Alla ricerca dell’Appia perduta/21 “Scirocco e masserie nel deserto del Tavoliere” di Paolo Rumiz

Schermata 2015-08-25 alle 06.35.06
Dopo Venosa è solo il vento che detta la storia. Spazio messicano, di radiatori in agonia. Italia del latifondo, prosciugata da secoli di scirocco e ora dall’agricoltura chimica. Il tavoliere che fu percorso da milioni di pecore si desertifica, ma anche per gli umani la demografia è catastrofica. Le masserie indicate sulle mappe Igm sono quasi tutte abbandonate, dimore dei venti. Un’auto la vedi a chilometri per la polvere che solleva e l’andare a piedi diventa esperienza onirica. Le suole delle scarpe si risucchiano tutta l’ombra e noi stessi siamo fantasmi meridiani.
E l’Appia? Tutti ne parlano, ma nessuno sa dov’è. Si è dissolta nel largo tratturo tarantino, anch’essa fantasma nei campi della grande sete. Forse ne è rimasto solo il nome. O forse è solo il nostro sogno che esiste. Caldo bestia già alle nove del mattino. Ma chi ce l’ha fatto fare di lasciare Venosa, le fontane coi leoni in pietra, i valloni popolati di rane e la frescura dei bar? Mitica città, profumata di pasta fritta e cime di rapa, fiera della sua storia, nobile di selciati e busti romani affacciati alle mura medievali. «A chi appartiene Orazio?» chiedeva ieri sera Marco Ciriello alla gente. E loro, senza esitare: «A noi appartiene. È cosa nostra».
… «Laudata sii sorella acqua» mormora Irene sotto un ponte, immergendo i piedi nel torrente Fiumarello, tra girini, libellule e frusciare di pioppi. Qui è come per i Tuareg. È l’acqua che determina la strada. Per chilometri resta fata morgana, poi improvvisamente si incarna, canta, disseta, diventa alma mater generosa. Sotto Palazzo San Gervasio assume il volto taumaturgico di un fontanone in pietra con sei ugelli a forma di seno di donna, e lo sgorgare ininterrotto ti sazia già dal gorgogliare cristallino della vasca.
Palazzo San Gervasio è già Grecia. La biancheria stesa si asciuga anche di notte e la vita inizia dopo le 17. Ma appena il paese esce dal letargo, tutta l’attività si concentra nelle ore serali, languide e frenetiche, quando si sveglia il profumo del ragù, speziato in un modo sconosciuto a noi del Nord, e iniziano i preparativi per qualche festa. Quando arriviamo, tocca a Sant’Antonio e alla sagra dei cibi Arbresh, gli albanesi della zona. Ieri era il culto pagano della fascinazione, del malocchio e della iettatura. Oggi, crocchi di querule matrone, sedute a bordo strada, riempiono ceste con petali di ginestra per la ricorrenza dell’Infiorata, e poco in là un’accolita di allegre parche nerovestite lavora all’uncinetto augurandoci buona strada.
Dopo Palazzo San Gervasio inizia il grande nulla. Fino a Gravina di Puglia nemmeno un posto dove dormire. Quaranta chilometri di deserto. Ogni tanto, un crocicchio con cartelli trionfalistici del Consorzio delle acque che “dopo trent’anni irrigherà le vostre terre”. Oltre un mare di pecore nell’erba magra, un uomo grifagno dalla camicia immacolata a bordo strada richiama i cani e ci fa un saluto. Conosce l’Appia, i suoi vecchi gliene hanno parlato. Ha baffi, capelli grigi pieni di vento, portamento nobile. E pure un bel nome, Mario Paradiso.
«Qui fanno mille lavori per i bacini, ma l’acqua non c’è e non ci sarà mai. Io ci dico: tutto sto business che lo state a fare? Finirà come la diga di Genzano, che si sono fregati i soldi… tutto un magna magna… E intanto la gente soffre per le cazzate dello Stato».
Eh già, qui lo Stato è l’uomo in divisa che viene a multarti come un criminale perché hai i letamai pieni o perché una pecora ha perso il contrassegno all’orecchio. E tu hai un bel dirgli, allo Stato, che dentro i tuoi terreni non fai male a nessuno e la lana delle tue bestie è invendibile perché i neozelandesi fanno concorrenza sleale. E poi ti tocca pure pagare per smaltirla, la lana, perché bruciarla è proibito.«Qua ci sarebbe lavoro per tutti – si scalda Paradiso – ma ti costringono a emigrare. Mio nonno ha dovuto andarsene anche lui, poi è fallito due volte, eppure ha lavorato sempre come un cane, anche a costo di prendere il terreno in affitto».
«Papà, statte calmo» gli dice un giovane che l’accompagna.
«I figli mi chiedono sempre se il Sud si riprenderà, e io gli dico di no, qui più che pane e cipolla non spremi. Loro stanno bene, ma perché hanno imparato a lavorare da piccoli. Ma tanti altri continuano a pesare su mamma e papà che li mantengono al bar».
Noi: «Guardi che al Nord è la stessa cosa. Giovani allo sbando tra playstation e aperitivi».
Mario fa un lungo sospiro e dice: «Che il Signore vi accompagni, sono commosso di avervi incontrato». Ha gli occhi umidi, e la stretta delle sue mani riassume il meglio del Sud.
… Di sera masseria Tripputi si popola di pipistrelli, tra campi di lino azzurro, grano duro e favino. Collocata quasi al confine della Puglia, è una delle poche sopravvissute alla desertificazione e concentra in sé tutta la ricchezza di un mondo perduto. La parte abitativa è ridotta, monacale, rispetto alla potenza di quella produttiva, dalle mura larghe da bunker.
I Tripputi ci lavorano da un secolo, e Sebastiano, l’ultimo proprietario, racconta che «una volta qui abitavano fino a 150 persone, e il nonno poteva contare su una trentina di operai fissi. Oggi è arrivato il tempo dei mezzi meccanici e degli aiuti comunitari». Tempi in cui il figlio, che lavorava in un grande albergo di Roma, è stato licenziato per via della crisi, e ora col padre cura l’orto di fave, ceci e lenticchie.
Saliamo sul Monte Serico, col solitario castello di Federico, fantastica balconata sulle Murge. In cima tira un vento arido che pare il Ghibli. «Mio padre diceva che da quassù si vedeva lo Jonio». E per un attimo pare di vederlo anche a noi, il lampo blu.
Schermata 2015-08-25 alle 06.37.18

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...