Soffiate

Professione whistleblower*
Una manager di banca, un revisore dei conti, un informatico:
“Così un bel giorno decidemmo anche noi di fare la soffiata”
Parlano i Manning e gli Snowden della porta accanto “Ecco perché spifferare è giusto”
FRANCESCA DE BENEDETTI
PER SOLDI, PER IDEALI, PER CASO. Le ragioni che spingono la donna della porta accanto, o l’uomo, a diventare uno “Snowden” non sono sempre uguali. Il whistleblower, chi porta allo scoperto le magagne di aziende o di governi, non appartiene alla categoria dei buoni e dei cattivi. Stéphanie aveva «dei valori », Antoine voleva «che la gente sapesse», Lutz non si è fatto scrupoli: voleva «guadagnarci». Li accomuna però un “disobbedisco” a un certo punto della faccenda. Li unisce anche un paradosso: le loro rivelazioni hanno cambiato la storia a vantaggio della collettività, ma loro hanno pagato pegno.
I più noti come Chelsea Manning, al suo sesto compleanno in prigione, e Edward Snowden, ancora rifugiato in Russia, hanno reso popolare la tipologia ma hanno anche dimostrato che questo non basta. Ora esistono Giornate in onore dei whistleblower (il 30 luglio negli Usa), saloni del libro dedicati (a Montreuil), ovviamente siti per soffiate anonime (Wikileaks & co), consorzi (come il Whistleblowers Center), persino opere d’arte (come Anything to say: la vedete qui a fianco). Una pletora di iniziative che non rende più dolce la loro condizione: «Non c’è paese in cui i whistleblower siano del tutto al sicuro», dice Philippe Aigrain, fondatore dell’associazione per i diritti digitali “La Quadrature du net”. «Più i poteri forti e la politica vanno a braccetto, più chi ne denuncia gli abusi è indispensabile alla democrazia. Chi parla dev’essere protetto, mentre spesso assistiamo non a leggi a tutela ma contro. La stessa Russia che ospita Snowden, tratta brutalmente i suoiwhistleblower. Mentre la Ue promette tutele, e poi però discute una direttiva per il segreto aziendale». E in Italia? Proprio in questi giorni il Parlamento discute una legge a difesa delle “gole profonde” ma ancora molte sono le incertezze: sarà prevista una ricompensa per chi parla? È consentito l’anonimato?
Abbiamo raccolto le storie di tre whistleblower.
Tutti e tre dicono che è stata dura, tutti e tre che ne è valsa la pena.
Stéphanie Gibaud, 50 anni, manager, Francia
«Organizzare una partita a golf può cambiarti la vita? A me è successo nel 2008. Nella sede parigina della banca svizzera Ubs, dove mi occupavo di marketing da otto anni, venne perquisito l’ufficio di un dirigente. Io stavo preparando un evento, il mio capo entrò e mi ordinò di cancellare il disco rigido del pc. Così è cominciata la mia storia di whistleblower: dicendo di no. Facevo domande e nessuno mi spiegava cosa ci fosse di scottante in quei file. Iniziai a collegare gli elementi: le liste di persone da invitare ai concerti o a golf nascondevano un giro di evasione fiscale e conti illegali. Non ho cancellato i file, sono stata mobbizzata, spinta ad andare via. Nel 2009 ho deciso di sporgere denuncia, ma due anni dopo nulla si era mosso. È stato un giornalista che indagava su Ubs, Antoine Peillon, a convincermi a fare qualcosa. Anche per proteggermi, c’erano di mezzo pure i servizi segreti. Diventai una sua fonte, scoppiò lo scandalo Ubs, rivelammo un sistema di contabilità parallela, le “liste del latte”. Nel frattempo anche negli Usa il whistleblower Bradley Birkenfeld aveva denunciato le pratiche della banca. Solo che lui, grazie alle leggi americane, ha ottenuto una ricompensa di oltre cento milioni di dollari. Io sono finita in tribunale e ho ricevuto trentamila euro. Una vittoria morale, ma intanto la mia carriera era bruciata. Ho scritto un libro, La donna che ne sapeva veramente troppo, e con Hervé Falciani abbiamo fondato Pila (Plateforme internationale des lanceurs d’alerte): il matrimonio tra finanza e politica è pericoloso, e noi whistleblower siamo stretti tra due fuochi. Fare rete aiuta».
Antoine Deltour, 29 anni, revisore, Francia
«Ci sono io dietro lo scandalo LuxLeaks scoppiato l’anno scorso. Ho svelato gli accordi segreti che tra il 2002 e il 2010 il governo del Lussemburgo, in mano a Jean-Claude Juncker, oggi presidente della Commissione Ue, aveva stretto con oltre trecento multinazionali: potevano pagare tasse bassissime. Il caso è venuto fuori grazie ai dossier che ho soffiato io. Ero revisore nella società di consulenza PricewaterhouseCoopers e nel 2010, prima di lasciare il lavoro, scaricai sul pc migliaia di pagine che documentavano quelle pratiche. Pensavo fossero contro l’interesse generale. La gente sperimenta tutti i giorni l’austerity sulla propria pelle, doveva sapere cosa succedeva. Dopo LuxLeaks, l’Ue è dovuta intervenire contro aziende come la Fiat e ha preteso più trasparenza. Strasburgo mi ha pure assegnato il premio di cittadino dell’anno. Il paradosso è che in Lussemburgo pesa su di me una condanna fino a cinque anni di galera. Invece di perseguire chi ha fatto gli abusi, ce la si prende con chi li denuncia: è assurdo. Per fortuna la società civile si mobilita: in migliaia hanno firmato una petizione per me. Anche Snowden e Piketty mi hanno dato il loro sostegno».
Lutz Otte, 56 anni, informatico, Germania
«Se ci si sente soli? Quando sei in prigio- ne, certo che sì. Ma lo rifarei, e non per gli ideali. Io ho venduto dati in cambio di denaro. Non sono e non mi sento un whistleblower: per me era solo una questione di soldi. Per trent’anni ho fatto lo sviluppatore informatico e il consulente per grandi banche in Germania e in Svizzera. Nel 2011 lavoravo per la banca Julius Baer. Un ispettore del fisco tedesco, che già mi conosceva, mi convinse a fare un accordo: gli passai i dati di 2700 clienti tedeschi molto ricchi che evadevano le tasse, in cambio di circa un milione di euro. Con quei dossier il fisco tedesco avrebbe avuto accesso a una fortuna di 2,4 miliardi. Nel luglio 2012 sono stato arrestato in Svizzera, nell’agosto 2013 condannato a tre anni per violazione del segreto bancario e spionaggio economico. Rilasciato nel gennaio 2014, me ne sono andato dal Paese. In Europa chi decide di parlare ha davvero poche protezioni, non biasimo chi sceglie di non correre il rischio. Io rifarei tutto, e non ditemi che è stato immorale: che scrupoli avrei dovuto farmi? Parliamo di gente straricca che nasconde soldi per evadere le tasse, la morale era stata già abbandonata da un pezzo».
La morale della storia
«Guardi che non è questione di fare gli eroi e di voler cambiare il mondo, molti dei miei clienti sono dei conservatori e non hanno alcuna intenzione di rivoluzionare alcunché. Parlano perché se denunciano la corruzione ci guadagna lo Stato e ci guadagnano pure loro». Su questa faccenda dell’eticità o meno del whistleblower si infervora da Washington Stephen Kohn, storico avvocato di gole profonde. Sin dagli anni Ottanta ne ha difesi un mucchio: avevano svelato magagne sul nucleare, sull’Fbi, sull’11 settembre e in molti altri casi ancora. «Per ricompensare i whistleblower secondo la legge, negli Usa lo Stato ha speso 450 miliardi di dollari. Ma, grazie alle loro rivelazioni, ne ha incassati infinitamente di più. Mi creda, la morale è questa: il whistleblowing è il più potente sistema anticorruzione mai visto nella storia».

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