Le CONSIDERAZIONI FINALI DEL VIAGGIATORE PER ANTONOMASIA… RUMIZ

Paolo Rumiz il 2 settembre in Ancona alla Mole vanvitelliana
Paolo Rumiz il 2 settembre in Ancona alla Mole vanvitelliana

L’Appia antica è finita, ma non è finita la storia. Come tutti i viandanti senza pace, l’allegra banda che l’ha percorsa si rimette già oggi in marcia. Ma stavolta non sarà per cercare altri spazi. La nostra pattuglia che, per conto di Repubblica, ha cercato metro per metro la traccia della più antica via d’Europa, rimette i suoi bagagli nello zaino per rifare la strada al contrario a partire dal magnifico capolinea di Brindisi. Anche se non più a piedi, riattraverseremo Puglia, Basilicata, Campania e Lazio, per raccontare ciò che abbiamo visto e mostrare le tante immagini raccolte di un’Italia dimenticata, per raccogliere suggerimenti e — perché no — anche critiche rispetto al nostro tentativo di restituire al Paese questo straordinario bene abbandonato e farne il Cammino di Santiago d’Italia.
Ero stufo, per quanto mi riguarda, di fare viaggi che — pur allietando i lettori — non servissero a niente e lasciassero tutto come prima. La scorribanda del 2002 con Marco Paolini sulle ferrovie minori del Paese non ha cambiato di un millimetro la politica di abbandono delle linee minori portata avanti da Trenitalia. Allo stesso modo il viaggio un po’ esoterico attraverso le “case degli spiriti” non ha rallentato in alcun modo la peste dell’incuria che corrode questo Paese dall’Interno. Stavolta vorrei che fossero in pochi a dire «non sapevo», e soprattutto che le istituzioni si facessero carico del fatto che l’Italia romana non è solo il Colosseo, per il quale sono state stanziate cifre enormi. Ecco perché si mette in modo questa marcia su Roma che parte dal Sud. Una marcia che si propone di offrire al Paese una traccia per la riconquista della memoria perduta.
Una risposta importante è già arrivata dal Governo. Il ministro della cultura Dario Franceschini ha preso lo spunto dal viaggio voluto da questo giornale e dai dossier messi a disposizione da noi viandanti dell’Appia antica per mettere in cantiere un progetto di rilancio che ci auguriamo possa essere annunciato ufficialmente entro settembre. Un progetto al quale possano collaborare tutti, dalle Regioni ai Comuni interessati, per non parlare delle Soprintendenze e dei tanti appassionati di archeologia e dei gestori del turismo archeologico. Le cartografie di massima sono già state messe a punto, e perfezionate strada facendo. Idem per quanto riguarda il censimento degli ostacoli incontrati e degli edifici pubblici in abbandono (case cantoniere o caselli ferroviari) ricuperabili come ostelli sulla traccia dei punti di sosta degli antichi. Le basi esistono dunque per un grande ritorno alla Regina delle Vie. E sono solide.
Non è stato, va detto subito, un viaggio semplice. Nel quadro di un paesaggio splendido e infinitamente più vario di quello spagnolo (città e campagne, villaggi, fiumi, montagne, periferie, colline e tavolieri coperti di frumento), abbiamo incontrato numerosi ostacoli al ricupero di una traccia quasi completamente cancellata: svincoli, cave, asfalto, discariche, fino al limite estremo degli altoforni dell’Ilva alle porte di Taranto. Sono situazioni che certificano il divorzio di tanti italiani dal loro territorio e la distanza dello Stato sul tema della salvaguardia della memoria, ma che suggeriscono anche l’urgenza di un ricupero di questa fantastica traccia, che taglia gli spazi forse meno conosciuti del Centro- Sud. Un tema che ci ha visto spesso, sotto il sole d’estate, pensare al ruolo della Presidenza della Repubblica come ultimo presidio della tutela del paesaggio italiano.
Ma il segno esiste, e spesso — abbiamo appurato — basterebbe pochissimo per garantirne l’accesso agli utenti della “mobilità dolce”. Per cominciare, un buon lavoro di ripulitura dei sentieri e una segnaletica unitaria concordata dagli amministratori del territorio. Sul magnifico canale che costeggia il rettilineo dai Colli Albani a Terracina, la coabitazione col traffico potrebbe essere superata semplicemente con delle canoe. L’importante è che un flusso di camminatori (gli stranieri del Nord sarebbero i primi utenti di questa direttrice leggendaria) possa ripristinarsi a breve, portando le comunità locali di fronte all’evidenza che l’archeologia è una ricchezza per tutta la comunità e non un ostacolo — «Che sono queste quattro pietre? », mi hanno detto alcuni — agli interessi particolari della gente, specie sul piano dell’edilizia. L’esperienza dice che, all’inizio, mille viandanti all’anno basterebbero a ricuperare il filo d’Arianna e impedire che la strada venga ricoperta di erbacce.

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