Da Ricucci e Coppola alla cricca del G8 Banca Marche affossata dalla corte di Bianconi

di Alberto Statera dalla Repubblica di oggi
È come un album di famiglia. Sfogli le foto di gruppo del dissesto pluri-annunciato di Banca Marche e trovi tutti i protagonisti degli scandali più odiosi degli ultimi anni. Come se la feccia finanziaria che infesta l’Italia fosse richiamata ovunque dal segnale odoroso delle prede defunte che guida le iene. Bancarottieri, pregiudicati, palazzinari, mediatori, faccendieri, massoni deviati di ogni fratellanza, non manca nessuno tra i personaggi legati alla Banca che, secondo i suoi nuovi avvocati, ha prodotto un disastro simile a quelli di Sindona e di Calvi: da Danilo Coppola a Stefano Ricucci, ricordo annebbiato dei furbetti del quartierino, fino alla Cricca degli appalti del G8, capeggiata da Angelo Balducci, Diego Anemone e Fabio De Santis. Balducci, marchigiano di San Giorgio di Pesaro, con la sua corte di familiari, soci e amici, aveva una sorta di circolo personale a Roma, in via Romagna 17, sede della filiale principale, dove godevano di percorsi facilitati e illegali per muovere denaro. Lo accertarono i magistrati di Firenze e Perugia e ne diede già conto L’Espresso in un’inchiesta che risale addirittura al 2011, mentre quasi tutta la stampa esaltava le magnifiche sorti e progressive della Banca diretta dall’enfant prodige Massimo Bianconi, che proprio quell’anno ricevette in pompa magna il premio “Creatori di Valori” al “Milano Finanza Global”.
Cinque anni sono passati e le generazioni di furbetti del prestito facile, che nessuno mai restituirà, hanno continuato a mungere senza ritegno la vacca marchigiana e senza che – a quanto pare – la Banca d’Italia e la Consob potessero intervenire in modo più efficace. Fra i trentasette grandi finanziamenti in sofferenza troviamo di tutto: dal gruppo Lanari (236 milioni), al gruppo Santarelli (110), da Vittorio Casale (70), arrestato per bancarotta, al gruppo Ciccolella (80) e al gruppo Minardi (130). Difficile il calcolo di quanto ha succhiato alla Banca Canio Giovanni Mazzaro ex marito di quella signora querula che si è presentata alla prima della Scala travestita da albero di Natale e che ci affligge quotidianamente in tutti i presunti salotti televisivi, pieni di pregiudicati che almanaccano sui grandi temi dell’Italia e dell’umanità, auto-candidata a comprare persino “L’Unità”, che risponde al nome di Daniela Santanchè. La signora di Forza Italia con l’ex marito fa affari, visto che figura come presidente della Bioera (19,2 milioni), dove ha sostituito il figlio di Bianconi, di cui Canio è amministratore delegato. Un piccolo squarcio rispetto a ciò che vedremo, se è vero che 17.500 conti sono senza l’indicazione dell’identità dei titolari. L’uomo che, insieme a molte decine di complici, ha portato Banca Marche a schiantarsi come l’Aston Martin che aveva in prova per aggiungerla alla sua collezione di super-car, si chiama Massimo Bianconi. E bastava vederlo, nei suoi tempi d’oro (non che ora non siano da super- milionario) , prima che fosse cacciato con sforzi immani dalla Banca d’Italia, per capirne la pasta. A parte l’Aston Martin, guidava un’Audi fornita dalla Banca per andare a Cortina o Rapallo, ma quando era in missione ufficiale con la macchina di servizio richiedeva due autisti, l’uno alla guida, l’altro che seguiva il prezioso carico in motocicletta. Gemelli d’oro, li cambiava con quelli di diamante per le grandi occasioni, come quando a favore di telecamera dialogava con Gianni Letta nei ricevimenti ufficiali, tipo quello in occasione di un’onorificenza assegnata al console onorario di Russia ad Ancona Armando Ginesi, o l’inaugurazione della filiale dell’Aquila.
Nato a Norcia nel 1954, il “Creatore di valori” (per sé, per la famiglia, per gli amici e gli amici degli amici) dal tempo del Banco di Santo Spirito, che non era poi proprio un luogo su cui vegliava lo Spirito Santo, fa il giro praticamente di tutte le banche italiane, dal Credito Italiano fino al San Paolo Imi, per approdare nelle Marche come un rais sardanapalesco. Come ha fatto il capo di quello che le indagini hanno rivelato come un gruppo criminale a resistere per quasi dieci anni al vertice di una delle più importanti banche di territorio italiane, fino a portarla a un crack da cinque miliardi e più? Si sa, in Italia è un quesito ozioso, ma le batterie del “Creatore di valori” erano ben armate. Come in tutti i gruppi criminali che emergono giorno dopo giorno, bisogna seguire l’odore dei soldi, ma anche quello dei favori. E Massimo Bianconi da questo punto di vista era un mago. Non c’era richiesta che non potesse esaudire per gratificare i potenti. Basta scorrere la lista dei “figli di” assunti in Banca. Si va da Fabio Capanna, figlio di Agostino, generale dei carabinieri, a Francesca Luzi, figlia di Vincenzo, procuratore capo di Ancona, da Marco D’Aprile, figlio di Mario Vincenzo, presidente del Tribunale di Ancona a Serena Orrei, figlia di Paolo, ex prefetto di Ancona. Almeno è stato espulso dal consorzio civile un personaggio come questo che dovrebbe far vergognare Carminati e Mafia-capitale? Per carità, si tratta dell’unico banchiere al mondo che sarà studiato nelle università straniere perché è riuscito a farsi licenziare da direttore generale con una buonuscita di 1,5 milioni e a farsi riassumere come direttore generale con analogo stipendio. Briciole per uno che in quasi un decennio di potere incontrollato ha messo via una fortuna. Solo un mesetto fa la Guardia di Finanza di Ancona ha eseguito “sequestri preventivi e per equivalente” per 15 milioni di euro a suo carico: venti conti correnti, partecipazioni azionarie, cinque abitazioni, di cui due a Roma, tra cui un palazzo a via Archimede (Parioli) intestato a una società riconducibile ai familiari dell’ex direttore generale.
Che cosa volete che siano i 387 mila euro di sanzioni inflitte dalla Banca d’Italia a Bianconi, di fronte a un patrimonio di cui è difficile trovare i confini ? Ben più corposi i danni per 185 milioni richiesti dai commissari alla Price Waterhouse Coopers per aver certificato i bilanci dal 2008 al 2012 senza accorgersi di niente. Forse è l’ora di licenziare le agenzie di certificazione. Per una volta, comunque, non si può dare torto a Matteo Renzi che annuncia la necessità di una riforma del credito. Ma ormai purtroppo lo sappiamo, le riforme annunciate sono lastricate di buone intenzioni e di miliardi rubati.
a. statera@ repubblica. it

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