“Dolcini il grafico condotto” di Michele Smargiassi

DOMENICALE
Inventò la “grafica di pubblica utilità” che con lui divenne una professione, una disciplina e perfino un movimento culturale. Finalmente riconosciuto
Dolcini il grafico condotto
MICHELE SMARGIASSI
IPIDOCCHI? SÌ, ANCHE I PIDOCCHI. PROVATECI VOI, A “VENDERE” PIDOCCHI. Cioè, a fare pubblicità alla profilassi contro i pidocchi, si capisce: ma non cambia molto. Ah certo, i creativi delle grandi agenzie sono riusciti a rendere desiderabile la carta igienica e sexy i pannolini per signora; ma lavorare sui pidocchi, credete, è davvero dura. Massimo Dolcini però sapeva che anche questo era compito suo, così come “vendere” iscrizioni all’asilo, screening sanitari contro il tumore al seno, centri estivi per anziani, entusiasmanti convegni sulle “Prospettive di recupero dei centri collinari”. E in fondo si divertiva a farlo: basta guardare i suoi manifesti (adesso li trovate tutti insieme esposti in una grande mostra a Fano, ed è una festa per gli occhi). Se il nome di Dolcini, scomparso dieci anni fa, non vi suona all’orecchio come quelli dei grandi grafici al cui fianco è degno di stare, Albe Steiner, Bob Noorda, Bruno Munari, Armando Testa, Antonio Boggeri, c’è un motivo. Lui scelse di vivere, e di lavorare, in una città di provincia: Pesaro. Non per snobismo, non per pigrizia, ma per coerenza professionale, idea- le, etica. Il simbolo della sua agenzia, Fuorischema, era una X, che però nel suo caso si legge “per”: Dolcini voleva lavorare
per una comunità, per un territorio che potesse conoscere di persona, come un medico condotto. E proprio così si definì un giorno,“grafico condotto”, con la stessa dolce ironia che metteva nei suoi poster. Ma il ruolo che inventò per sé fu in realtà di un intellettuale al servizio della comunicazione pubblica. Se non il primo (il pioniere fu Steiner, che di Dolcini era stato insegnante al Corso Superiore di Arti Grafiche di Urbino, oggi Isia, con il suo famoso lavoro del 1970 sull’immagine coordinata del comune di Urbino, appunto), fu sicuramente il più integrale e coerente, un caposcuola: con lui, la “grafica di pubblica utilità” divenne una disciplina, una professione e perfino una specie di movimento politicoculturale-professionale diffuso in tutta Italia, con tanto di Carta fondativa.
Era l’altra grafica che quei giovani disegnatori d’assalto impugnarono come una bandiera a metà degli anni Settanta. L’altra réclame .Quella che non doveva vendere prodotti ma promuovere beni pubblici, che per target aveva non clienti ma cittadini, che lavorava non per il marketing ma per il welfare . Era una rivoluzione nella comunicazione istituzionale, ancora stagnante nella piombata monotonia degli editti ottocenteschi, quei manifesti fitti di minuscoli lunghi testi, stemmi araldici come unica illustrazione, e l’inutile perentoria parola AVVISO a tutte maiuscole. Grida manzoniane fuori tempo massimo, ingoiate, annichilite dagli aggressivi squillanti manifesti formato doppio elefante di una pubblicità commerciale che sapeva ormai fin troppo bene il fatto suo. Mentre una comunicazione pubblica in grado di farsi vedere, di “bucare” l’attenzione del passante, era tutta da inventare. Dolcini la inventò.
I tempi erano maturi. Da amministratori di beni demaniali, i comuni si trasformavano proprio allora in gestori attivi del benessere dei cittadini, in fornitori di servizi, redistributori di reddito e opportunità e diritti. L’ondata di giunte di sinistra del ’75 apriva una stagione di utopie municipali, e tutto questo andava comunicato, promosso, propagandato. Dolcini faceva parte (anche ideologicamente, lo mostrano i suoi lavori per il Pci, le feste dell’Unità, la Cgil) di quell’onda. Consapevole fin dall’inizio che un grafico “di pubblica utilità” non do- veva affatto pensare di “vendere il comune ai cittadini”, né scimmiottare le tecniche della pubblicità commerciale adattandole a una finalità sociale, perché “il cittadino”, scriveva, “non è l’acquirente di un prodotto” ma il soggetto “di scelte responsabili, gestite razionalmente”. Niente persuasori occulti nella pubblicità per il cittadino, con lui non si può barare, “non può esistere manipolazione” nella comunicazione di pubblica utilità: sarebbe un autoinganno ridicolo, perché qui è il cittadino che informa se stesso sui propri interessi attraverso le proprie istituzioni. E il grafico allora si trasforma “da tecnico pubblicitario a operatore politico e culturale”.
Ma serviva lo stesso un alto tasso di fantasia per evitare di cadere nella grafica post-sovietica, come quella partitico-sindacale tutta fatta di incongrui “triangoli e quadrati e frecce non si sa bene indirizzate verso che cosa” che Dolcini, comunista, detestava. Bisognava competere in originalità, genialità con le pubblicità commerciali, spalla a spalla sugli stessi muri, parlando a voce altrettanto chiara e forte, ma con un altro tono, riconoscibile a prima vista come diverso, amichevole, affidabile, “civile”. Il linguaggio che Dolcini inventò non era certo l’unico possibile: ma fece scuola. I campi di colori saturi e uniformi, le illustrazioni al tratto ripescate da incisioni ottocentesche e vecchi repertori tipografici, però ridisegnate con un tocco di surrealismo e un occhio alla pop art, riferimenti colti al fumetto d’autore francese, alla tipografica futurista, al dadaismo, a Christo, a Man Ray, a Dalì, a Max Ernst.
Ma quelli che ne uscivano erano messaggi semplici, gioiosi, lampanti ma non scontati, ironici, leggibilissimi ma non banali, equilibri perfetti di lettering essenziale e immagini-metafora, ma sempre quella sfumatura di sorpresa, insomma un flusso di “dirompente e giornaliera vitalità”, scrive Mario Piazza in un catalogo tutto da spillare: il revolver legato per l’appello “contro il terrorismo”, il rubinetto annodato per la campagna contro lo spreco d’acqua, per non dire del Rossini reinventato ogni anno (una volta in veste di muratore, con cazzuola e berretto di carta di giornale) per il festival musicale eponimo.
La stagione della “grafica di pubblica utilità” non durò molto. Rimpiazzata dalla “comunicazione istituzionale”, perse la vena “progressista” per normalizzarsi fra i “servizi generali” delle amministrazioni. Negli anni della crisi delle autonomie locali non solo evaporò la vocazione sociale della grafica e si abbandonò la “costruzione di comunità” per via visuale, ma anche l’idea dell’immagine coordinata e riconoscibile di un comune non fu più ritenuta così necessaria.
A Pesaro, un “grafico condotto” però continuò a lavorare per il pubblico, per le aziende private, e anche per se stesso, modellando ceramiche, vasi, pentole piatti dipinti a mano, in un anti-ideologico downshifting artigiano, tutti marchiati con una X. Sul tavolo di lavoro, la fotografia che aveva più cara, ricordo di un’utopia del lavoro collettivo “ per ”: lui, in posa tra gli attacchini comunali di Pesaro con i suoi manifesti sotto il braccio.
LA MOSTRA
FINO AL DIECI SETTEMBRE SI PUÒ VISITARE A FANO, ALLA GALLERIA CARIFANO DI PALAZZO CORBELLI, “LA GRAFICA PER UNA CITTADINANZA CONSAPEVOLE” DEDICATA A DOLCINI
Schermata 2015-08-30 alle 06.47.45Schermata 2015-08-30 alle 06.48.21Schermata 2015-08-30 alle 06.48.43

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