Kazuo Ishiguro presenta il suo nuovo romanzo “Il gigante sepolto” tra guerre, magia e draghi

“Racconto l’importanza della memoria con un fantasy”
LEONETTA BENTIVOGLIO
Kazuo Ishiguro disegnata da Tullio Pericoli
Kazuo Ishiguro disegnata da Tullio Pericoli
LONDRA
Trovarsi e perdersi su un’onda anomala. Subire la lontananza, da sé o dagli altri, nell’inafferrabilità della propria vicenda. Contenere una memoria soggettiva, che edifica le storie dei singoli senza esaurire la Storia. Capire che l’incompiutezza s’infiltra nei destini. Di questo parlano i libri di Kazuo Ishiguro. Dello stillicidio irregolare che consuma il tempo. Del non percepirsi dentro un oggi, già divenuto ieri e paura del domani. Si può nutrire il presente di
nostalgie, omissioni e dimenticanze? L’originalità dello scrittore britannico di origini giapponesi (è nato a Nagasaki nel ’54 ed è radicato dal ‘60 in Inghilterra), pare un tuffo nella spirale di questa domanda. C’è un’indefinitezza ricca di sfumature in Ishiguro. La vita ha un andamento illogico, nei suoi romanzi. Illogica è la sorte del maggiordomo di Quel che resta del giorno , che fugge dai suoi desideri. Illogico è il mondo dei cloni di Non lasciarmi , creati per donare organi e votati a un non- futuro. Illogico è anche il cosmo in preda all’amnesia de Il gigante sepolto , suo ultimo romanzo, che giunge in Italia pubblicato da Einaudi. Ambientato nel sesto o settimo secolo, in una brumosa Inghilterra riemersa da un conflitto sanguinoso fra britanni e sassoni, il fantasy è uscito a marzo dividendo “selvaggiamente e ferocemente” (parole di Ishiguro) sia i critici che i fan dello scrittore, mentre le vendite lo collocavano al primo posto nelle classifiche inglesi e al terzo in quelle americane. «A spiazzare è stata la forma del fantastico, per me insolita», spiega Ishiguro in un caffè di Piccadilly con eloquio british e delicatezza orientale. «D’altra parte le vecchie distinzioni tra i generi, letteratura seria o popolare, fantascienza o altro, sono cadute negli ultimi quindici anni».
Sarebbe da comprendere, però, come mai abbia scelto un contesto pieno di sprazzi magici e apparizioni.
«Parto sempre da un’idea rapida e astratta. Qui ho pensato a un gruppo di persone afflitte da un male incombente sulla loro memoria e costrette a decidere se recuperarla o no. Forse una società che rammenta troppo non esce dalle guerre. Lo stesso pericolo pesa sui rapporti personali. Spesso l’oblio di zone negative sostiene una relazione».
Nel romanzo infatti ci sono due coniugi, Axl e Beatrice, che affrontano un viaggio per debellare la nebbia della dimenticanza e cercare il figlio che sanno di aver avuto, ma ignorando le cause della sua sparizione.
«A volte è meglio dimenticare per consentire all’amore di vivere. Però tutti, alla fine, hanno bisogno di consapevolezza. Axl e Beatrice dovranno disseppellire i loro dolorosi ricordi. M’interessava confrontare i dilemmi di un vincolo personale a quelli di una nazione».
Non le sembra che la memoria sia un patrimonio indispensabile per l’avvenire di un paese?
«Ogni comunità è selettiva con le proprie rimembranze. A volte scansarle aiuta a mantenere la pace. Per Il gigante sepolto ho pensato ai fatti accaduti in Bosnia, ma non solo. Ovunque si tende a sotterrare certi trascorsi, come hanno dimostrato le presentazioni del libro che ho fatto finora. In ogni paese il pubblico s’innervosiva riguardo a un’area del proprio passato».
Ciascuno ha il suo gigante sepolto?
«Quello americano ha a che vedere col razzismo. Al momento la tensione su questo fronte è terribile. L’America ha coperto a tal punto le difficoltà collegate ai neri che non sa più come gestirle. Quanto ai francesi, credono di esser stati tutti eroi della Resistenza, senza misurarsi col pensiero dell’occupazione, di Vichy e di coloro che appoggiarono i nazisti. Anche in Giappone il problema è la seconda guerra mondiale, mentre in Inghilterra il gigante sepolto è l’Impero, che fu il più grande del pianeta fino a metà Novecento. I drammi legati agli immigrati hanno un nesso con quel passato, eppure si distoglie lo sguardo. Tutte queste cornici potevano essere giuste per il romanzo, che però così non sarebbe stato una metafora universale».
Pare che lei si sia ispirato al poema del XIV secolo “Sir Gawain and the Green Knight”.
«Ciò che mi ha stimolato di quel poema è stato il paesaggio del Medioevo inglese, disseminato da “lupi, cinghiali e orchi ansimanti”. Ho ricreato una cornice dove presenze quali i folletti e gli orchi fossero accettabili e reali. Volevo che le superstizioni precedenti all’avvento della scienza entrassero nel mio libro come una norma. Al fantasy sono arrivato così».
Tra i caratteri dell’epopea c’è un vetusto cavaliere di Artù, Galvano.
«Le leggende di Artù sono state solo un altro modo per comporre la mia storia. Cercavo un territorio in cui due gruppi etnici, i sassoni e britanni, coesistessero come in Bosnia o in Ruanda. Una situazione dove una convivenza pacifica protrattasi a lungo avesse all’improvviso ceduto il passo alle violenze più atroci. In Bosnia si è voluto ricordare al popolo quanto era successo nella seconda guerra mondiale tra le due fazioni del paese, mentre con Tito era stato cancellato. Ma quella pace non era vera, poiché non basata su un autentico perdono. Se obblighi a dimenticare, la rabbia resta sottopelle ».
Quale bagaglio culturale l’ha influenzata di più?
«Il western e i film sui Samurai. Non ho letto Tolkien né George R. R. Martin, ma so tutto del cinema di Sergio Leone e di John Ford. Amo anche i film di Kurosawa e di Kobayashi, l’uno l’opposto dell’altro. In Kurosawa i samurai sono eroi da rispettare, mentre Kobayashi fu un comunista disilluso dal Giappone, che dimostrò quanto fosse corrotta la tradizione del militarismo ».
Nel “Gigante sepolto” la soluzione è affidata a un drago- femmina, Querig.
«Tutto si può ridurre a una trama semplicissima: i vuoti di memoria collettiva sono provocati dall’alito avvolgente di un drago. Bisogna uccidere il drago o proteggerlo? Questo è il vantaggio del fantasy: si respira dentro il mito».
Dunque i ricordi uniscono e separano?
«Nel libro c’è un’immagine che mi pare eloquente. Scende la pioggia e i due protagonisti si rifugiano sotto un albero. Quando la natura si placa, alcune gocce cadono dalle foglie. Il nostro amore è così, dice Beatrice ad Axl. Abbiamo perso la memoria, la pioggia è finita, ma l’acqua continua a bagnarci un poco. Crede che il loro legame sia fatto di gocce residue. Per sentire la pioggia, cioè l’amore, la coppia deve affrontare la tempesta, cioè la memoria perduta».

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