Alla ricerca dell’Appia perduta/27 “Se la fine della memoria diventa come il diavolo” di Paolo Rumiz

cartina dell'itinerario della puntata 27
E se finissi il viaggio prima di Brindisi? L’idea mi folgora per strada come la chiamata di Paolo sulla via di Damasco. Penso che sarebbe un magnifico espediente letterario. Ah, l’esaltazione del viaggio che si giustifica in sé e per sé, a prescinderedalla fine. E poi, che colpo di teatro! Che sconfessione della meta come miserabile prescrizione da tour operator! Diavolo di un’idea, ci rifletto seriamente.
Pensate: tornare indietro quando già si vede il mare a distanza! Ma poi ecco che, così com’è venuto, il pensiero scompare, cancellato da un ghigno silenzioso. Dio, che emerita stronzata. Non so come mi è venuta in mente. Soprattutto, non capisco chi me l’ha messa in mente. Ma qualche sospetto comincio ad averlo. Gli ultimi chilometri di un viaggio sono i più pericolosi. Il viaggiatore è invaso dalla malinconia della fine e diventa vulnerabile. È lì che il Maligno moltiplica gli sforzi per tentarlo. Noi siamo stati già tentati in mille modi, con manicaretti, inedie della controra, dubbi amletici sull’utilità del cammino, ma ora lo scontro si fa duro. Ora arrivano in processione i fantasmi meridiani, i più pericolosi, e attaccano separatamente i membri della pattuglia per dividerli. Me ne accorgo da una serie di rallentamenti. In poche ore, sulla strada di Oria, incontro l’ombra di San Paolo e San Pietro in viaggio verso Roma e un Padre Pio sulla cima di un ripetitore. Sandra afferma di avere visto Cicerone genuflesso davanti a Giulio Cesare. Irene urla “Al fuoco!”, indicando una quercia, ma non c’è nessunissimo incendio.
È tempo che la carovana rafforzi le difese. Riccardo, il pastore, ricompatta il gregge. Sa che l’inquietudine va affrontata decisamente. Per prima cosa il nemico va chiamato per nome. “Come si chiama il tuo Diavolo?”, chiede Zorba il Greco a un monaco vizioso, e quello senza esitare risponde: “Kostas, uno che beve, e fuma come un turco”. Marco Ciriello, giorni fa, trovandosi con due orrende vesciche sotto i piedi, prima di tagliarle via le ha battezzate col nome di due ex fidanzate. E poi c’è da capire perché l’Avversario non vuole che noi si arrivi alla fine. Lui si accanisce sempre “contro quelli che sanno”, mi ha detto un giorno Capossela. E noi indubbiamente sappiamo. Rompiamo la crosta del luogo comune, vediamo l’Italia dal retrobottega.
Penso: noi si va a Sudest, verso la Grecia che l’Europa scaccia da sé, e ormai siamo diventati greci. E se il Diavolo fosse il cartello bancario che affama i popoli? Marco ha una convinzione ferrea. L’angelo è quello in dissonanza, rispetto alla musica che rapida s’apprende. «I Riva — dice — parlavano la lingua di tutti, e hanno avvelenato Taranto con l’Ilva. Olivetti, il grande visionario, era preso invece per pazzo. La lingua, o meglio il rumore del diavolo, è quello che oggi dilaga e vince. Guarda l’Isis: usa lo stesso linguaggio delle serie tv americane del canale Hbo. Se c’è una maestria nel male è questa: parlare la nostra lingua e nutrirsi della nostra pigrizia conoscitiva ». Già, l’Isis. Ci scandalizziamo quando distrugge a picconate Palmira. Ma noi italiani, che abbiamo spazzato via la prima via dell’umanità, siamo poi così diversi? Perché cercare il Male fuori di noi, quando ci abita dentro? Marco: «Il diavolo è anche la fine della memoria. È la caduta della conoscenza alla Ulisse. Io sono spaventato dalla mancanza di curiosità, dalla mancanza di gioco nell’apprendimento. Per me curiosità e gioco si fondono nell’ironia, e se vedi cosa accomuna i Mali, dalle mafie alle banche, dalla politica all’economia, dalle dittature agli imperi: la loro totale mancanza di autoironia. Ma che cos’è l’ironia se non quell’angelica dissonanza di cui ti dicevo? ».
… Alla periferia di San Giorgio Jonico mi accorgo che il cappello da sole, naturalmente bianco, è diventato rosso ruggine causa i fumi dell’Ilva. Il tabellone elettronico di una farmacia segna 37 gradi. Il sole picchia, il rettilineo asfaltato lo riflette, e noi siamo prigionieri di un tostapane, col lamento “Jateme ‘a birra” che comincia a crescere nel plotone come una litania bizantina.
Ma arrivano le sorprese: a una rotonda all’ingresso del paese un’utilitaria ci rallenta accanto e dal finestrino il passeggero allunga senza una parola a Riccardo una bottiglia di acqua minerale fresca da due litri, prendendosi i “vaffa” delle auto dietro di lui. Una scena da Parigi-Roubaix.
Ma l’Appia può essere anche funerale. Verso le 14, a Carosino, bel paese ispanico da “Cronaca di una morte annunciata”, ci troviamo inglobati da un corteo funebre, dietro a un chierichetto che avanza lentissimo reggendo una croce a mo’ di stendardo. Poi arriva anche l’ora degli spiriti: quelli delle suore clarisse che hanno abitato secoli prima la masseria delle Monache, in mezzo alle campagne di Grottaglie, un affascinante bastione dai muri enormi e dai letti antichi che serpeggia di presenze occulte e improvvise correnti d’aria. È lì che siamo accolti per la notte da un barbecue già acceso e un barbuto pittore algerino di nome Camel che accudisce il fuoco in allegria e con la perizia di Efesto.
Luna grande che proietta ombre nere come inchiostro sotto gli ulivi secolari. Attorno alla nostra strada, la notte è piena di dei, effigi di santi, icone annidate nelle edicole ai crocicchi. Ma sì, il Sacro è una linea, non una superficie! Come ho fatto a non pensarci? Abita le vie del mondo, non i miserabili metri quadrati dei poderi con la scritta “attenti al cane”. Stanotte le vie dell’Apulia restituiscono la colonna sonora dei secoli. Per questo il viandante canta e versifica. Perché sente la loro musica con la suola delle scarpe.
666: E se il Diavolo fosse il cartello bancario che affama i popoli?
666: E se il Diavolo fosse il cartello bancario che affama i popoli?
(27-continua)

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