La crisi della Russia

 da repubblica.it il corrispondente NICOLA LOMBARDOZZI
 MOSCA
I RACCONTI della nonna, adesso fanno paura. Una volta Lejla ascoltava incantata quelle storie di un passato lontano sugli stenti dell’era sovietica o sulle grandi paure, la miseria generalizzata, della devastante crisi del 1998. «Ma ora le cose sono cambiate. Tutto sembra più reale e minaccioso. Quando la mia dolcissima babuska apre il suo libro dei ricordi, io comincio a vedere fantasmi, mi prende l’angoscia, la prego di cambiare argomento». Diciannove anni, studentessa in legge, si stringe nel suo piumino griffato mentre morde un bianco panino georgiano al formaggio davanti alla stazione della Metropolitana di Shabolovka, zona residenziale a sud di Mosca.
Ci sono almeno dieci gradi sotto lo zero, ma le confortevoli e calde sale delle caffetterie, che fino a pochi mesi fa erano piene di studenti e impiegati, sono improvvisamente diventate un lusso eccessivo. Lejla sorride: «Meglio il marciapiede e il panino della bancarella. Non posso più permettermi nient’altro. Non è grave, ma si capisce che si va lentamente verso il peggio. E non so quando ci fermeremo ». Occhi nerissimi sotto al colbacco di pelliccia, Lejla sembra frastornata dagli annunci sempre più allarmati di una crisi senza precedenti.
Dopo mesi di dichiarazioni ottimistiche di Vladimir Putin in persona, dopo un bombardamento di frasi tipo «ce la faremo», «siamo solidi», «è solo una sofferenza passeggera », adesso la Russia ha paura. E perfino i media ufficiali, sempre attenti a evitare argomenti sgradevoli, si sono messi a raccontare le cose con una certa preoccupazione. Ieri il rublo è crollato ancora, adesso ce ne vogliono 87 per fare un euro mentre poco più di un anno fa ne bastavano 38.
Il ministro dell’Economia ha pronunciato in tv l’inquietante parola “default” che la gente comune traduce semplicemente “disastro”. Perfino uno che sembrava ottimista per natura come Herman Gref, amministratore delegato della Sberbank, la grande banca di Stato fondata dallo zar Nicola I ha ammesso che sono in arrivo tempi duri e che molti giovani qualificati stanno abbandonando il Paese in cerca di lavoro. Ed è tutto un parlare e scrivere di cause, diagrammi, prospettive e speranze. La gente ascolta il brusio confuso delle interviste agli esperti ma intanto verifica direttamente quello che accade.
I tanti, forse troppi, negozi e centri commerciali nati negli ultimi tempi sono deserti. Ci sono ancora molti clienti nei ristoranti per ricchi dove puoi pagare 140 euro una bistecca alla fiorentina, ma cominciano a chiudere pub, birrerie, caffè. E si cammina per strade coperte di neve e di insidiose lastre di ghiaccio come tanti anni fa. Il perché lo sanno tutti: l’esercito invisibile dei lavoratori clandestini che arrivavano dalle ex repubbliche socialiste sovietiche, è in gran parte tornato a casa. Decine di migliaia di tagiki, uzbeki, kirghizi, hanno scoperto che, al cambio attuale, vivere in Russia per fare i lavori più umili come spalare le strade o svuotare i cassonetti dei rifiuti non vale più il sacrificio.
Lejla, come quasi tutti i suoi coetanei di città, ha ovviamente altre ambizioni: «Voglio laurearmi e andare all’estero. Forse in Europa. Ma spero solo di farcela. Qui i prezzi aumentano ogni giorno e sembra solo l’inizio».
Il suo sussidio studentesco, retaggio del welfare sovietico, è di 1.450 rubli: «Sembrava tanto. Adesso basta appena per penne e quaderni». Né si può dire che le famiglie possano aiutare granché: il reddito medio dei cittadini di Russia è di 31.125 rubli. Per alcune categorie è addirittura diminuito dopo i tagli di qualche mese fa che hanno infierito soprattutto su personale ospedaliero, impiegati statali e insegnanti. È vero che molti ultracinquantenni sono in qualche modo proprietari di abitazioni concesse dallo stato sovietico. Piccole, mal costruite, ma mai così preziose come di questi tempi. Ma anche quelle sono difficili da mantenere. La tassa comunale che comprende il condominio, la bolletta della luce e del gas, e che una volta era puramente simbolica, adesso si aggira in media sui diecimila rubli. Accedere al cosiddetto libero mercato è riservato a pochi milionari e si finisce per condividere con genitori e nonni, angusti appartamenti in krusciovke di periferia.
Anche la benzina, il colmo per un Paese che ne produce quantità mostruose, è cresciuta di prezzo fino a 38 rubli al litro. Per non parlare della borsa della spesa. Al supermercato della catena Perekrestok, sulla centrale piazza Tishinskaja, il giovanissimo Vassilij ti dimostra con un breve giro tra i banconi quanto siano ottimistiche le letture del governo che parla di un aumento di appena il 13 per cento in un anno: «Tutte balle, guardi qua. Mezzo litro della vodka più popolare, costava 289, adesso 349. Oppure un chilo di pollo, era 82 adesso 165. E il dentifricio più economico, da 81 a 125. Perfino il grano saraceno, ingrediente della cacha, la colazione più amata dai russi, è passato da 51 a 87 rubli».
E anche al supermercato si parla di crisi. Colpa delle sanzioni e dell’ostilità occidentale, si diceva qualche mese fa. Ma c’è altro. Non c’è bisogno di essere grandi studiosi per capire che l’economia di un gigante come la Russia non può basarsi solo sul settore energetico. Si andava bene quando il petrolio si poteva vendere a 90 o 100 dollari al barile. Putin qualche mese fa, quando era cominciata la picchiata, aveva tranquillizzato tutti: «Niente paura, può scendere anche addirittura fino a 45». Ieri è sceso sotto i 30 e i calcoli sono da incubo. E hai voglia di rilanciare un’industria manifatturiera che non esiste. Resti comunque dipendente dalle importazioni per anni con conseguenze inevitabili. E il futuro è nero. Le grandi aziende hanno cominciato a ridurre personale. Prima quelle automobilistiche, poi quelle turistiche, le compagnie aeree. Per non dire di quelle della tardiva “bolla del web” che aveva fatto nascere agenzie pubblicitarie, siti di informazione specializzata, adesso in gravi difficoltà.
E c’è chi si prepara già a una resistenza lunga e durissima. Lada 43 anni, laurea in storia dell’arte, divorziata con un figlio, ha scelto di fare le pulizie presso una famiglia straniera sull’Arbat: «Non è umiliante. E guadagno di più di quando scrivevo recensioni di pittura. Noi russi siamo così, spendiamo come pazzi tutto quello che abbiamo, ma sappiamo resistere anche con un pugno di rubli».

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