“Lusisti satis, edisti satis atque bibisti : tempus abire tibi est.” Hai bevuto, mangiato, ti sei divertito abbastanza: è tempo di mollare gli ormeggi. Sentivo che quello era l’ultimo viaggio” di Paolo Rumiz

Ultima puntata: Arrivo a Brindisi, meta del viaggio, dove finisce l’Appia antica
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Eravamo a Brindisi antica,tra profumo di gelsomino e di tiglio Tra le chiese barocche e i tavolini all’aperto,guardavamo il mare
La penultima notte la Via mi apparve e disse: “Lasciami in pace”. Chiesi perché, e quella rispose: “Non riportarmi alla luce, preferisco dormire dimenticata sotto una discarica e un parcheggio. Non voglio che la gente si accorga di me. Se mi tirerano fuori, sarà solo per farmi ricoprire di sterpaglia. Gli italiani non mi vogliono, perché li metto di fronte al loro vuoto di memoria. Non cercarmi più. Tornatene a casa”. Al mattino presto ci ritrovammo per colazione e vidi che tutti avevano dormito male. Troppo caldo. Alex aveva russato in modo così intollerabile che Marco si era sparato Cesaria Evora a tutto volume nelle cuffie pur di non sentirlo.
Raccontai il sogno a Sandra, l’unica a essersi levata di buon umore. Feci notare che la via non aveva poi tutti i torti e forse questa non era una storia da scrivere. Ma l’archeologa non prese in considerazione i dubbi e tagliò corto: «È l’ultima tentazione del Maligno». Spiegò che a casa sua, in Irpinia, contro quel tipo di paturnie di origine diavolesca, non funzionava che un’antica filastrocca. Mi prese per la mano e recitò: “Sant’Antonio din t’o deserto / se coseva li cauzuni / Satanasso p’ dispiett / se futtett’ li buttuni. / Sant’Antonio se ne frega / co’ lo spago se le lega / mannaggia lo demonio / o’ nemico e’ Sant’Antonio”.
… Mezz’ora dopo eravamo in cammino verso Est, zigzagando pigramente fra isole d’ombra. La Linea emergeva dal nulla oltre gelsi e i fichi d’India. Il popolo degli ulivi ci marciava accanto — erano grandiosi monumenti secolari — e assieme alle cisterne antiche rivelavano, col loro allineamento, la direzione. Dopo un’edicola con un fiabesco San Pietro avvolto in una coperta con uno scettro in mano, venne la piccola chiesa medievale della Madonna di Gallana, costruita sui resti di una villa romana o forse di una stazione di posta sull’Appia. Un assemblaggio di edifici tra cui due trulli, con in mezzo un campanile a vela, e un battistero.
Barsanofio ci guidò tra pergolati, muretti a secco, gelsi e cicale, e Maria Rosaria Re, che abitava quella meraviglia, ci aprì la chiesa col Pantokrator e la Madonna col bambino, per poi rivendicare, incontenibile, l’unicità delle sue terre. «Quando qui avevamo tremila anni di storia, in Emilia c’era ancora la palude. E dopo dicono terroni a noi… Prima c’erano i Messapi, poi i Greci, poi i Romani, e ora ci siamo noi, ma anche noi spariremo, quando tutti questi stranieri ci faranno fuori facendo più figli di noi…». «Allora ni li puerti sti frisuni? » sollecitò allegramente il “vecchio” Barsa per mostrarci che da quelle parti non esiste che un ospite riparta senza bere e mangiare. E le freselle arrivarono, all’istante, col vino, una tovaglia da stendere sotto una pergola, e con Noemi, Lucia e Alberto ponti a farci compagnia. «Qua tutto è gratis — esultò Maria Rosaria — al Sud di soldi non ce n’è, ma si mangia e si beve. Questo è il nostro Expo!». Ma sì, pensai dopo due bicchieri, chi se ne frega di Roma. Viva i Messapi.
… Sfiniti, arrivammo a Mesagne, altro gioiello medievale, col rintocco metallico delle 19 e la processione di Sant’Antonio. E fu notte inquieta, per l’imminenza della fine. Brindisi a 16 chilometri, uno scherzo. Pareva impossibile. E invece era possibile, i nostri nasi già fiutavano avidamente l’Adriatico. Il giorno dopo era l’ultimo e fu giocato quasi tutti su una carrareccia parallela alla Statale 7 fra lucertole velocissime e boschetti di sugheri, fino ai fichi profumati della stupenda masseria Masina, dove due cuccioli di bastardino si fecero accarezzare. Poi furono svincoli, condomini, parcheggi d’ospedale e rampe d’accesso di centri commerciali, finché Brindisi antica ci venne incontro con profumo di tiglio e gelsomino, e i cartelli indicatori del ferry per la Grecia. Alle 12.30 fummo affiancati dalla carrozza a cavalli di un matrimonio e lì venne l’ultima tentazione: andare avanti a birre, birre e ancora birre fino al tramonto, per arrivare in stato di beatitudine all’amplesso col mare. Ma la calamita era troppo forte, la colonna terminale ci chiamava imperiosamente, in fondo a un dedalo di stradine.
La vedemmo all’improvviso, dietro la casa di Virgilio (che a Brindisi era passato a miglior vita), e insieme apparve l’Adriatico. In cima al possente monolito, un dio simile a Poseidone allargava le braccia propiziatrici, ma il porto più strategico del Mediterraneo era desolatamente vuoto. Solo dieci anni prima l’avevo visto pieno di Greci e Turchi allo sbarco. Ora era abitato solo da fantasmi di triremi e navi onerarie, feluche saracene e fruste dell’Egeo. Quasi estinti i traghetti. Dopo il Sud, l’Europa perdeva l’Oriente. E l’Italia era ormai solo Tirreno.
Ci buttammo in mare vestiti, a salutare la colonna dall’acqua. Un corteo matrimoniale arrivò per le foto e le donne in tacchi alti ci guardarono con commiserazione. Noi, che festeggiavamo un altro sposalizio, guardammo con identica commiserazione la scalinata che saliva al monumento. Era dipinta, sull’alzata degli scalini, di una scritta colorata sui grandi destini della terra pugliese. E intanto il castello alfonsino cadeva a pezzi, ripetutamente depredato da ignoti.
Ci asciugammo in un attimo, lo scirocco era secco, desertico. La sera si cenò in un locale greco, ma io ruminai versi latini, quelli di Orazio. “Lusisti satis, edisti satis atque bibisti : tempus abire tibi est.” Hai bevuto, mangiato, ti sei divertito abbastanza: è tempo di mollare gli ormeggi. Sentivo che quello era l’ultimo viaggio. La città brulicava di tavolini all’aperto e le statue barocche si sporgevano dal Duomo per curiosare. Noi, inebetiti davanti al mare.
(29-fine)

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