“Fuga verso l’alto”, quarto romanzo della scrittrice, fotografa e viaggiatrice svizzera Annemarie Schwarzenbach (1908-1942)

La ragazza sulla montagna incantata di MELANIA MAZZUCCO
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La storia della letteratura è fatta di successi esplosivi e subitanei oblii, di popolarità fugaci e cieche dimenticanze. Ci sono romanzi che escono senza farsi notare, e poi scompaiono per sempre. E romanzi dispersi ancora manoscritti, ignoti a tutti. A volte, miracolosamente ritrovati, vengono offerti a lettori di un’altra generazione, di un altro secolo. Il loro destino postumo li rende insieme più fragili e più abbaglianti. È il caso di “Fuga verso l’alto”, quarto romanzo della scrittrice, fotografa e viaggiatrice svizzera Annemarie Schwarzenbach (1908-1942): la sua figura e la sua produzione, dimenticate dopo la
morte precoce, sono state riscoperte nell’ultimo quindicennio, trasformandola in un personaggio di culto dell’immaginario contemporaneo. Rimasto inedito e considerato perduto, è stato rinvenuto fra le carte della Zentral Bibliothek di Zurigo dallo studioso Roger Perret. Il Saggiatore, che va meritoriamente pubblicando l’opera omnia della scrittrice, lo propone adesso ai lettori italiani per la cura e la traduzione competente di Tina d’Agostini.
Annemarie compose Fuga verso l’alto, con febbrile rapidità, tra la fine di febbraio e l’inizio di maggio del 1933. Mesi di tenebra della storia europea, inaugurati dall’incendio del Reichstag, dalla presa del potere di Adolf Hitler, dalle violenze naziste e dalla diaspora della comunità intellettuale ebraica e comunista. Quei mesi cambiarono anche la vita e il destino di scrittrice di Annemarie Schwarzenbach. L’avvento del nazismo, che la sua famiglia salutò con entusiasmo, e che suscitava invece in lei timore e angoscia, la spinse ad allontanarsi da Berlino. Inizialmente, proprio come Francis von Ruthern, il protagonista di Fuga verso l’alto, scelse la “diserzione”, la “fuga” nella purezza delle montagne innevate. Prese alloggio allo Zürser Hof di Zürs am Arlberg, in Austria, e si stordì dedicandosi furiosamente a «sciare, fare uno sforzo fisico, stancarsi». Lo sci era divenuto da poco uno sport, elitario e assai di moda fra gli aristocratici e gli altoborghesi di tutta Europa. Essi stessi gareggiavano alle prime competizioni. Era davvero uno sport, però. Non esistevano impianti. Con le pelli di foca si risalivano pendii e costoni a forza di gambe e fiato. Dopo il tramonto, gli sciatori indossavano smoking e abiti da sera, e nei grandi alberghi giocavano a bridge, bevevano e ballavano. Si poteva telefonare solo prenotando la linea, e prendendo poi la chiamata nelle cabine. La separazione tra il mondo incantato delle montagne e quello delle città era reale. Isolandosi “in alto”, Annemarie cercò di ritagliarsi uno spazio neutro dagli eventi che intanto si verificavano “in basso”, e la cui eco giungeva attutita attraverso il telefono e i giornali (che non voleva leggere). A questa esistenza sospesa e futile mise fine la notizia che i suoi migliori amici, Erika e Klaus Mann, figli di Thomas, partivano per l’esilio. Annemarie “scese” dalle montagne. Si ritrovò: completò il romanzo in poche settimane – l’ultima pagina del manoscritto reca la data 10 maggio 1933. Coincidenza sinistra: nello stesso momento, sulla piazza del Teatro dell’Opera di Berlino, si celebrava il macabro rito del rogo dei libri. Vennero dati alle fiamme anche i volumi di Klaus Mann. E proprio Klaus Mann fu il primo lettore di Fuga verso l’alto. Annemarie, che aveva raggiunto la famiglia Mann nella Francia del Sud, glielo lesse in una stanza d’albergo di Le Lavandou. Nel diario, Klaus commentò: «Veramente molto bene, progressi considerevoli. Evoluzione apprezzabile, sotto tutti gli aspetti». È un parere condivisibile.
Fuga verso l’alto è la narrazione più articolata e compiuta di Annemarie Schwarzenbach. Anche qui il protagonista, l’aristocratico tedesco Francis von Ruthern, le assomiglia, e per molti versi la prefigura. Condivide la sua predilezione per le stazioni, i treni, gli hotel, e soprattutto la sua incapacità di adeguarsi, e la sua impaziente nostalgia per l’altrove. Ma stavolta Schwarzenbach filtra e rielabora traumi, esperienze e ossessioni personali per creare un romanzo di fattura classica, con tanto di trama e personaggi. Rientrato in Europa, Francis non prova neppure ad ambientarsi. Senza un mestiere, senza soldi, senza più una patria possibile (il suo passaporto, simbolicamente, scade), si rifugia ad Alptal e per mesi non fa altro che sciare. Intorno a lui si muovono personaggi non meno inquieti: un torbido maestro di sci, che seduce un ragazzino di diciassette anni, una nobile divorziata e malata di tisi, una bella avventuriera, il fratello minore, che abbandona l’esercito e si spara un colpo di pistola al polmone, un bambino di dodici anni, disperatamente solo. Tutti divorati dal disagio di vivere, incapaci di trovare posto e ruolo in un mondo che avversano, ma cui sanno opporre solo il loro rifiuto. Francis, però, proprio come Annemarie, saprà strapparsi all’apatia, e dare un senso alla propria esistenza.
Fuga verso l’alto può sconcertare. Contiene alcuni episodi convenzionali, tipici dei romanzi di genere degli anni Trenta (il romanzo di montagna, il romanzo grand-hotel, il romanzo della patria). Ma contiene anche alcuni dei passaggi migliori di Schwarzenbach scrittrice. Struggente e perfetto l’episodio del viaggio di Francis e delle sue visite all’ospedale in cui è ricoverato il fratello – non indegno dell’analogo viaggio del fratellastro del Sebastian Knight di Nabokov (peraltro del 1938). La prosa, sobria ed elegante, regala limpide descrizioni di paesaggi, nevi, inquietudini. Il modello della Montagna incantata di Thomas Mann agisce come moltiplicatore di senso, e gli conferisce spessore e profondità.
Nessuno, tuttavia, poté apprezzarlo. Dopo la lettura in luglio allo Studio Fluntern di Zurigo, Annemarie lo consegnò al critico Carl Seelig e al libraio Emil Oprecht, fondatore della casa editrice Europa – forse nella speranza di una pubblicazione. Ma la vita continuava a sembrarle “una fuga senza fine” e cedette alla tentazione di «andare incontro all’immensità»: nell’ottobre del 1933 salì sul treno che la portava in Oriente. Inaugurava così nove anni di vagabondaggi, “fuga interiore”, esilio. E di reportage, racconti, prose liriche, poemi. Non scrisse mai più un romanzo classico.
Fuga verso l’alto è perciò un doppio congedo. Dalla stabilità, dalla sicurezza di una patria e di un mestiere, e da una forma che dovette sembrarle inadeguata ai tempi che le toccava vivere. Anche la letteratura non può e non deve essere un’abitudine.
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l’omosessualità di Annemarie, la difficoltà di poter amare liberamente una donna, contribuisce allo stato di turbamento perenne che contraddistingue la sua scrittura.
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