“Genio e regolatezza” di Alberto Manguel

 Kathryn Graddy della Brandeis University del Massachusetts ha analizzato le opere di 48 maestri della pittura da Degas a Rothko E ha scoperto che nei momenti più sereni della loro vita hanno firmato i dipinti più quotati Ma vale anche per Kafka e per Virginia Woolf
L’idea che il tormento sia alla radice della mente creativa ha le sue origini in un frammento attribuito ad Aristotele, o meglio, alla scuola aristotelica. Oggi sarebbe smentita dalla ricerca di Kathryn Graddy della Brandeis University del Massachusetts. Prendendo in considerazione le opere di 48 artisti europei e americani – da Degas a Monet; da Pollock a Rothko – la studiosa ha scoperto che nei periodi più sereni della loro vita – non in quelli tormentati – questi maestri hanno realizzato i dipinti che oggi valgono di più. Ma da Aristotele in poi, filosofi, artisti, psicologi e teologi hanno tentato di trovare nello stato quasi indefinibile della malinconia la fonte dell’impulso creativo e perfino, forse, del pensiero stesso. L’essere malinconico, triste, depresso, infelice (secondo la credenza popolare) è una cosa buona per l’artista. Il tormento, si dice, produce la buona arte.
Questa convinzione ne implica altre due, più pericolose. La prima è che esista una condizione esistenziale in cui non siamo tormentati. Non soddisfatti dalla storia che una volta nell’Eden eravamo felici e ora ci guadagniamo il pane con il sudore della fronte, siamo circondati da pubblicità che ci dicono che possiamo raggiungere l’Eden con l’aiuto dell’American Express e assomigliare alla prima Eva con l’aiuto di Gucci. La seconda convinzione implicita è che l’arte sia in qualche modo da biasimare perché ci rende infelici. Il Controllore, nel romanzo distopico di Aldous Huxley
Il mondo nuovo (1932), giustifica sinteticamente la decisione di eliminare l’arte dalla società umana: «Questo è il prezzo che dobbiamo pagare per la stabilità. Bisognava scegliere tra la felicità e ciò che la gente chiamava arte. Abbiamo sacrificato l’arte». Naturalmente, a parte il fatto che le nostre emozioni sono meravigliosamente caleidoscopiche, sarebbe più giusto dire che è in una condizione di felicità che gli artisti lavorano meglio. Kafka trovava sollievo alla disperazione esistenziale e alla sofferenza fisica solo quando scriveva, ma se improvvisamente si sentiva felice e scriveva, o se cominciando a scrivere si sentiva improvvisamente felice, non lo sapremo mai. Possiamo dire che Dante, nel suo triste esilio, ebbe dei momenti di felicità, quando nel corso del poema incontra Casella sulla spiaggia del Purgatorio o Brunetto Latini sulla sabbia infuocata dell’Inferno, e possiamo supporre che dalla memoria del beato passato sorse il poema, nonostante quanto dice Francesca sul ricordo del tempo felice. Non furono gli attacchi di pazzia a portare Virginia Woolf a scrivere La signora Dalloway: fu piuttosto grazie ai momenti in cui ragionava con intelligenza e al suo orecchio attento alla musica del linguaggio.
Il mito secondo il quale l’artista ha bisogno di soffrire per creare, racconta la storia nel modo sbagliato. Non c’è dubbio che soffrire sia la sorte dell’uomo e, come disse Omero, gli dèi ci mandano le sofferenze perché i poeti abbiano qualcosa da cantare. Sì, ma il canto viene dopo, non nelle contorsioni del tormento, ma nel ricordo di quella sofferenza e nella tregua ad essa fornita dalla scrittura «Senza farsi mancare da bere e con un gran fuoco».
Un secolo fa, Thomas Carlyle descrisse lo scrittore con queste parole: «Con i suoi copy- rights e i suoi copy-wrongs, in una squallida soffitta, nel suo vecchio cappotto; governa (perché questo è quello che fa), dalla sua tomba, dopo la morte, intere nazioni e generazioni che gli dettero, o non gli dettero, del pane quando era vivo». È molto più probabile, come tutti sappiamo, che non gliene abbiano dato.
Quindi lui, o lei, si siede a un tavolino, e fissa una parete nuda, o magari piena di cose e cosette, di cartoline, di foto, di vignette e frasi memorabili, come la parete della cella di una prigione da cui non c’è scampo. Sul tavolo, gli strumenti del mestiere. Una volta erano carta e penna, o una traballante macchina da scrivere, ma oggi ovviamente parliamo di un programma di videoscrittura, di uno schermo che emana un misterioso bagliore verde come la kryptonite, che assorbe le energie di questo superman o di questa superwoman. Che altro c’è sul tavolo? Una collezione di figure totemiche che dovrebbero portare fortuna e allontanare gli spiriti maligni della distrazione, della pigrizia, del rimandare le cose… oggetti magici per proteggersi dalla maledizione dei gelidi spazi in bianco. Una tazza vuota di tè o caffè. Una pila di fatture non pagate. Da dove viene quest’immagine patetica dello scrittore?
In Grecia e a Roma ci furono, a volte, scrittori che apparivano soli e miseri, come il cinico Diogene nel suo barile, o il poeta Ovidio, esiliato nella baraccopoli di Tomis. Ma erano casi specifici, in condizioni di miseria dovute a particolari circostanze, per aver scelto di vivere senza concedersi nessuna comodità, come Diogene, o per punizione, per aver detto la verità, come Ovidio. Fu forse nel Medioevo che si formò l’immagine del povero scriba: contorto dal freddo, rattrappito nel suo scranno, chino sulla sua pergamena, mentre gli occhi si sforzano di cogliere la luce fioca. Ovunque sia nata questa immagine, essa perdura ancora. Lo scrittore è in un angolo, lo scrittore è lontano dalla pazza folla. E, naturalmente, lo scrittore è povero. È inutile controbattere che sono un’infinità gli scrittori che non rispondono a questo lugubre criterio. Ci sono scrittori della strada, come i poeti provenzali o Jack Kerouac. Ci sono scrittori pieni di soldi come J.K. Rowling. Ma l’immagine è stata seminata e ha messo profonde radici nella mente della gente: lo scrittore è una persona solitaria, scontrosa e povera. Perché questa immagine è così attraente? Come tante creazioni letterarie che nascono come colpi di genio e finiscono col diventare noiosi luoghi comuni l’immagine dello scrittore che vive in una soffitta è una mera creazione letteraria, nata, senza dubbio, per descrivere un certo scrittore in un dato momento, in un romanzo o una poesia oramai dimenticati. Solo più tardi diventerà il cliché che oggi ci lascia tutti perplessi. Quando un noto editore francese venne a sapere che Balzac era uno scrittore promettente, decise di offrire al giovane duemila franchi per il prossimo romanzo. Trovò l’indirizzo in un quartiere un po’ decaduto di Parigi e, vedendo che la sua preda era un uomo di pochi mezzi, si propose di ridurre la sua offerta a mille franchi. Quando arrivò sul posto, scoprì che Balzac viveva nel sottotetto in unachambre
de bonne, e così abbassò la sua proposta a cinquecento franchi. Infine, bussò alla porta ed entrò in quella piccola stanza. Vedendo che il pranzo di Balzac si limitava a un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua, l’editore aprì le braccia e disse: «Monsieur Balzac, io sono il suo più fervido ammiratore e vorrei offrirle duecento franchi per il suo prossimo libro!».
Essere malati, essere depressi, essere poveri non si confà al genio creativo; si confà solo all’idea che al ricco mecenate piace avere dell’artista per giustificare la propria spilorceria. Un aneddoto racconta che il magnate Sam Goldwyn voleva acquistare i diritti di una delle commedie di George Bernard Shaw. Goldwyn, per non smentirsi, continuava a mercanteggiare sul prezzo e, alla fine, Shaw si rifiutò di vendere. Goldwyn non riusciva a capire il perché. «Il problema, signor Goldwyn», disse Shaw, «è che a lei interessa solo l’arte… e a me interessa solo il denaro».
Traduzione di Luis E. Moriones

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