Alla ricerca dell’Appia perduta/20 “Nella patria di Orazio sulle note di Vinicio” di Paolo Rumiz

MELFI. Notte serica, immobile, liquida. Un grande silenzio sul frumento lunare, sul vulcano spento del Vulture, sul maniero di Federico II, sui selciati traslucidi della città medievale. Silenzio sulla nostra strada, che si ridistende dopo le curve irpine e ritrova la direzione di partenza — Est-Sud-Est — verso le terre del Metaponto, Taranto e lo Jonio. Non un rumore sulla via di Appio Claudio il cieco, che naviga in uno strano plenilunio senza abbaiare di cani, senza grilli o chicchirichì nelle masserie; senza canto di ubriachi, senza passaggio di treni o di camion, da qualche parte, lontano.
Perfino Alex non russa, nel suo letto; forse fiuta come un cane la vicinanza della Puglia dove è nato. All’hotel I due pini accanto alla stazione dormono tutti, come sotto anestesia. Riccardo, calmo come sempre, concentrato sul suo respiro. Irene, abbracciata al cuscino accanto allo zaino pronto per l’indomani. Marco, a pancia all’aria, ieratico come la mummia di un faraone. Maria Grazia, la compagna di Alex, appena arrivata dal Nord, spalmata sul materasso a testa in giù.
Dorme anche Vinicio. È arrivato a notte fonda, dopo un concerto, per seguirci con Michaela fino a Venosa, la città di Orazio. Tenero, il Capossela. Pare un batuffolone arruffato. Accanto a lui sonnecchia una bottiglia di Aglianico con la scritta “Nocte” — vendemmiato nel buio senza luna, come in un rito pagano — che l’albergatore Felice Mallano ci ha regalato per buon augurio. A Nord-Est, verso l’Apulia, una costellazione di luci rosse indica i parchi eolici del tavoliere come un’immensa discoteca senza voce. Tutti sentiamo che il viaggio sta entrando in un mondo nuovo, desertico e rupestre.
… Sotto il sole spietato del Sud, non c’è niente di più erotico dell’accoppiamento delle lucertole. Chiamarlo amplesso è riduttivo. La femmina (ma è davvero tale?) si divincola, il maschio la rovescia, le si appiccica, la tira con i denti per la coda, carambola su se stesso, entrambi ignari di noi che guardiamo incantati quel Kamasutra. Ma è tutta la Basilicata a serpeggiare di amplessi tra rettili e serpenti. È la stagione. Le bisce sono ancora più spinte nel gioco; puoi prenderle in mano e non smettono. Ne troviamo due sotto un gelso. Si intrecciano, si avviluppano, soffiano, si staccano per cercarsi nuovamente e riprendersi tra le more spiaccicate sul terreno.
Caro Vinicio: pare un cucciolo di uccello notturno strappato al nido e obbligato dagli umani ad affrontare la violenza della luce meridiana.
In un odore acre di stoppie bruciate, fra cardi ciclamino e aglio selvatico color vinaccia, il viaggio s’è fatto carovaniero. Si riduce alla linea più breve fra due fontane o due intervalli d’ombra, un pioppeto o un boschetto di roverelle, dove è obbligatorio far provvista di frescura. L’Appia coincide spesso con strade provinciali vuote e silenziose, sotto un rotear di rapaci, e il nostro andare si fa sempre meno romano, per diventare greco, peripatetico, segnato da un brusio continuo di conversazione. Vinicio e Marco discettano di Gesù; il quale — scherziamo — parrebbe si sia fermato a Eboli semplicemente perché gli zingari, ineguagliabili mercanti di quadrupedi, gli rubarono la mula.
A cinque chilometri da Venosa, l’Appia diventa una fila di vecchi pali del telefono in un impluvio segnato dai paracarri illeggibili di una strada divorata dalla sterpaglia.
L’immagine di quest’ultima metamorfosi della via è superba, forse la migliore del viaggio. A sinistra uno spuntone di tufo immerso in un mare di grano insanguinato di papaveri. A destra un campo di maggese con al centro un grandioso rudere in calcestruzzo di matrice romana. In mezzo a tutto questo, nel vento forte, noi che marciamo stile Indiana Jones, la vegetazione fino al petto.
… Alle porte di Venosa, verso le 15, al grido di “Carpe diem”, è la resa totale davanti al bar I Briganti, dove inventiamo una merenda a base di birra, pizze, peperoni alla piastra e citazioni di Orazio. Il figlio del proprietario, Rocco, 21 anni, cravatta gialla su camicia viola, ci dice che vorrebbe vivere qui, perché la città è bella e c’è tanto da valorizzare — la fama del Poeta che chiama gli stranieri, il vino e il pane buono, il
certamen fra latinisti di tutt’Europa — ma la politica condanna il Sud a un ruolo di eterna periferia. «Ci hanno tolto l’ospedale, che funzionava all’italiana, ma funzionava, e oggi per qualsiasi noia ci tocca andare a Melfi».
Dopo lo scampanio del vespro, Vinicio suona Pena dell’anima al pianoforte scordato dell’hotel, poi ci lascia per tornare un po’ triste a Calitri con Michaela. Ma ecco che da Melfi viene a trovarci lo scrittore Raffaele Nigro, distinto come un baronetto inglese, argenteo e carismatico, per incantarci ancora, dopo averci già regalato la lettura de I fuochi del Basento .
Ci interroga. La fontana di Albero in Piano l’avete vista, di fianco all’Appia? E la Fons Bandusiae, più limpida del vetro? E il sarcofago di Melfi?
Che meraviglia questa terra raccontata da don Raffaele,davanti a un bicchiere di bianco freddo e un piatto di taralli. «La Puglia e la Sicilia si fanno grandi col passato normanno, ma fu qui il primo approdo degli uomini del Nord».
Qui le loro chiese e i bastioni come Pietrapertosa o Santa Maria di Anglona. Qui il mito di Federico di Svevia, i suoi boschi, la caccia col falcone. «Gli Aragonesi ci trattarono come fossimo indios, i Borboni videro solo Napoli e Palermo, e lo stesso fecero i viaggiatori del Grand Tour. Federico invece è l’ultimo uomo del Nord che ha creduto in queste terre. incarna la nostalgia di un potere non predatorio. Per questo il suo mito non muore».

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