Perché leggiamo? Perché scriviamo? una bella riflessione di Christian Raimo

Tra profilo pubblico e vita privata resta la letteratura
 
CHRISTIAN RAIMO
Quando si parla di letteratura, spesso gli scrittori — soprattutto quelli dai trent’anni in su, gli immigrati digitali — tendono a essere nostalgici: vuoi mettere il piacere dell’odore della carta delle vecchie edizioni!, ah quel tempo in cui i dibattiti su un romanzo avevano un grande respiro!, e te lo ricordi quando si leggevano classici russi ad ogni angolo del parco…
Poi a un certo punto è arrivato internet — leggi: Facebook — e niente è rimasto più lo stesso. Tutti hanno sempre in mano uno smartphone invece di un libro, bellissimi romanzi marciscono nei reparti polverosi di librerie sull’orlo del tracollo, nessuno riesce a concentrarsi per più di un paio di frasi di un racconto. Questo tipo di lamentazione è ormai un genere per gli scrittori della mia generazione: funziona negli incontri nelle scuole, negli editoriali sui giornali, nelle cene ai festival letterari, nei saggi di Jonathan Franzen. Ognuno ha gioco facile nel partire dalla propria esperienza personale di scrittore e lettore vecchia maniera (serio, novecentesco, edificante) e ricavarne una buona dottrina per brontolare sull’epoca senz’anima che stiamo attraversando.
È complicato rispondere a questo tipo di interventi, per un semplice motivo: mettono troppa carne al fuoco. Con il pretesto dell’essere sinceri fino in fondo e con il ricatto morale del difendere qualcosa di evidentemente prezioso, aumentano la confusione, eludono temi rilevanti, e fingono di consolarci.
Proviamo invece a fare ordine. 1) I processi di lettura stanno cambiando; questo implica una trasformazione non soltanto sociologica ma addirittura cognitiva — per questo andrebbero letti e studiati saggi di neuroscienza in merito (in Italia è stato tradotto e scritto pochissimo; i testi sulla lettura sono spesso approssimativi e pieni di imprecisioni; le eccezioni — Solimine, Darnton, Gazoia, Roncaglia, Marchetta… — non hanno avuto l’attenzione meritata). 2) Gli scrittori possono fare sempre meno finta di non sapere che il loro lavoro è il prodotto di un’industria culturale che ha le sue regole, spesso sempre più feroci: basta leggere il New York Times su Amazon di questi ultimi giorni per rendersene conto. 3) Quel welfare culturale che ha consentito la crescita della comunità di lettori nel Novecento — scuola, università, biblioteche… — oggi viene minato e definanziato, soprattutto non vengono pensate forme di educazione alla lettura strutturali (ore dedicate in classe, riqualificazione delle biblioteche scolastiche…). 4) I reading, i festival, le presentazioni spesso sono il tentativo di arginare la crisi di un’editoria che scarica sugli autori il rischio imprenditoriale (esattamente come è avvenuto dieci anni prima nell’industria musicale) — gli autori più intelligenti, vedi Wu Ming, Paolo Nori, Tiziano Scarpa in Italia, hanno compreso questa tendenza prima di altri e hanno pensato che il ruolo dell’autore potesse anche non ridursi a imbarazzati tour promozionali, ma ripensare l’inevitabile dimensione pubblica in consapevoli performance artistiche…
Quest’ultimo aspetto ci rivela una verità che solo il più ingenuo degli intellettuali ancora non riconosce: oggi è inevitabile che chiunque — anche chi non è famoso — è chiamato a gestire (organizzare, proteggere) una sua identità privata e una sua identità pubblica (i suoi profili social, la sua presenza mediatica). Tenerle separate è una competenza che dobbiamo ritenere indispensabile. Educarsi e educare a questo un compito centrale per gli adulti del prossimo futuro.
Ma c’è una cosa su cui possiamo ragionare anche senza chiamare in causa questioni teoriche più complesse. Cosa cerchiamo quando leggiamo o quando scriviamo un libro? Cosa pretendiamo da quell’esperienza che ci vede — in modo solitario, certo — di fronte a una pagina scritta o a una fluida pagina bianca? Aspiriamo a una dimensione diversa più silenziosa, più riflessiva, più rischiosa, più intima. Un tempo rallentato che renda possibili trasformazioni emotive profonde: l’accesso a una parte di noi spesso dimenticata. Scrivere o leggere letteratura, fosse anche dieci minuti al giorno prima di addormentarsi — lo sa bene chi la pratica come abitudine — è un’esperienza così potente e trasfigurante che siamo disposti a preferirla a piaceri più rapidi, ad attività più proficue, a conoscenze apparentemente più utili. Se ci facciamo caso, si tratta semplicemente di intrattenere una relazione intensa e personale con qualcuno che non conosciamo di persona. Perciò nessuno è realmente disposto a rinunciarci.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...