Alla ricerca dell’Appia perduta/22 “A Gravina dove la Puglia si fa un po’ Arizona”

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L'archeologa Sandra Lo Pilato
L’archeologa Sandra Lo Pilato
Sandra  l’archeologa si presenta di buon mattino carica di allegria e frutti della terra per riprendere con noi la strada delle Puglie. Come Cerere, depone ai nostri piedi pomidori, pane, albicocche e formaggi irpini destinati alla sopravvivenza della compagnia, poi inizia con noi la danza leggera sulla via che porta a Gravina oltre la diga del Basentello. La strada, asfaltata, è letteralmente a pezzi e non ci passa anima viva. Intorno, segnaletica arrugginita o impallinata dai cacciatori. Sopra di noi, un cielo improvvisamente grigio di temporali erranti che conferisce al lago e ai valloni i colori delle Highlands scozzesi.
È da cento chilometri che camminiamo in prevalenza su strade con accesso vietato alle auto o intransitabili per le troppe buche. In Basilicata e Puglia si asfalta tutto, maniacalmente, anche i sentieri tra i campi, anche ciò che rimane della vecchia Appia, ma la manutenzione è così scandalosa che in breve anche le provinciali ridiventano carrarecce e mulattiere, e vengono involontariamente restituite al camminatore. Ah, restituire al mondo le vie romane mangiate dai campi e dal cemento. Lo chiese anche Tonino Guerra, morendo, nei suoi “progetti sospesi” lasciati in testamento.
… Vano è cercare qualcosa di romano dopo Venosa. Nei centri abitati, la geometria dell’angolo retto è stata completamente cancellata dal labirinto medievale. Hai il segno longobardo e normanno nell’architettura, gli agrumeti e i mandorli degli arabi, le tombe degli ebrei, ma non Roma. Nell’aria, in compenso, un preludio di Grecia, percepibile nella musica della lingua e dei cognomi, nelle calce bianchissima delle masserie, nella leggenda di Taranto e negli orti metapontini, per non parlare dei muretti a secco e delle donne in nero, dei capannelli degli uomini con le mani dietro la schiena, o dei canti di chiesa fatti più per archimandriti che per parroci. Noi stessi diventiamo greci: Riccardo dai piedi alati è per forza di cose Mercurio, Alex che altro può essere se non il possente Efesto, Sandra incarna Demetra dea delle messi, Marco il peripatetico Ciriello diventa Socrate e il sottoscritto una specie di Diogene alla ricerca dell’uomo. Solo Irene non muta, che ha già il nome greco della pace che le sta a pennello. Di conseguenza, sotto il costone pietroso delle Murge, di romano non è rimasto altro che la Linea, la nostra via, priva di zavorre archeologiche, che galoppa criniera al vento come i cavalli di Massafra su un’onda lunga di messi giallo-oro, fratturata ogni tanto da spettacolari gravine.
Perché questa clamorosa assenza? È da quando siamo entrati nel mondo dei Sanniti, che mi chiedo se Roma abbia mai davvero penetrato le loro terre, e se la stessa estraneità non si sia instaurata con i successivi dominatori, Italia unita inclusa. La logica del rettilineo ha senso strategico e commerciale, è fatta per sorvolare e attraversare in fretta, non per conoscere, e così ti chiedi se la distanza abissale che esiste ancora in Italia fra i grandi flussi di traffico e luoghi della memoria non sia nata allora. Perché le nostre autostrade snobbano i microcosmi di cui è ricco il Paese e ignorano la viabilità minore? Perché in Germania o Francia, al contrario, la segnaletica ostenta un rapporto intimo col territorio? Forse, duemila anni fa, i popoli italici hanno guardato al rettilineo romano con la stessa ostilità con cui noi guardiamo oggi alle pale eoliche.
… Sull’orlo del precipizio che le dà il nome, Gravina di Puglia sbuca in fondo a una spianata stepposa tipo Arizona. Il contrasto fra la luce della città e l’ombra del burrone è impressionante. A prima vista pare Mostar, col ponte antico sulla Neretva. In realtà è un’altra storia: lì hai una passerella a schiena d’asino, qui un acquedotto transitabile, fatto ad arco rovesciato per uno strano gioco di vasi comunicanti utile a collegare due sorgenti, chiamate San Giacomo e Sant’Angelo. Ma quello che fa la vera differenza è che Gravina è una città in negativo: scavata nella pancia del tufo più che costruita attraverso muri maestri.
È su quel ponte che, come i bravi del Manzoni o i Dioscuri della storia greca, ci aspettano due giovani amici di Raffaele Nigro, ansiosi di accompagnarci nel dedalo di grotte, balaustre, chiese rupestri e cantine che scolpiscono la voragine sui due lati. Hanno nomi che promettono bene — Vito Nicefalo e Pino Navedoro, operatore culturale il primo, pittore il secondo — e conoscono a menadito la città stratificata dei vivi e dei morti. «Quando passo accanto alla collina piena di necropoli greche, chiamata Botromagno, la sera sento le voci, vedo fiaccole alle finestre», dice Pino, ricordando che «Gravina è luogo di abitazione e di culto ininterrottamente da prima diCristo». «Mio nonno disse che una notte aveva udito urla umane e un rombo di carri e cavalli al galoppo. Era corso dal parroco a raccontare la visione e quello gli aveva dato alcune effigi benedette per proteggersi dai demoni. Ebbene, pochi giorni dopo, proprio in quel luogo, furono trovate due tombe greche, e nessuno tolse al nonno l’idea che le grida fossero uscite da quella finestra sull’Ade». Nel punto d’uscita del torrente, ai piedi della forra, dove probabilmente passava la via Appia, c’è una spianata detta Terrasanta, così chiamata perché vi furono sepolti i morti di spagnola alla fine della Grande Guerra. «Da bambini — raccontano i Dioscuri — ci giocavamo a calcio e saltavano fuori le ossa. Questa intimità con la morte è tremendamente greca. Qui, se vuoi pungere qualcuno, devi attaccare i suoi defunti». È agli avi che appartiene il Sud. Li mortacci tua.
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Disegno di Riccardo Mannelli

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