Il senso di Calvino per la scienza PIERGIORGIO ODIFREDDI

Il 19 settembre di trent’anni fa moriva Italo Calvino, a soli sessantadue anni.
Peccato, perché negli ultimi vent’anni della sua vita lo scrittore aveva subìto una metamorfosi, e si era trasformato in un letterato unico nel suo genere in Italia. Era dunque solo un adolescente, per quanto riguarda la sua second life , e chissà dove sarebbe potuto arrivare se avesse vissuto altri vent’anni.
Il punto di svolta era arrivato a metà degli anni ’60, quando Calvino si era trasferito da Torino a Parigi e aveva incontrato Raymond Queneau. Di quest’ultimo tradusse da par suo I fiori blu , ma soprattutto iniziò a frequentare le riunioni del gruppo sperimentale dell’Oulipo, fondato appunto da Queneau. L’idea di quella strana congrega di matematici e letterati era che i primi fornissero ai secondi delle strutture per le loro opere.
I primi frutti dell’incontro tra Calvino e l’ambiente scientifico furono i racconti delle Cosmicomiche e di Ti con zero . E poco dopo incominciarono ad arrivare in sequenza le opere oulipiane che l’hanno consegnato alla storia: Le città invisibili , Il castello dei destini incrociati , Palomar e il capolavoro di Se una notte d’inverno un viaggiatore . Nessuno di questi libri ha mai vinto lo Strega o il Campiello, che Calvino peraltro riteneva «istituzioni ormai prive di significato», ma tutti rimangono nella memoria e nel cuore dei suoi lettori.

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