«Tutto in questo libro è invenzione, ma quasi tutto è successo»

L’incubo di K. alla ricerca della figlia perduta
K. (O LA FIGLIA DESAPARECIDA)
di Bernardo Kucinski
GIUNTINA ( TRAD. DI V. BARCA) PAGG. 175, EURO 15
recensito da SUSANNA NIRENSTEIN
«Tutto in questo libro è invenzione, ma quasi tutto è successo». L’avvertimento dell’esordio narrativo per l’ottantenne giornalista brasiliano Bernardo Kucinski figlio di ebrei polacchi emigrati, è asciutta e enigmatica: comunque quel che racconta del protagonista K. (come non pensare a Kafka?) e della figlia desaparecida — cioè suo padre e sua sorella — è avvenuto davvero. Lontana dall’essere una semplice cronaca dell’orrore, questa è una storia incentrata sulla perdita, un mosaico a più voci in cui prendono corpo lo sconcerto, il dolore, la paura, il senso di colpa scaturiti in un uomo che ha comunque alle spalle e la prigione subita in Polonia due volte per il suo sionismo prima dell’emigrazione negli anni Trenta e la Shoah patita dai parenti, eppure non ha visto, non ha capito nulla di quel che succedeva all’adorata secondogenita.
Nel 1964 in Brasile i militari inaugurarono, con un colpo di stato, un periodo di dittature in gran parte dell’America Latina. Cile, Argentina, Uruguay. Non mancò la risposta studentesca e sindacale e il successivo indurimento del sistema repressivo, con imprigionamenti, torture, morte. Spesso marxisti e maoisti scelsero il terreno della guerriglia, con tanto di sequestri di diplomatici stranieri da scambiare con i detenuti politici. Il regime passò all’eliminazione degli oppositori. 150 desaparecidos, oltre ai 217 la cui morte è stata accertata.
È nel 1973 che Ana Rosa Kucinski e suo marito Wilson Campos, membri del gruppo armato Aliança Nacional Libertadora (nel libro i nomi non compaiono) spariscono. K. non sa nemmeno che la figlia sia sposata, tanto meno che militi tra i rivoluzionari. Preso come è dai suoi studi sulla lingua e la letteratura yiddish, ha vissuto in un bozzolo di vagheggiamenti e nostalgie per un mondo che non c’è più. Ora il suo sbigottimento è totale. Di fronte al diniego perentorio delle autorità, per scoprire cosa sia successo eccolo infilarsi in un pianeta di informatori, delatori, mostri. E noi con lui. Ogni breve capitolo ci rivela nuove porte chiuse, connivenze, atrocità. Un avvocato legato al famigerato Sergio Fleury, a capo delle torture e degli squadroni della morte, e non solo per ottenere il passaporto di suo fratello; i seviziatori stessi; militanti diventati delatori; colleghi accademici di Ana Rosa che cinicamente votano la rescissione del suo contratto «per abbandono delle funzioni»; una tossicodipendente assunta (e violata) da Fleury in un carcere speciale che, in una seduta psicoterapeutica, rivela le sue allucinazioni, il modo in cui carpiva informazioni dai prigionieri, si accorgeva della loro eliminazione e squartamento; rabbini che aiutano, altri che negano ogni ascolto; l’arcivescovo di Sau Paulo, il cardinale Evaristo Ams, che cerca di aiutare le famiglie degli scomparsi… Ogni testimonianza è basata su documenti o esperienze reali — anche se la connotazione letteraria è ottima e prevalente — , nessuna però porta a una traccia di dove e come la ragazza e suo marito siano scomparsi.
Per K. l’incubo è infinito. La sua vita di commerciante e scrittore si disfa. E anche i modi della sua identità ebraica entrano in crisi. Tutto si avvita in domande senza risposte, nei suoi pensieri ossessivi. La moglie depressa fino a morirne per la famiglia sterminata nella Shoah. La sua fissazione, il suo legame maniacale con l’yiddish, una lingua morta, morta come ora sua figlia. Ricorda il figlio che è andato a vivere in Israele e con cui non si capiva più: ma in fondo conosceva meglio Ana Rosa? Il senso di colpa lo divora. Un meccanismo simile a quello che ha colpito i sopravvissuti dell’ebraismo europeo annichilito dal nazismo, riflette, quando ognuno si mise in cerca del momento in cui avrebbe potuto evitare la tragedia e del perché sia ancora in vita. L’ingresso nella realtà è drammatico, tra i pochi punti d’approdo coloro che hanno vissuto la sua stessa esperienza, chiusi però nel proprio dolore. L’unico ascolto che trova è quello dei parenti immigrati in Israele a cui scrive: questa volta in ebraico, non in yiddish. Basta con quella mistificazione. Gli ebrei non sono un idioma assassinato. E la giustizia? Dov’è la giustizia? In Brasile è stata creata una Commissione nazionale per la verità e si sono aperti gli archivi della vergogna solo nel 2012.

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