Alla ricerca dell’Appia perduta/28 “Quel pezzo di Spagna tra Ionio e Adriatico” di Paolo Rumiz

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Mesochoron. Quel misterioso nome ci chiamava nella luce meridiana. Era precedente all’Appia. Greco, non romano. Diceva di un abitato “che sta in mezzo”, forse nella “no man’s land” fra gli stessi Greci di Taranto e gli antichi Messapi, o forse semplicemente fra i due mari. Aveva lasciato il nome a una masseria chiamata Misicuro, ma gli archeologi concordavano nel collocarla un po’ più a Nord, nelle fondamenta di un’altra masseria, chiamata Vicentino Grande, a 17 chilometri da Oria.

Era nascosta su una collinetta coperta di pini di Aleppo, persa in un reticolo di strade pre-romane che avevano lasciato tracce importanti sul tufo giallino di Puglia. Riccardo, il navigatore, diede il meglio di sé per trovare il filo d’Arianna in quel labirinto. Prima ci condusse alla masseria, una Bella Addormentata dove pareva che la vita agricola si fosse appena interrotta. Era un sistema possente di stalle e magazzini settecenteschi, all’interno dei quali sembrava di udire ancora il raglio degli asini e le urla dei carrettieri. Fu lì che comparvero dal nulla le attuali proprietarie — Anna ed Erminia Galante, madre e figlia ingioiellate con scarpe di ginnastica — che, dopo un attimo di dispetto per la nostra invasione di campo, ci colmarono di notizie.
Dalle quali una cosa parve chiara. Se l’Appia era la superstrada, quello era uno dei suoi
autogrill. …
Ma il bello venne dopo, quando apparve una valletta che la nostra via doveva pur attraversare in qualche punto. In quale precisamente? Eravamo persi in un intrico di segnali appena visibili nell’erba secca. Marciapiedi, solchi di carri e tracce di mulattiere graffiavano la bancata calcarea in tutte le direzioni. La scelta era difficile. Mentre noi si bivaccava sotto un fico, il capo-gita consultò il Gps, frugò nelle mappe, traguardò il Nord, rilesse i suoi appunti, cercò nello smartphone di Alex. Poi disse: «Di là». E noi partimmo nell’erba alta, di nuovo verso Levante, in profumo ubriacante di timo, lungo un tenue segnale nella sterpaglia. «La crepidine!».
Il grido ci sferzò nella vampa meridiana. Era il marciapiede, la linea era giusta. L’esultanza si sparse nella pattuglia, ma lì a duecento metri già si delineava l’ostacolo: il profilo di una cava con annessa discarica, puzzolente di metano e rigorosamente recintata. L’Appia antica elevata al rango di pubblico immondezzaio. Che fare? Era come per l’Ilva tarantina, dove l’antica via finiva dritta negli altoforni. Riccardo scelse di girarci attorno fino all’ex Statale 603. Lì continuammo, incontrando ulivi secolari, un mare di cicale e due lucciole venute dall’Est, accomodate con ombrellino su una poltrona pieghevole.
… «Avete sfiorato il grande viadotto! », quasi gridò Barsanofio Chiedi, dell’Archeoclub pugliese, dopo il nostro arrivo a Oria, penultimo posto tappa. Era un simpaticone, fumava come un satrapo, aveva un desueto nome medievale e un disperato amore per gli scavi, ma soprattutto conosceva a menadito le terre fra Tirreno e Adriatico. Quando gli raccontammo la nostra strada, insistette per caricarci in macchina e riportarci sul posto, per farci vedere quanto eravamo andati vicino al segno monumentale più visibile della Regina Viarum. Il nostro viaggio stava diventando un’appassionante caccia al tesoro.
Quando arrivammo sul ponte, capimmo. Eravamo stati depistati dalla discarica, che ci aveva obbligati a cambiar strada. In più, il venerabile manufatto era coperto di erbe alte al punto di non essere visibile che a pochi metri di distanza. Correva a circa un metro d’altezza dal fondo della valletta ed era composto di possenti blocchi squadrati.
Il “vecchio” Barsa (così Marco Ciriello lo ribattezzò all’istante) lo percorse a grandi falcate, invocando un taglia-erba che non c’era, poi evocò “le lunghe file di asini, carri e merci” che lungo quel viadotto erano passate sul filo dei secoli fra Taranto e Brindisi, “due dei migliori porti naturali del Mediterraneo”.
I chilometri prima di Oria erano l’apoteosi della linea retta. Esattamente a metà fra i due mari, una volpe ci tagliò la strada e si fermò sulla mezzeria, stupita, a guardarci, poi l’Appia entrò nei recinti della Masseria Santa Croce, dove un cartello annunciava al mondo l’onore di un grande scavo archeologico (peraltro interrotto per mancanza di fondi), mentre un branco di enormi maiali si rotolava nel fango di un pantano come ippopotami nel fiume Zambesi. Poco oltre, al passaggio a livello della linea Lecce-Bari, un treno composto da un ultimo vagone ci salutò con un fischio e la mano aperta del macchinista protesa fuori dal finestrino.
Oria era Grecia allo stato puro, inserita in un quadro di memorie ebraiche e architetture spagnoleggianti. Lo confermava la lingua, impostata su acrobazie vocali.
“Buono” diventava “Buenu”, “Fuoco” era “Fuecu”. “Denti” si trasformava in “Tienti” e “Compare Salvatore!” si coagulava, nel saluto, in un sonoro, stupefacente bisillabo: “ Mba Tò!”. L’anima ellenica usciva di sera. Sui favolosi selciati di Oria la vita sociale era impensabile che iniziasse prima delle 19. I barbieri lavoravano fino alle 22, che era l’ora di cena più diffusa. Col fresco la piazza si riempiva e diventava agorà. In un mare di tavolini all’aperto, i cani senza padrone si distendevano fra la gente, tranquilli.
Lotta Nilsson, una svedese che aveva appena comprato casa in città, cenò con noi e ci disse che era entusiasta di quella mescolanza di vecchi e giovani, convivialità e politica. “Da noi non c’è contatto, e ora non c’è più nemmeno il welfare”. Festeggiammo con ricette messapiche e vini annibalici, e per un attimo ci parve di avere a tavola anche Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.
(28-continua)
DISEGNO DI RICCARDO MANNELLI

"Avete sfiorato il grande viadotto!" gridò Barsanofio...
“Avete sfiorato il grande viadotto!” quasi gridò Barsanofio…

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