MONIKA BULAJ ci racconta la storia di “Uomo probo”, ragazzo afgano di 17 anni costretto a fuggire in Italia, ora al sicuro

Giovane afgano a cui i Talebani hanno gettato l'acido sulla schiena, bruciandogliela. Foto di Monika Bulay
Giovane afgano a cui i Talebani hanno gettato l’acido sulla schiena, bruciandogliela. Foto di Monika Bulay
HA DICIASSETTE ANNI E ORA È SALVO, al sicuro, in Italia, altro non posso dire. La sua vita è ancora in pericolo, la sua e quella della famiglia rimasta nel nord dell’Afghanistan. Posso dire però che nella lingua degli “infedeli” il suo nome significa “uomo probo”. Ora che è in salvo lo ha preso un’idea fissa: vuole diventare chirurgo plastico. Non per far belle le europee, ma per curare le afgane che si danno fuoco. L’Afghanistan ha il primato mondiale per suicidi femminili e batte ogni record anche per la percentuale di donne che muoiono di parto. Uomo probo l’ha saputo da sua madre che fa la ginecologa.
Non aveva mai visto il mare, lo osserva incantato. Si fa consumare da lunghi silenzi, ogni tanto piange, ha continuo bisogno di protezione. Chiama fratelli i miei figli. Impara con infinite timidezze scambiate per superbia a guardare le ragazze libere.
Sulle sue spalle porta il destino, anzi, la condanna di una famiglia intera. Una famiglia numerosa che ho conosciuto nei miei viaggi afgani. Da vent’anni il padre, con i tre fratelli e le quattro sorelle, lavora per le organizzazioni umanitarie occidentali. Per questo è sotto il tiro dei Talebani e dei cacciatori di riscatti. Le sorelle insegnano alle afgane l’abc dei diritti della donna, si prendono cura dei figli altrui, viaggiano da sole, non si sposano, lavorano con i maschi. Sono “immorali”. Ed ecco allora le lettere anonime, le minacce, le telefonate notturne, gli attacchi, le coltellate nel buio, la caccia ai più piccoli del clan di ritorno dalla scuola. In questa rete di pericoli, complicata dalle geografie tribali, il padre si muove con la flemma apparente di un diplomatico vecchio stampo, dribbla le minacce grazie alla rete di conoscenze e al rispetto che gode nella sua città. Ma anche qui i Talebani ormai hanno ripreso forza. Gli chiedono di passare al loro servizio, pena l’uccisione di Uomo probo, il suo figlio più grande. Così il ragazzo e suo padre vivono costretti a cambiare casa ogni notte, braccati come gli ebrei a Varsavia sotto la Germania nazista. La mappa dei luoghi sicuri va aggiornata in ogni istante. Le strade giuste e quelle sbagliate. Scivolare nei vicoli o nei taxi, mescolarsi alla folla, allungare il passo — senza fretta però.
È terribile essere adolescente a Kabul. Si è carne da macello che si compra con estorsioni, mutilazioni, con prezzi che scendono man mano che si taglia un orecchio, un braccio, un naso. Le fughe verso l’Europa sono gestite da efficientissime mafie a caccia di primogeniti. Il viaggio inizia sulle polverose piazze di Darb Malik a Herat, Gulbahar e Shahzada Market a Kabul o Kifayat Market a Mazar. Ti dicono: «Perché ti strazi per avere un visto europeo per tuo figlio? Dacci ottomila dollari, il prezzo di una giovane sposa, e noi ti diamo l’Europa». Se paghi qualche centinaio di dollari in più riceverai anche una lettera con le minacce dei Talebani: «Molto utile per chiedere asilo».
Da quando Uomo probo è volato in Italia la sua famiglia ha dovuto barricarsi in casa, alle porte dell’antica Battriana, una terra di antichi santuari dove le vedove vestono il burqa bianco delle prostitute per sopravvivere. Perfino i bambini lo sanno. L’Afghanistan è un paese di un milione di vedove, e una donna senza un uomo che vendichi il suo onore (perché le sono già stati uccisi il padre, i fratelli, i figli), secondo la logica del bottino di guerra è una cosa di uso pubblico. Per questo si ammazzano per primi i figli maschi, cominciando da quelli più grandi. E per questo Uomo probo ha cercato l’Europa.
Appena scoperta la sua partenza i Talebani hanno sparato al padre, ferendolo gravemente. La famiglia l’ha rapito dalla corsia di ospedale e nascosto altrove: nel nuovo Afghanistan vedi ombre ovunque, non denunci alla polizia, hai paura, chi del compagno di ufficio, chi del proprio medico. Di me si sono sempre fidati, e mi hanno protetto nelle situazioni più incredibili per garantire che potessi fare il mio lavoro di reporter. Ai check point talebani il padre di Uomo probo diventava mio fratello, mio marito, oppure mio cugino. Eravamo una coppia araba a Kunduz, fratelli uzbeki a Poli- e Khumri. A Kabul mi si addiceva meglio l’origine turca o quella di immigrata iraniana in America. Più volte siamo fuggiti inseguiti da un’auto come dentro un film hollywoodiano. Qualche volta per fare più “famiglia” metteva in macchina anche i suoi figli, e tutti accettavano di farmi da scudo perché così potessi diventare invisibile. Le mie proteste non servivano a niente. Viaggiando in lungo e in largo per l’Afghanistan ho sempre ricevuto più di quanto avessi dato. E se per qualcuno sono sorella, significa che quel qualcuno è mio fratello.
Ogni tanto riesco a risentirli dall’Italia, questi amici di una vita, sullo schermo pixelato e incerto di un collegamento Skype. Ed è lì che, in una folla di parenti, con la sua raffica di benedizioni, si affaccia talvolta la vecchia Aziza, l’afgana che vuole essermi madre. È lei che tiene la cassa e combina i matrimoni, lei che piange per Uomo probo così lontano da casa e che forse non vedrà più. Mi appare anche Omid, uno degli zii, quello che ancora non si è sposato. Gli chiedo se ama qualcuno, e lui sorride. «Sarebbe il mio turno», ammette, e non svela di avere la schiena bruciata dall’acido che gli hanno gettato addosso i Talebani in una notte d’inverno. Spiega soltanto: «La mamma dice che questo non è il tempo di amare».

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