Il lager. “E adesso fateci ridere” Il cabaret crudele dei comici ebrei

SIMONETTA FIORI
Essere comici ad Auschwitz. Fare cabaret ai bordi della tragedia. Conciliare l’inconciliabile, il lutto e il divertimento. È la storia di una tournée senza ritorno quella narrata da Antonella Ottai nel suo bellissimo e documentato saggio L’ultima risata (Quodlibet, 240 pagine,18 euro). La storia di una popolosa compagnia di cabarettisti e attori ebrei costretti a ridere e a far ridere nell’anticamera dello sterminio. Prima l’apartheid berlinese della Lega per la cultura ebraica, un palcoscenico solo per ebrei nella città in mano ai nazisti.
Poi il campo di Westerbork, nella brughiera olandese, tappa intermedia verso la soluzione finale. Infine Buchenwald, Auschwitz, Treblinka dove il sorriso è destinato a spegnersi dentro le camere a gas. Lasciando un mucchio di interrogativi.
E’ lecito ridere al cospetto della morte? E se fosse proprio l’umorismo l’ultima libertà rivendicata dal dolore? Questa incredibile storia, ricostruita prevalentemente su fonti tedesche e olandesi, comincia alle soglie degli anni Trenta a Berlino, il paradiso di tutte le libertà. E’ qui, nel cuore del Kurfürstendamm, che si esibiscono i protagonisti del teatro leggero mitteleuropeo quali il comico Max Ehrlich, la biondissima Camilla Spira, il corpulento Otto Wallburg, il brillante conferenziere Paul Morgan, il capofila dei caratteristi Kurt Gerron, un omone reduce dai successi dell’Opera da tre soldi e dell’Angelo azzurro. Il loro repertorio attinge alla tradizione ebraica in un ironico gioco di specchi tra l’identità dell’interprete e quella del pubblico, con frequenti battute sulla marionetta comica del futuro Führer. Un divertimento destinato a interrompersi bruscamente con l’avvento di Hitler al potere. Molti migrano negli Stati Uniti, dove però non ritrovano il suono autentico della risata che solo Berlino poteva offrire. L’unico riparo nella città tedesca è offerto da una scena assediata, i cui confini sono rigorosamente perimetrati dal regime nazista: solo attori ebrei per un pubblico ebreo.
Ma come si fa a ridere sullo sfondo di deportazioni, dolore, apprensione costante? «Sia comico a pieno diritto!», intima uno spettatore a Max Ehrlich, direttore di scena per la Lega della cultura ebraica. «Di guai ne abbiamo già abbastanza a casa». E lo spettacolo diventa metafora di una condizione alienata, con un’ultima rappresentazione — Recite al castello di Ferenc Molnár — in cui il protagonista sul proscenio annuncia che «il miglior commediografo di tutti i tempi resta sempre la vita». E’ l’agosto del 1941. Per molti di loro, sia attori che spettatori, sono pronti i treni per l’Est. Tutti interpreti di una stessa tragedia. È dentro il filo spinato di Westerbork — tappa intermedia verso lo sterminio — che nel 1943 si ritrovano Ehrlich e Spira, Gerron e Wallburg, i pianisti Willy Rosen ed Eric Ziegler. Sono star di prima grandezza, ma l’unica stella che esibiscono è il distintivo giallo dell’umiliazione. È il primo paradosso in una galleria dell’assurdo dove è sempre più sfumato il confine tra finzione e realtà, riso e tragedia, compromissione e resistenza, normale scansione di una stagione teatrale e via crucis verso le camere a gas. La mattina molti di loro trascinano pesi sulla banchina dei treni, la tuta color fango e l’espressione abbrutita. La sera rinascono sulla scena per improvvisare “il miglior cabaret d’Europa”. Sketch, riviste, operette per una platea del tutto eccezionale: in prima fila il comandante e i suoi amici aguzzini, dietro i compagni di sventura, intere famiglie destinate come loro allo sterminio.
Il repertorio naturalmente è neutro, depurato delle provocazioni originarie. Ma ridono tutti fino alle lacrime, vittime e carnefici, in una perversa dinamica tra seduzione e potere. Diverso solo il gesto, rivelatore dell’abisso che li separa: se gli internati accolgono i motti di spirito con il battimani, le SS si limitano allo sghignazzo. Il plauso non è contemplato.
«I trasporti per Auschwitz c’erano ma si doveva anche ridere!», avrebbe commentato una musicista sgomenta. Ma ridere non è solo un obbligo o un precetto. Per chi provoca il riso è l’unica strategia di sopravvivenza: iscritti nella lista degli “insopprimibili”, Ehrlich, Gerron, Rosen saranno tra gli ultimi a partire per la tappa terminale. E per chi è in platea significa momentanea sospensione della tragedia, recupero della dignità perduta nella memoria dei tempi migliori. «Alcuni deportati sono partiti per Auschwitz ridendo», annota in una lettera Etty Hillesum ammorbidendo il suo giudizio indignato sui “buffoni di corte”. Ai suoi occhi la partita tra vita e morte giocata sul palcoscenico ha il sapore amaro dell’indecenza. Ma solo il riso è capace di rovesciare la scansione del lutto, collocandosi ancora oltre. E quelli della prima fila, il comandante e i suoi ospiti? Ci vorrebbe un Jonathan Littell, l’autore di Le Benevole, per entrare nella testa di Albert Konrad Gemmeker, il comandante di Westerbork. La mattina impeccabile nella sua divisa da SS mentre organizza i convogli per Auschwitz, la sera creativo impresario della eccentrica compagnia di giro, incluso il dopoteatro a casa con qualcuno degli artisti. Chissà cosa gli è passato per la mente la sera che il comico Max Ehrlich fece quasi cadere giù la sala dalle risate. «Alla fine siamo tutti figli di Adamo…», dice l’attore sfidando smaccatamente il contesto. «Almeno a partire dalla seconda fila!». Non si sarebbe salvato quasi nessuno. Gerron e Rosen conclusero i loro giorni ad Auschwitz, al pari di Otto Wallburg, ridotto a un’ombra di se stesso. Stessa sorte per Max Ehrlich, che però dovette pagare ulteriore pena. Riconosciuto davanti alle camere a gas, fu fermato da una SS che gli puntò contro una pistola. Pretendeva l’ultima battuta.

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