Alla ricerca dell’Appia perduta/26 “A Taranto tra mare di cristallo e vento buono” di Paolo Rumiz

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L’ACCESSO a Taranto è negato al pedone sprovvisto di cesoie e grimaldello, se arriva per la strada delle strade, la più antica d’Europa. Può scavalcare guard-rail, saltare oltre reticolati di recinzione, ma alla fine i cancelli con lucchetto e sigillo giudiziario gli diranno che se non è un Marine non passerà mai. E da un bel po’ che mastichiamo fiele, impotenti, davanti ai mostri rugginosi chiamati Ilva, Eni, Cementir. La nostra direttrice finisce dritta nell’altoforno dell’acciaieria. È la sua ultima metamorfosi. È stata discarica, tangenziale, oleodotto, tratturo, campo di frumento. Ora è il fuoco dell’inferno.

“Hanno ammazzato un angelo / era una notte oscura hanno ammazzato un angelo / quelli della questura.
La fiamma ossidrica / el pie de porco xe questi i feri / del mio bel mestier”.
Mi torna in mente un canto della mala triestina, mentre ripieghiamo penosamente, a borracce vuote, sotto immense nubi migranti spinte da uno scirocco infuocato. La mappa Igm del 1952 dice che stiamo errando in mezzo a floridi campi e masserie dai nomi antichi — Tre Palmienti, Miraglia, Zitarella, Giangrande — e invece siamo persi in uno spazio sterile, sotto spaventosi svincoli, tra una stazione ferroviaria disabitata, la case avvelenate del rione Tamburi, un canale di acqua ferma, lungo il quale non si incontra anima viva, e un arcipelago di palazzine abbandonate. Difatti tutto è successo dopo il 1952.
Per uscire dalla trappola dobbiamo tornare indietro di tre chilometri, fino a un sottopasso della ferrovia, dopo il quale saccheggiamo, esausti, il frigorifero di una stazione di servizio. Birra Raffo tarantina, che segnerà le ultime miglia del viaggio. Comincia a piovere, l’arrivo non potrebbe essere più triste. «Pare Cernobyl e poteva essere un paradiso» attacca discorso un automobilista alla pompa di benzina. «Lì oltre c’è il cimitero — osserva rassegnato — ci fanno respirare veleno anche da morti». Pare impossibile che a venti chilometri da qui vi siano spiagge da Acapulco. Un camionista che all’Ilva ci ha lavorato: «Tutto è peggiorato quando hanno mandato via gli operai anziani, quelli che sapevano limitare le emissioni ».
Ma come è arcana e affascinante Taranto Vecchia, aggrappata all’isolotto che fa da intercapedine fra il Mar Grande e il Mar Piccolo. Reti colorate alla greca, odore di pescheria di una volta, vicoli più belli di quelli di Sorrento, le donne sfrontate che ti danno del “tu”, le case che il tempo ha lasciato invecchiare in pace. Ma anche lì si nasconde il Maligno, lo denuncia un cartello del comitato di quartiere: “Basta crolli, fuori gli speculatori da Taranto”. Sul lato della città nuova, due poderose colonne doriche, di gran lunga anteriori alla tracciatura dell’Appia, dicono intanto che qui la storia che conta è tutta anteriore al dominio romano.
«Questa città meticcia è stata capitale della Magna Grecia e poi, con Roma, ha scontato per secoli il suo passaggio ad Annibale» dice il fotografo Peppe Carducci, consigliandoci di vedere il museo storico, “uno dei più importanti del mondo”, ma lamenta che la sua è una cit-tà cresciuta troppo in fretta, appunto con l’Ilva, e che quindi ha perso memoria della sua grandezza. Siamo lì, inebetiti davanti a un mare di cristallo, col vento buono di Sudovest che porta via i veleni e spalanca alla vista la cresta montana delle Calabrie. «Perché una città in una posizione simile non è diventata Bilbao?», si chiede Marco Ciriello davanti a un cartoccio di fritto di paranza con Malvasia del Salento.
E di nuovo rimastichiamo il destino del Sud, condannato non solo dalle camorre e dalla Dc, ma anche — come denuncia Ermanno Rea — da una sinistra anti-gramsciana che l’ha “nutrito di sofismi e speranze anziché di progetti”. «E difatti — incalza Marco — De Mita ammonisce che un politico deve costruire il consenso alimentando la speranza, che mai si estingue, al contrario della gratitudine per le cose fatte, che svanisce all’istante ». In questo deserto delle idee, la balle rancorose di Salvini arrivano fin qui dal profondo Nord. Un capannello di operai Ilva alla fermata del bus aziendale — che ha il nome di “Appia”! — mugugna contro gli stranieri che non pagherebbero i bus e sarebbero protetti dai controllori. Deprimenti guerre tra poveri.
Mattina presto, viale di lecci sul mare; poi via Mazzini, dritto verso il sole che nasce. Il gruppo si sgrana, ciascuno segue la sua curiosità. Sala Bingo “due mari”, trattoria “Gesù Cristo”, banchetti di cozze agli incroci. Dopo il circolo ricreativo “Titti”, i resti della Casa del Fascio con la scritta “Noi tireremo dritto”, perfetta per il nostro viaggio. Porte aperte su forni del pane e profumo grandioso di focaccia. Colonna sonora: saracinesche che aprono, scooter, richiami maschili incomprensibili, sciacquatura di tazzine ai bar. Questa non è gente, è popolo. Esce in ciabatte, sente la strada come il corridoio di casa, e io faccio parte di un flusso, anche da solo mi sento accompagnato. Mi accorgo che il mio “daimon” mi accompagna. Non ho mai assistito a un trascolorare così dolce del centro in periferia. Chiese di una bruttezza atroce certificano l’assenza di Dio nella mente dei chierici, ma subito vince la campagna con bouganvillee profumate, panni stesi come vele al vento e banchetti di bacche di gelso. Impariamo da un carrozziere che i fichi in vendita non sono tali ma primizie di inizio estate e hanno il nome di fioroni. Quanto al fico come frutto, qui si chiama fica, ride l’uomo in tuta blu, e si trova solo d’agosto. L’approccio è sempre velocissimo, privo di preamboli. Ahmed il tunisino col suo carretto di souvenir mi chiede dove vado.
(26-continua)
DISEGNO DI RICCARDO MANNELLISchermata 2015-08-31 alle 07.14.14

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