parroco dalla faccia larga e il piglio sicuro, don Giovanni Stilo, artefice di una rete di intrigo e speculazione che finisce per avvolgere la comunità. La scuola privata che fabbrica diplomi a pagamento, le amicizie con la Dc, i rapporti con la mafia calabrese. Ma chi è don Stilo: un santo o un «boia», come qualcuno scrive sui muri? Un benefattore o un faccendiere, come denunciano i giornali di sinistra? Il libro di Stajano raccoglieva numerose testimonianze su quel «prete-sceriffo-governatore» e quando nel gennaio 1979 uscì da Einaudi divenne un caso nazionale. I democristiani di Africo lo liquidarono come deni-gratorio, anche il Pci si mostrò prudente. Ma a muovere ancor più le acque provvide lo stesso don Stilo, che querelò il libro perché «infamante» nei confronti dell’uomo e del sacerdote.
Nell’estate di quell’anno Stajano ed Einaudi si trovarono seduti vicini in un’aula del vecchio tribunale torinese. Non si trattava di un processo facile: molti testimoni, in Africo , erano senza nome, schermati dall’autore perché avrebbero potuto rischiare la vita. E altri dibattimenti, voluti sempre da don Stilo, si erano risolti a favore del “prete padrone”. Ma quella volta decisiva si rivelò la deposizione del presidente del tribunale di Locri, che tenne una meticolosa lezione sulla ‘ndragheta. Il quadro di corruzione delineato da Stajano ne risultava confermato. Autore ed editore furono assolti con formula piena.
Una storia del passato? La ‘ndrangheta non è più quella descritta dal libro, avendo affinato in questi decenni i criteri di selezione dei suoi quadri. Ma i nomi di alcuni di quegli africoti risuonano nei processi di oggi, figli e nipoti di una dinastia che non accenna a estinguersi.

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