“Il romanzo dimezzato” Da Stieg Larsson a Wilbur Smith una collana lancia i bestseller “condensati” mentre in Gran Bretagna “riducono” Tolstoj Ma ha senso tagliare i libri?

di STEFANO BARTEZZAGHI
Gocce di Stieg Larsson, essenza di Margaret Mazzantini. Il giallista svedese e la narratrice italo-irlandese sono i primi due autori su cui è stata esercitata una nuova operazione editoriale: la distillazione. “Nuova” è poi un modo di dire, visto che le edizioni compendiose non sono certo un’invenzione del terzo millennio. Basta pensare ai “libri condensati” della Selezione dal Reader’s Digest o alle edizioni ridotte, per ragazzi, di classici come Moby Dick o Il Conte di Montecristo. Davvero nuova è invece la metafora: un libro “condensato” dà l’idea di un compattamento, mentre un libro “distillato” promette la sua riduzione a essenza, conservabile in boccetta. Anche Benedetto Croce, del resto, distingueva “poesia” e “letteratura”, ed era appunto questione di “spirito”. Una sciarada suggerisce che dalla distillazione si ricavi la forza di uno stile: «di stil, l’azione». Dagli alambicchi dell’industria culturale sgocciolano parole d’autore, depurate dalle vinacce delle descrizioni e dei riempitivi e perciò, a volersi illudere, ancora più inebrianti. La collana si intitolata “Distillati” e promette di portarci «al cuore del romanzo». Due titoli al mese, scelti fra best e megaseller più o meno recenti: dopoUomini che odiano le donne di Larsson e Venuto al mondo di Mazzantini, sarà la volta di Wilbur Smith con Il dio del fiume e Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi; seguiranno Sparks e Grisham e poi chissà. Diffusione in edicola (l’editore è Centauria, gruppo Rcs, marchio erede della Fabbri editore), al prezzo di 3,90 euro. Ogni libro è stato non riassunto bensì scorciato di metà delle pagine o anche più. Solo un bollino in copertina dichiara: «540 pagine dell’originale distillate in 200 pagine».
Nella gastronomia, che è il medium attualmente egemone, funziona: si possono chiedere mezze porzioni e quasi tutti i grandi ristoranti hanno oramai il loro bistrot, che pratica prezzi più abbordabili servendo piatti nello stile del ristorante maggiore. Nelle ricette si scrive: «aggiungere un’idea di vino rosso»: bene, i libri distillati danno “un’idea” di Mazzantini. Oscar Wilde si serviva proprio di un esempio enologico per giustificare le proprie impazienze e incostanze di lettore: «Per sapere se il vino è buono non occorre bere l’intera botte ». Per chi ama il belcanto ma si annoia con i recitativi esistono raccolte di romanze e grandi arie. Infine, quanto pensiamo di venire a conoscere nelle nostre frettolose visite a mostre e musei o nei “weekend lunghi” in metropoli e regioni sterminate e piene di angoli segreti, che tali rimarranno? In letteratura fa certo più impressione e il paradosso di Wilde è appunto un paradosso. Può essere applicato solo alla degustazione della scrittura: tre poesie di Montale ben scelte appagano un piacere di lettura e comunque danno un’idea della poesia montaliana. Ma i meriti di Larsson o di Grisham non sono certo di tipo calligrafico, bensì narrativo. Non è proprio questione di “spirito” della poesia. Si tratta piuttosto di prendere una trama e sfrondarla delle sue diramazioni più periferiche, cercando di stare attenti all’alto monito trasmesso dalla Legge di Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce, sono riuscito a finire Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». Che sia lecito dare lo stesso titolo all’opera che esce da una tale demolizione è solo una curiosa lacuna legislativa e sarebbe bello che qualche associazione per i diritti dei consumatori ci buttasse un occhio. Ma, a parte il problematico dettaglio, è chiaro che il libro non è più lo stesso, né è lo stesso l’eventuale piacere che l’opera originale provoca. È un’altra cosa, come sono altre cose le “riduzioni” delle fiction tv. Per esempio la nuova miniserie con cui la Bbc racconta la stessa Guerra e pace in sei puntate (che si spera continui a parlare della Russia).
Il bello è che fino a poco tempo fa il tipico bestseller doveva essere lungo, in edizione voluminosa e ponderosa. Le 600 pagine del libro di Larsson non minacciano l’appassionato, al contrario: gli promettono il protrarsi della suspense. Quando il Conte di Montecristo va ad assistere al Carnevale di Roma, con una digressione di centinaia di pagine del tutto avulse dalla trama principale (Dumas era pagato a righe, allungare il brodo gli conveniva materialmente: e tutto può farlo, il brodo), la molla della procrastinazione della vendetta si carica ancora fino all’impensabile. Quella zeppa scandalosamente insensata contribuirà a rendere ancora più potente l’impatto dello scioglimento degli ultimi capitoli. Vinacce e residui di distillazione, o componenti della sacra unità strutturale dell’opera?
La pratica della “distillazione” in realtà aggiunge una tappa alla filiera post-produttiva di un bestseller. Nei libri molto famosi e molto venduti, il successo commerciale ha già separato dal corpo della scrittura l’essenza del titolo. Così può esserci un tipo di consumatore che ha poco tempo o interesse per la lettura, impaziente più di Oscar Wilde, ma pur sempre desideroso di farsi “un’idea” (anche se liofilizzata) di titoli famosi, divenuti brand. Il libro “distillato” è l’equivalente dell’occhiata data a un punto vendita di Prada o Armani in un aeroporto, provando meno soggezione che in un negozio vero e proprio. Quello che dal punto di vista letterario non tiene, insomma, tiene benissimo dal punto di vista commerciale.
Il mondo andrà avanti. Ci sarà sempre chi leggerà per amore della letteratura, anche quella dei bestseller, e chi ne cercherà solo un’”idea”, per quel po’ di curiosità indotta che non arriva a radicarsi in un’attitudine da lettore. Ad andare casomai in crisi dovrebbero essere tutti i virtuosissimi appelli alla “lettura”, per i quali leggere è meglio che non leggere, sempre, e a prescindere dalla qualità o addirittura dall’identità dell’opera.
Ci sarà qualcuno che da un “distillato” di Wilbur Smith scoprirà un piacere sconosciuto e poi lo ricercherà in opere pubblicate in modo canonico; ci sarà qualcuno che invece penserà che queste riduzioni non tolgano nulla alle opere originali, o che non si porrà neanche il problema. Ma invece nessun libro è uguale e interscambiabile con un altro, e neppure con la sua presunta distillazione. «Non è la stessa cosa» non è un messaggio facile da far passare, in un universo culturale in cui la distinzione è a sua volta ridotta a fisima e in cui tutto è considerato uguale e equivalente a tutto. Opporre alla distillazione qualche necessaria distinzione è tutto quanto possiamo fare.
da repubblica.it

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