Alla ricerca dell’Appia perduta/25 ” In trappola davanti all’Ilva tra sterpaglie e guard rail” di Paolo Rumiz

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L’Ilva di Taranto ci aspettava, fauci spalancate, in fondo alla nostra strada. Lo sentivamo, nella notte, il drago che dormicchiava sornione. Si era disteso apposta sul cammino dell’Appia antica col corpo smisurato, la cresta fumante trapassata dai fulmini e la pancia abitata dal fuoco perenne. Tra noi e la città dello Jonio era quello l’ultimo ostacolo. Un passaggio obbligato, sui ponti delle fiabe. Le mappe antiche dicevano che avremmo potuto deviare, ma ogni altra soluzione sarebbe stata un ripiego, una sconfitta, un tradimento. Come se non bastasse, il meteo non annunciava buono. E noi ci preparavamo, inquieti, all’incontro fatale.

La sera della vigilia, a Palagiano, fu dolce e ingannatrice. Dopo il nubifragio l’aria si era fatta straordinariamente leggera sul Metaponto, come accade fra un temporale e l’altro. In uno svolìo di rondini, tutto il paese era per strada con sedie davanti agli usci di casa, ai tavoli dei bar, sulle panchine, o in piedi, in crocchi di uomini adulti dalle mani grosse da contadini incrociate dietro la schiena. Il Sud non è terra di case di riposo. I vecchi erano tutti fuori, si scambiavano saluti vocalici greci, tipo “Eù” o “Aè”, ben diversi dagli “Iee” e “Iaa” della Campania tirrenica. I serbatoi d’acqua sui tetti parlavano di una sete atavica, le strade erano piene di biciclette, le verdure nei negozi costavano un terzo che al Nord, e adolescenti impacciati bighellonavano con cappellini da baseball alla rovescia e acconciature americane.
… Avevamo bisogno di un mago, decisamente. E il mago apparve, chiamato dalla Strada. Aveva saputo di noi per un passaparola partito da lontano, un’altra volta da Melfi, da quel Raffaele Nigro che ci proteggeva come un nume tutelare. Era uno di quei gentiluomini di rara cultura e modestia che solo il Sud sa generare. A 85 anni emanava l’entusiasmo di un ragazzo. Asciutto e frugale, barbetta caprina, parlava di archeologia come un libro stampato e conosceva il terreno come pochi. I notabili di Mottola, Massafra, Palagiano e Palagianello guardavano a lui come a un vanto e lo chiamavano “ il Professore”. Roberto Caprara era il suo nome, e quella sera, davanti a una pizza fumante, fu lui a darci la chiave dell’ultimo pezzo della nostra strada.
Disse: nel tratto dopo Benevento la mitica “Numero uno” scompare rapidamente, sostituita da itinerari più adriatici, più filanti, fino a essere rimpiazzata dall’Appia Traiana. Nel quarto secolo arriva la crisi finanziaria dell’Impero e il vecchio percorso decade per assenza di manutenzione per poi impaludarsi prima del settimo secolo a causa di un bradisismo che fa inclinare l’Italia verso Ovest. Chi da Taranto vuole raggiungere Napoli deve scegliere strade più collinari, deviando a destra per Mottola e poi a sinistra per Matera. Un’allungatoia pazzesca rispetto al rettilineo originale. E poi c’è la storia dei cavalli di Massafra, quotatissimi alla corte di Napoli, i quali, secondo un documento del 1264, trottano fino al cospetto del re zigzagando per strade tortuose fino a Melfi e Avellino lungo la dorsale del Formicoso.
A quel punto il Mago della storia antica aprì la copia anastatica di un testo settecentesco — “ La via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi” di Francesco Maria Pratilli — e ne lesse alcune parti. “Lasciando Castellaneta, scendeva l’Appia per circa un miglio e mezzo nel luogo che chiamasi Petto di Lepore verso l’osteria detta il Pagliarone, appartenente al principe di Acquaviva, e distante miglia sei da Candile. Di lì incamminasi verso la terra di Palagiano posseduta dal duca di Martina, Caracciolo”. Avevamo i brividi. Lui chiuse il librone e disse: «Vedete, dopo il Pratilli più nessun archeologo ha rifatto l’Appia a piedi. Voi sì, avete messo la strada sotto le scarpe, e ora potete parlare a ragion veduta. Io stesso non ho mai scritto un rigo senza aver consumato le suole».
… Partimmo sotto uno svincolo, accompagnati da un branco di cani coperti di zecche. Ma la campagna teneva duro, rispondeva alla diossina dell’Ilva con un commovente fervore di pompe, decespugliatori e trattori in movimento. Pelli squamate di serpente e neri tubi sottili per l’irrigazione fischiavano come cobra sotto gli ulivi. Gli agrumeti erano protetti dai veleni da immensi teli funebri squarciati dal vento e verso Taranto la polvere sotto nubi enormi esprimeva tonalità inaudite: malva, zolfo, terra di Siena e ciclamino. Un tipo passando in trattore ci filmò con lo smartphone. Un bruco giallo rosso e verde ci attraversò la strada, io ci misi sotto la mappa e lui imboccò la strada giusta.
Il drago, sempre più vicino, induceva intanto a foschi pensieri. Tàranto, pensavo tra me. E se si dicesse Tarànto, come taranta, come tarantola, il ragno della malora? Passò un contadino, era stato operaio dell’Ilva anche lui. Antonio Lisi da Massafra. Disse: io sputo ancora rosso quando mi vien la tosse. Soffro di bronchite. Qui ci hanno accoppato due volte. Prima con l’Ilva e oggi con i frutti avvelenati della campagna. La diossina? Dipende dal vento. Una cosa è con lo scirocco, altra cosa col maestrale. Come arrivare alla ferriera? Seguite l’asmalt. Che roba è? L’asmalt, l’asmalt, insistette quasi gridando, e ci mostrò l’asfalto sotto le suole.
Ma ormai era saltato tutto, nemmeno la mappa ci serviva più a niente. Eravamo in trappola, in mezzo a un intrico di guard rail, persi in un deserto di sterpaglia, con a destra la Statale Jonica, a sinistra la Statale 7, e davanti la torre del drago circondata di tubi e squame di lamiera che il vento forte faceva tuonare sotto nubi a forma di incudine.
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