Alla ricerca dell’Appia perduta/24 “Il miraggio di un albergo tra i nascondigli dei briganti” di Paolo Rumiz

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CAMMINA cammina, i nostri eroi finirono davanti a una muraglia invalicabile. Ahi, quanti ostacoli sulla loro strada. Presente nel mito, visibile sulle mappe e segnata dal tratturo tarantino, in Apulia l’Appia era ignorata dai borgomastri e dai loro tirapiedi, che apertamente se ne fottevano. A valle di Altamura, in località Maccaronaro, essa era addirittura sbarrata da un immenso svincolo (Statale 99) che anziché facilitare l’incrocio, obbligava i viandanti a un’esasperante ricerca di un varco. Essi provarono e riprovarono finché, esasperati, decisero di ignorare i divieti, scavalcare le recinzioni, rimontare terrapieni e camminare contromano come lagunari. Alla malora. Un trasloco abusivo in piena regola.
Ma il peggio venne dopo, quando la Linea magica divenne stradaccia senz’alberi costeggiata da cave di tufo, poi tratturo in abbandono fra masserie distrutte, poi bancata di calcare segnata da tracce antiche di carri, poi una serie di aperti campi di grano a piedi della Murgia chiamata Catena. Tutto questo solo per sboccare in una carrareccia costeggiata da un fiumiciattolo puzzolente di nome Jesce, fogna a cielo aperto che — si scoprì dalle mappe — dieci chilometri più in là finiva dritto nella spettacolare gravina di Matera, città rupestre destinata a essere capitale europea delle cultura. Il re spesso è nudo. Ma se ne accorge solo il rompiscatole che va a piedi.
Poi la Puglia si riscattò, con mandorli, cicale, chioccioline sul finocchietto, profumo di elicriso, alberi carichi di ciliege che è peccato mortale non rubacchiare anche se sopra c’è scritto «Attenti veleno». Ma l’italica incuria era sempre dietro l’angolo, con l’immensa, storica masseria Viglione che apparve all’incrocio di cinque strade, citata dai viaggiatori per saecula saeculorum, solitaria in una luce violenta che spinge a parlare a bassa voce, un monumento alla storia di una regione intera, ma egualmente stuprata da vetri rotti, porte sfondate e il vento che rotola cartacce nei corridoi.
… La Puglia ha la più alta densità mondiale di bed & breakfast e, anche se sul suo percorso non ne trova, il pedone avrà sempre qualcuno disposto a raccattarlo con un mezzo di trasporto. A due giorni di cammino da Taranto è Liliana Dell’Aquila (qui tutti hanno dei gran bei cognomi) che ci soccorre sullo stradone con un sorriso che incanta, per portarci tutti a far tappa a Laterza in un paesaggio rupestre che la sera ti porta via l’anima, e soprattutto per condurci il mattino seguente sul bordo di una solitaria, profonda gravina in una magnifica luce radente, in mezzo a un gracidar di rane che pare colonna sonora di una fiaba di Esopo.
«D’inverno qui c’è una bella corrente fragorosa» evoca la giovane padrona di casa sull’orlo del precipizio carico di macchia mediterranea e percorso da tranquille vacche podoliche. «Da qui a Matera — racconta — tutto il territorio è crivellato, percorso da forre e nascondigli che sono stati terreno d’elezione di monaci e briganti ». Rieccoci a quell’incontro tra sacro e profano che, insieme al nesso più forte che altrove fra cristianità e paganesimo, appare la miglior cifra interpretativa del nostro Sud.
… «Ma basta, Paolo, con questo tuo viaggiare senza fine, io sogno di vederti raccontare la tua casa, la tua camera da letto, le ricette della tua cucina. Datti pace». La nuova tentazione di Sant’Antonio si materializza nella prece di un amico che (anche se nella veste del tentatore) Antonio si chiama per davvero e che, pur essendo notoriamente il migliore amico che ho in terra di Puglia, rifiuta di essere citato per cognome. Si materializza in automobile dalle parti di Castellaneta, guidando alla garibaldina con giubbotto mimetico, in località masseria Del Vecchio, annunciato dal tuono dei jet in decollo dalla base Nato di Gioia del Colle, dopo un lungo e complicato approccio telefonico reso ancor più complicato dal nostro andare per sentieri.
In realtà, Antonio ci invidia. Vedendoci far picnic sotto un magnifico filare di tigli, vorrebbe strapparsi di dosso almeno venti degli ottanta e passa anni che si porta dietro, per mettersi in viaggio con la banda dell’Appia antica. Sarebbe, anche per noi, un gran bell’andare, visto che il nostro è un pirata dalle mille vite e dalla capacità affabulatoria illimitata. Ma gli acciacchi si mettono di mezzo, e il viaggio deve per forza di cose diventare ciò per cui è stato fatto: narrazione. E così il vecchio tentatore, l’uomo che è stato pescatore, violoncellista, contadino, maestro d’ascia, libraio e altro ancora, inizia a evocare le sue terre di eremitaggi e banditi in mezzo al frastuono delle cicale, mentre il vento rimanda l’eco dei nomi di luogo. Acquaviva, Gioia del Colle, Masseria Tafuri, Malvezzi, Fradiavolo, Lama di Monte. Una meraviglia.

Succede alle 14.12. Prima un serpentello nero (un altro demone travestito?) ci attraversa la strada, poi, in fondo a una discesa, oltre una distesa di agrumeti, appare una striscia cobalto. Tuffo al cuore: è lo Jonio, il più greco dei mari. E, poco a sinistra, sotto una massa di nubi portatrici di pioggia, un’altra visione. Una fumante cresta dentata, come quella di un drago, trapassata dai fulmini, immensa eppur lontanissima. L’Ilva.
Tuona a distanza e fa un caldo tremendo. Ci fermiamo all’ombra — minima — di una centralina dell’Enel, e lì il temporale arriva, preceduto da un vento da tregenda. Scrosci, tuoni e fulmini, odore di erba bruciata e pozzanghere. La temperatura cala in un attimo a 18 gradi. Poi torna il sole e tutta l’Apulia svapora, fuma, in uno svolìo di mosche tarantine inferocite. Ormai si viaggia in discesa.
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