Recensione di ” Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà” di Luis Sepúlveda

E’ di certo un piccolo capolavoro, uno dei più affascinanti dello scrittore cileno, che in questa breve storia di 90 pagine comprese quelle di disegni, adotta due strumenti stilistici di non poco conto, e cioè:

1)usa la prima persona mettendosi, però, nei “panni” di un cane, che è il protagonista assoluto del racconto; infatti l’incipit suona così:

“Il branco di uomini ha paura. Lo so perché sono un cane e fiuto l’odore acido della paura.”

2)usa spesso termini in lingua mapuche,  popolo vissuto nel Sud del Cile, in una regione chiamata Auracanía o Wallmapu, termine composto dall’unione di due parole – maputerra, e che, gente – la cui traduzione corretta è Gente della Terra; l’incipit, infatti, prosegue così:

“La paura ha sempre lo stesso odore e non importa se la prova un uomo spaventato dal buio della notte o se la prova waren, il topo che mangia finché il suo peso diventa una zavorra, quando wigña, il gatto delle montagne, si muove guardingo fra gli arbusti.”

La trama, molto semplice, narra di un cagnolino appena nato che viene salvato da un giaguaro, nawel, che lo porta nella sua tana e lo nutre e lo cura. Poi un giorno il giaguaro prende il cagnolino cresciuto e lo porta fino ad un villaggio mapuche dove viene  adottato. Cresce insieme a un bambino, Aukamañ, ubbidisce agli ordini del vecchio del villaggio, Wenchulaf, finché un giorno arrivano alcuni uomini bianchi che uccidono il vecchio capo-tribù e incendiano il villaggio, cacciandone gli abitanti, perché quelle terre interessavano a una multinazionale del legname.

Il racconto si apre con i bianchi che danno la caccia a un giovane indio, che è proprio Aukamañ cresciuto, per ucciderlo, e usano il cane per inseguirlo nel bosco, avendolo ferito di striscio a una gamba.

Il cane, che si chiama Aufman – in mapuche vuol dire fedele e leale-, invece di seguire le tracce del giovane indio porta i bianchi in tutt’altre direzioni; alla fine muore per salvare l’amico, dimostrando di essere “Aufman” di nome e di fatto; e da cui il titolo.

Se la veste grafica del libro, come i disegni, i caratteri grandi, e la copertina stessa, appartengono al genere letteratura per bambini, il contenuto della storia, che appartiene alla tradizione mapuche, – e Sepulveda la apprese da un suo prozio che la raccontava ai bambini mapuche in lingua mapudungun – mi sembra adatta anche a un pubblico adulto. Infatti tutti i libri di Sepulveda che raccontano storie di animali – la gabbianella e il gatto, il gatto e il topo, la lumaca ecc., seppur appartenenti al genere letteratura per bambini, piacciono anche agli adulti, come a me è piaciuta questa storia. Ciò, perché dietro  ogni storia c’è come sfondo il contrasto bianchi civilizzati e distruttori vs indigeni che vivono in armonia con la natura rispettandola. La ferita degli spagnoli che hanno distrutto le etnie in centro e sud america, come pure gli yankees che hanno quasi del tutto annientato i nativi dell’ America del Nord, è ancora aperta…

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