“Appelfeld. Per anni mi sono chiesto che cosa c’era di sbagliato in noi” di Susanna NIRENSTEIN

Quando parli con Aharon Appelfeld senti il suo cuore palpitare, come se ancora lo avvolgessero le brume dei boschi in cui a otto anni si rifugiò da solo, scappato da un lager. Bande di ladri, camere di prostitute, foglie, granai furono i suoi nascondigli. In testa aveva la certezza di non dover mai rivelare la sua identità di ebreo, nei sogni il momento in cui avrebbe rincontrato i genitori, i nonni, anche se, a parte il padre, li aveva visti uccidere dai nazisti. Sussurra, come se temesse ancora di essere sentito da qualcuno, eppure ha vissuto più che in piedi, con le sue decine di romanzi applauditi in tutto il mondo, e le sue guerre combattute in Israele da quando vi approdò nel 1946. A 14 anni. È un miracolo letterario vivente, un frutto nato dal disastro e dalla perdita, dalla dislocazione: non testimonianza, poesia pura fatta di macchie di memoria e volontà di ricostruzione senza mai, mai, perdere di vista le proprie radici, la propria terra di origine, quel Nord Europa tra Polonia, Ucraina e Romania sventrato dal Terzo Reich.
Escono ora per Guanda le preziose Tre lezioni sulla Shoah da lui tenute in America, seguite dalla riedizione di una bellissima conversazione con Philip Roth, Oltre la disperazione (trad. Elena Loewenthal, pagg. 136, euro 14). Un libro fatto di vita e sapienza, di riflessioni e idee sul legame tra memoria e narrazione, sul silenzio che scese tra i sopravvissuti, sull’impossibilità di comunicare la tragedia. Lo abbiamo intervistato (per telefono, mentre è nella sua casa di Gerusalemme) per celebrare il 27 gennaio, il giorno della liberazione di Auschwitz.
Mr. Appelfeld, nelle lezioni sottolinea come chi è passato attraverso la Shoah abbia paura della memoria.
«Sì, era, è doloroso essere lì ancora una volta, vedere le persone morire, rivivere la crudeltà. Cerco ancora l’oblio, ma se gli adulti possono imbrigliare i ricordi, la memoria di un bambino è forte, molto forte, e fresca».
All’indomani della Shoah sceglieste di tacere. Perché siete stati zitti?
«Perché tutto ciò che avevamo sognato dopo l’orrore, un amore diffuso, un mondo migliore, non prendeva corpo: tutto rimaneva uguale, quel che era stata la guerra, noi, gli altri. Non riuscivamo nemmeno a capire quel che avevamo vissuto, il fenomeno che aveva portato milioni di persone nelle camere a gas solo perché ebrei. Avevamo visto sgozzare i nostri simili come animali. Ci chiedevamo cosa c’era di sbagliato in noi, eppure eravamo uguali agli altri, parlavamo tedesco, la libreria dei miei traboccava di autori francesi. La realtà era, è, come una storia di Kafka, dove il mondo è crudeltà per crudeltà. Troppo difficile accettare la verità, per questo non parlavamo».
E il modo in cui oggi viene onorata la Shoah, le sembra giusto? Le gite scolastiche ad Auschwitz, le lezioni in classe.
«Parlo da Israele, dove lo sterminio è inciso in ognuno. E per i ragazzi israeliani non credo le visite nei campi di sterminio siano un’esperienza accettabile. Quei luoghi hanno ancora l’impronta dei nostri morti, e i giovani vogliono vivere, ne hanno tutti i diritti. In quanto agli europei, non so, è difficile spiegare il genocidio e il precedente disprezzo malefico degli ebrei che i tedeschi avevano inculcato nella popolazione. Improvvisamente non eri più visto come un uomo, ma come un insetto. Se lo capisci occorrerebbe reagire, urlare. Nell’umanità esistono animali feroci ».
Lei insiste molto su un’altra rimozione: quella che intellighenzia e borghesia operarono sulla loro identità di ebrei. Non era legittimo aspirare all’assimilazione?
«Vengo da una famiglia profondamente assimilata, lontana da ogni tradizione, religione. Si sentivano europei, non ebrei. Ma l’Europa non ha mai accettato gli ebrei come fratelli, li giudicava particolari, estranei, alla base di ogni male. E invece, persino dopo la Shoah, per gli ebrei l’Europa rimase il simbolo della cultura, della bellezza, della civiltà. È un paradosso, come quello del silenzio. Nel Medioevo gli ebrei volevano essere solo se stessi. Nel Novecento amavano solo quel che sapeva di musica, di letteratura tedesca».
L’odio di sé è ancora diffuso tra gli ebrei?
«C’è, eccome. L’ebraicità è avvertita come un anacronismo. Prima della Shoah gli ebrei scappavano dall’identità anche per paura, diventavano comunisti, liberali, si convertivano. Non è servito. C’erano i nazisti ad aspettarli».
C’è ancora antisemitismo?
«È cambiato, non è più contro le persone, non usa nemmeno più la parola ebreo, si rivolge contro il sionismo e Israele, che è il bersaglio attaccato come il simbolo del male. Esattamente come avveniva con gli ebrei nella prima metà del Novecento. La gente rifiuta questo parallelismo, ma, riflettete, è proprio così. Si boicotta il male, non un paese di gente normale».
Per lei cosa ha significato Israele?
«Per noi sopravvissuti, che non avevamo più niente alle spalle, è stato un rifugio, l’unico possibile. Ma per chi già viveva qui, era difficile accettarci, noi, le vittime. Allora era un paese eroico, ideologico, idealista, socialista. Capirci era quasi impossibile».
La Shoah o è al centro dei suoi romanzi.
Molti altri hanno invece scritto le loro testimonianze, che lei non considera letteratura. E Primo Levi o Kertesz?
«I testimoni raccontano la parte esterna dei fatti. Il mio amico Kertesz, il mio amico Levi, hanno lottato per scrivere letteratura, ma l’esperienza era così tragica da non poterne scalfire la concretezza. Con la loro intelligenza l’hanno resa universale, ma le loro sono testimonianze, non arte. Anche la Storia con i suoi numeri, i suoi fatti, ti fa cogliere il passato, ma non ti fa sentire il cuore di ognuno, non ti fa entrare contemporaneamente nel suo passato, presente, futuro, non ti fa comprendere cosa gli sia successo come persona, nel tempo».
Cosa pensa del nuovo terrorismo islamista? Ha paura per sé, per i suoi figli?
«Ho paura, ho la percezione della barbarie. Mi fa quasi sorridere che l’Occidente non si accorga del ritorno dei barbari e trovi invece il tempo e la voglia di condannare Israele».

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