Dialogo tra Niccolò Ammaniti e un gruppo di studenti: “Aiutatemi voi a trovare altre storie e altri finali”

di MAURIZIO CROSETTI da repubblica.it
TORINO
«Signor Ammaniti, io ho letto quasi tutti i suoi libri e ho sempre pensato che lei fosse un folle. “Fango”, ad esempio: come le è venuto in mente di scrivere una roba del genere? Ma stavolta è diverso. Leggendo “Anna” ho pensato a me, non a lei».
La ragazza con i capelli rossi è seduta al tavolo ovale dell’Einaudi, proprio dove si metteva il leggendario Giulio nelle famose riunioni del mercoledì. Lo scrittore Niccolò Ammaniti le siede di fronte e beve acqua minerale. Attorno, i ragazzi di un liceo classico torinese parlano con l’autore, ma più che altro rispondono alle sue domande: lui è un assassino di personaggi niente male. Gli chiedono infatti perché abbia ucciso Pietro. E perché abbia fatto fuori tutti gli adulti nella sua apocalisse virale. E perché i ragazzini, una volta adolescenti, muoiano pure loro. E quale forza mostruosa, quale disperato inganno muova Anna. «Di cui mi sarei perdutamente innamorato, se solo l’avessi incontrata», dice Ammaniti, il quasi folle che chiede ai suoi lettori: «Ragazzi, datemi voi qualche idea, aiutatemi a scrivere. Sono stato crudele ma non senza speranza, e non è vero che il libro è cupo. Mi sono chiesto di continuo: come me la sarei cavata, io, in quelle condizioni? Ti svegli e sei solo: cosa fai? Dici la verità al tuo fratellino o gli menti per proteggerlo. E voi, cosa avreste fatto?».
Lo scrittore di una storia piena di ragazzi chiede ai suoi lettori, ragazzi, qualcosa su quella storia. Mica succede tutti i giorni. E loro rispondono, spietati e curiosi. Una dice che avrebbe provato solo a sopravvivere. Un’altra, che si sarebbe sentita molto sola. Un’altra ancora centra il cuore del bersaglio: «Io credo che, come Anna, mi sarei messa a raccontare qualcosa prima di tutto a me stessa, per sopravvivere». E qui si accende una scintilla negli occhi di Ammaniti: «Sì, proprio così. Io scrivo anche per proteggermi e consolarmi. Da piccolo mi avevano detto che non ero figlio dei miei genitori, che mi avevano trovato in una cesta sul fiume e nella cesta c’era un pugnale col manico di smeraldi. Narrare è fantasticare su noi stessi e sul mondo, darsi una ragione delle nostre origini. Facendo anche i conti con i sogni, con la notte».
I ragazzi ora sono caldi e si liberano davvero. «Leggendo Anna ho provato angoscia, perché nelle difficoltà valgono anche per noi ragazzi gli schemi degli adulti, la violenza, lo scambio, la sete di sopravvivenza ad ogni costo». «E quella morte, scusi, ma non ce la doveva fare, non Pietro». Lo scrittore assassino è dunque chiamato a deporre: «Pietro non muore di malattia ma in un incidente, è una fine possibile anche senza il virus, una morte direi normale, aperta alla possibilità. Anna ha avuto molto da lui, ha scoperto l’amore però amare vuole anche dire perdere una parte della propria libertà. A voi non è mai successo? A me sì».
Attorno al tavolo di Einaudi, sotto imponenti scaffali pieni di libri e stucchi bianchi, i giovani lettori devono dire se la trama è plausibile. Le bugie, la paura, la vicenda che forse conta meno del carattere dei personaggi, della loro voce, della coerenza. Glielo spiega l’autore: «Come continua una storia quando finisce il libro? Tema interessante, però io credo che altre cose vengano prima. I personaggi, appunto». I ragazzi li sentono vicini, coetanei: «Anna chiude il fratellino dentro una sorta di magia, lo fa perché gli vuole bene». «No, non sono d’accordo », dice un ragazzo. «Mi sentirei tradito da una sorella così. La verità viene prima di tutto».
C’è un tema gigantesco dentro questo romanzo assai letto tra i giovani: crescere forse uccide, forse invece salva. È il balzo oltre la linea d’ombra. Ma che suc- cede se un finale fa stare male? «Nell’amarezza dell’epilogo troviamo la spinta per cercare altro », dice Ammaniti che non è mai rassicurante. «Non viviamo dentro una commedia americana, ognuno può immaginare di Anna quello che vuole. Lo scrittore non deve accompagnare il lettore nei suoi desideri: assecondare troppo banalizza. E insomma, questo mio finale cosa vi ha suggerito? » La ragazza col berrettino a ponpon fa calare il silenzio nella stanza: «A me ha trasmesso tanta forza, perché sto combattendo contro una malattia brutta ma sono ancora qui». «Io, invece, sin dall’inizio mi aspettavo di più, mi aspettavo un perché, ma poi ho capito». «Io, al contrario, nell’epilogo ho notato solo speranze deluse». «Deluse fino a un certo punto, perché Anna non ha finito di dire quello che aveva da dire, e il libro continua ad agitarsi dentro di me ora che l’ho chiuso, anzi soprattutto ora che l’ho chiuso ». Lo scrittore si versa un altro po’ d’acqua nel bicchiere, poi si schiarisce la voce. Forse questi suoi giovani lettori sono anche personaggi potenziali. Sono autori di altre eventualità, come chiunque scelga il destino della scrittura. «E mi fa piacere, moltissimo, parlare di Anna con voi, in fondo finora l’ho fatto poco. Lei, Anna, è la più forte di tutti, una bestia. Anch’io l’ho conosciuta e amata poco per volta. E comunque, quando un autore comincia a scrivere non sa, non capisce bene dove stia andando, quasi sempre sono gli altri a dirglielo, dopo. Stavolta ho scelto di ambientare il romanzo in Italia, in Sicilia, consapevole che il post-apocalittico non si è mai visto da noi. Vi sembra che funzioni?».
Una ragazza risponde di sì, «anche se forse avrei scelto la Sardegna, ancora più selvaggia». Storie aperte, oppure «chiuse dentro un recinto di parole: i confini sono un argomento molto intrigante», spiega l’autore «perché hanno a che vedere con la libertà. A volte siamo pesci d’acquario che ignorano la bellezza del mare: ogni bambino è un po’ così, finché non arriva l’adolescenza che è cambiamento spiazzante e impone regole nuove, un diverso modo di provare a farcela, a sfangarla, quasi un primo giorno di scuola al liceo. Non vi sembra?», chiede Ammaniti e loro lo guardano un po’ sorpresi, è sempre difficile parlare di se stessi, immaginarsi in una storia. «Sì, è così, lo spaesamento è una realtà con la quale fare i conti». «Diciamo che le cose non sono mai come le avevi immaginate per tanto tempo, e non sono mai facili» spiega un ragazzo che finora aveva taciuto. Racconta il lungo corridoio della sua scuola, lo narra come un incubo, è il suo ricordo dell’esordio laggiù. E mentre parla è già dentro la sua storia. Quando non diventa più soltanto sua, cioè dopo pochi istanti, ecco che scatta la magia del racconto. Lo scrittore sorride. Benvenuto tra noi narratori, vorrebbe forse dire a quegli occhiali spessi con dietro una faccia.

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