“Un regalo molto “speciale” per la mia vicina di casa” racconto di PAULA HAWKINS “

 La scrittrice del bestseller dell’anno “La ragazza del treno”
Ero in cucina e stavo finendo di lavare i piatti, quando mi sono accorto che aveva iniziato a nevicare. Non una neve fitta, giusto qualche fiocco. La casa dall’altra parte della strada era illuminata: l’albero, con le decorazioni rosse e dorate, è vicino alla finestra. Ho visto anche lei, Marian, per un attimo il bagliore intermittente delle luci le ha rischiarato il volto. Anche lei mi ha scorto e ha fatto un cenno di saluto.
Non ha ancora ricevuto il mio regalo.
Quest’anno non mi sono preoccupato dell’albero: essendo qui da solo mi sembra una perdita di tempo. Da quando mia moglie è mancata, nessuno passa le feste a casa mia. Lara, la nostra figlia maggiore, si è sposata con un neozelandese e tre anni fa si è trasferita dall’altra parte del mondo. E Danny, mio figlio, è sempre troppo impegnato con il lavoro.
Non che me ne importi molto: la gente crede che sia triste trascorrere il Natale da soli, ma non è peggio degli altri giorni dell’anno. Ormai ci ho fatto l’abitudine, anche se all’inizio mi era insopportabile. Senza Grace non c’era più nessuno di cui prendermi cura e mi sentivo inutile, abbandonato a me stesso. Poi un giorno ho guardato fuori dalla finestra, l’ho vista e ho capito che qualcosa era cambiato. Mi era capitata una cosa inaspettata, la più sorprendente di tutte: mi ero innamorato.
Quando Grace era viva, tutte le sere guardavamo la tv. Ora che lei non c’è più, non ce la faccio a sedermi in soggiorno, ad aspettare di sentire il calore della sua mano, posata con delicatezza sul mio ginocchio, e la sua risata per quel buffo spot pubblicitario che la faceva tanto divertire. Dopo cena rimango in cucina; a volte accendo la radio, ma di solito mi fermo a osservare i vicini, la loro vita. È più interessante di quei reality che ormai affollano i palinsesti televisivi. È così che mi sono accorto di Marian. Vive dall’altra parte della strada, da un po’ di tempo, almeno credo, ma non so esattamente da quando. Forse ci eravamo già incontrati, ma non l’avevo mai notata. Prima di rimanere vedovo, non guardavo mai le altre donne. Da quando sono solo ho iniziato a far caso alle persone. A lei, in particolare.
Di solito la vedo di sera, quando rientra a casa, a testa bassa, carica di borse della spesa. In estate, durante il fine settimana, usciva in giardino a trafficare intorno al suo scarno cespuglio di rose. Dalla cucina la vedevo bene: sorrideva a tutti, a volte salutava e chiedeva «Come va?». È giovane, avrà meno di quarant’anni, credo, ma c’è qualcosa di vecchio in lei, un garbo che sembra appartenere a un’altra epoca.
Dopo qualche settimana, mi sono reso conto che aspettavo con ansia il momento in cui l’avrei rivista; mi capitava ogni tanto di rimanere alla finestra tutto il giorno, sperando di vederla, anche di sfuggita. Una volta o due mi sono dimenticato persino di mangiare, e quando lei è comparsa avevo la testa leggera, mi sentivo felice.
Non assomiglia per niente a Grace, ma risveglia in me la stessa passione. Mia moglie era molto bella, mora e magra, sempre elegante e ben curata. Marian invece è un disastro. È sempre spettinata, con i riccioli biondi che sfuggono dalla coda di cavallo, ha i vestiti sgualciti, come se non li stirasse mai. E ha un’aria perennemente sbattuta.
Però, a forza di guardarla, mi sono accorto che è bella anche lei. Possiede un’aura, non saprei come altro dirlo. Proprio come Grace, emana calore e quando me ne sono accorto per la prima volta, mentre la guardavo, ne sono stato sopraffatto.
Mia moglie era piena di calore, ma debole. Il cancro l’ha devastata, l’ha fatta invecchiare prima del tempo, e anche Marian mi sembra fragile. Si comporta come una persona più anziana della sua età e si muove con lentezza e cautela, quasi che temesse di farsi male. A volte le succede davvero. Negli ultimi mesi, è stata in ospedale due volte: per una frattura al polso e, di recente, per uno zigomo rotto. La prima volta era scivolata sul ghiaccio, appena uscita di casa; la seconda, alcu-di ne settimane fa, è stata aggredita, proprio qui, nel quartiere. Non ha riconosciuto i rapinatori perché avevano il volto coperto. Me lo ha raccontato Danny, che è un poliziotto.
«E le telecamere di sorveglianza? » gli ho chiesto. Mi ha risposto che hanno visionato i filmati, ma non hanno trovato niente. «Questi ragazzi non sono degli sprovveduti, sanno bene dove appostarsi per non essere ripresi». Il giorno dopo ero al pub e mi sono trovato di fianco all’uomo di Marian. Ha allungato una banconota da dieci sul bancone: aveva le nocche gonfie e la mano piena di graffi.
Sono uscito dal locale, per calmarmi. Mi sono seduto sulla panchina e mi sono premuto i pugni sugli occhi, finché non è diventato tutto bianco. Sono rientrato a casa a piedi, mi sentivo soffocare, come se qualcuno mi avesse afferrato per la gola. Mi sono seduto in cucina, senza accendere la luce: non volevo che Grace mi vedesse, che capisse a cosa stavo pensando e intuisse quello che avevo intenzione di fare.
Dovrei provare un affetto paterno per Marian, ma non è così: è qualcosa di più. Quando la guardo, così giovane eppure così sfinita, la tenerezza mi assale: desidero accarezzarle la testa, i suoi capelli biondi e morbidi. Vorrei sollevarla dalla stanchezza e ricompensarla per ogni suo sorriso. Quella sera stessa ho deciso che le avrei fatto un regalo, qualcosa che avrebbe apprezzato. Non saprà mai che gliel’ho fatto io, ma non importa. Non mi amerà mai, ne sono consapevole: ho sessantasette anni, non mi degnerebbe neanche di uno sguardo.
Quando invecchiano, le donne diventano invisibili, gli uomini, impotenti: è davvero un brutto affare. Eppure, anche se è difficile da credere, c’è un aspetto positivo. Dopotutto, un uomo impotente è innocuo, non rappresenta più una minaccia per nessuno.
Suo marito è un tipo abitudinario: tutte le sere si ferma a bere al Rose & Crown, dalle cinque fino alla chiusura, poi torna a casa a piedi, passeggiando lungo il canale. Ieri sera l’ho aspettato davanti all’alzaia per offrirgli un passaggio.
«Salve, Alec». Mi ha salutato, poi appena salito a bordo si è addormentato. Non riuscivo a credere alla mia buona stella. Quando ho accostato vicino a Roehampton Vale, stava ancora russando.
L’ho svegliato dicendogli che mi serviva una mano e lui mi ha seguito nel sottopassaggio senza fare domande, docile come un agnellino. Una bella badilata da dietro, poi l’ho finito con un mattone.
Ho corso un bel rischio, lo so, ma in fondo siamo soltanto vicini di casa, non c’è alcun collegamento tra noi. Ci siamo sempre limitati a un cordiale saluto. Nessuno sa dei miei sentimenti per Marian. Il mattone è finito in fondo al canale, il suo portafogli e il cellulare sono nella cassapanca, nella mia camera da letto, sepolti sotto l’abito da sposa di Grace.
Ho passato tutto il giorno in cucina e continuo a guardare il parcheggio, in attesa che arrivi la polizia. È proprio vero quello che dicono: quando fai un regalo a qualcuno, la soddisfazione più grande è osservare la faccia che fa quando lo riceve. Il cuore sta per schizzarmi fuori dal petto.
Sono impaziente di vedere la sorpresa sul suo volto, quando verranno a darle la notizia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...