A un incontro tra ex brigatisti e parenti delle vittime, Gherardo Colombo: “Dopo aver creduto che la giustizia riparativa fosse una sciocchezza, adesso so che esiste una prospettiva in cui il male si può fermare, rompere.”

di PIERO COLAPRICO
CASTENEDOLO (BRESCIA)
Agnese Moro, figlia del presidente Dc rapito e ucciso negli anni di piombo, è seduta sull’ultima sedia sotto un grande schermo, e accanto a lei c’è un signore dall’aria stanca, Valerio Morucci, ex terrorista rosso: «Guardo loro — dice Agnese — e non vedo i mostri che per tanti anni hanno popolato la mia vita».
Oggi, in un Paese smemorizzato, bisogna dire che quasi nessuno sa chi era Morucci. Era il telefonista delle Brigate Rosse, quello che con Franco Bonisoli, anche lui ieri sera presente a questo affollato dibattito pubblico aperto a Castenedolo, vicino a Brescia, dall’Associazione Aldo Moro, faceva parte del gruppo di fuoco: il 16 marzo 1978, dopo aver ammazzato a colpi di mitra i cinque componenti della sua scorta, sequestrarono l’onorevole Moro, il papà di Agnese, che allora era una ragazza di 25 anni, e che seppe da una telefonata di Morucci che suo padre era stato ucciso.
Accanto a loro, Manlio Milani, altra vittima: era a Brescia, in piazza della Loggia, quando una bomba messa dai fascisti protetti dai servizi segreti (28 maggio 1974) uccise otto persone, tra cui sua moglie, e ne ferì oltre cento. Vicino ai tre, spesso a capo chino, Guido Bertagna, un gesuita. Per otto anni, con i sociologi Adolfo Ceretti e Claudia Mazzuccato, ha coordinato incontri segretissimi tra vittime e autori di reati. Hanno discusso del dolore e dei ricordi, del sangue versato e di come ritrovarsi: «Chiamano giustizia riparativa quello che è ascolto — dice Bertagna — e poi si esprimono i desideri comuni, e uno è che il dolore attraversato non resti congelato, ma torni ad essere vita». A metterci la faccia, c’è anche un ex magistrato, Gherardo Colombo. Ha indagato sulla Loggia P2, ha fatto parte del pool Mani Pulite, di questi incontri sotterranei è stato un garante: «Anche le vittime — ricorda — avevano bisogno di essere rassicurate su efficienza e sicurezza del percorso, per questo hanno chiamato me ed altri come garanti del percorso. Dopo aver creduto che la giustizia riparativa fosse una sciocchezza, adesso so che esiste una prospettiva in cui il male si può fermare, rompere. Dopo il male, ad Agnese Moro, è accaduto qualcosa di buono».
Lo schema di questa serata voluta dal sindaco Gianbattista Groli, molto vicino all’amico di Moro Mino Martinazzoli, è identico all’incontro che la scuola superiore della magistratura, tre giorni fa a Firenze, ha alla fine dovuto far saltare, tra polemiche durissime da parte di alcuni magistrati e parenti di vittime. E se altri magistrati si sono espressi contro «la censura a monte», ieri per entrare nella sala civica dei Disciplini si faticava.
«Il male — è così che Agnese Moro ha aperto la serata, a tratti commovente — è come una cisti. Un corpo estraneo, ma non è inerte, lavora, ti blocca. Una parte di me rimane ferma, bloccata, congelata. Qualunque cosa io faccia è come se fossi legata con un elastico. Il male lavora sulle persone che stanno vicino, che nemmeno erano nate, perciò penso che la giustizia riparativa possa essere una cosa buona, perché ha un pregio, rimette in moto le cose, le scongela, dirada il nuvolone. Attraverso cose piccole, come il volto dell’altro. Io so che la vicenda di mio padre è legata alla nostra vita democratica, un ruolo l’hanno avuto le Br, ma anche chi non l’ha aiutato. Perché mio padre è stato lasciato solo in quei 55 giorni? Poi, la nostra democrazia ha preso un’altra strada».
Il volto di Morucci è livido, scuro. Per la prima volta parla in pubblico. Prova a raccontare la lotta armata come «estremamente lineare nella sua drammaticità», per lui «le masse rappresentavano il bene», mentre Moro era il nemico disumanizzato. Eppure, una volta che «emerge l’uomo», grazie alle sue lettere, o alle lettere dei familiari, «cominci a capire», dice, che gli esseri umani non sono simboli, e si arriva alla «rottura », al cambiamento. Per Bonisoli il primo ricordo da citare è quello di un cappellano che, in carcere, li chiamò «pubblicamente fratelli, in un periodo in cui non era facile. Per me fu un gesto di grande rottura. Negli anni Ottanta misi per iscritto che non volevo cercare benefici penitenziari attraverso il rapporto con i parenti, ma il dialogo lo volevo, incontrare Agnese Moro è stato fondamentale per il mio percorso. Ci sono persone che non trovano pace, anche ex compagni che mantengono qualche schermo, vorrei che potessero liberarsi completamente».
Sono molti anni che ex della lotta armata e vittime si parlano, hanno incontrato anche il cardinal Carlo Maria Martini: «Che cosa posso fare per voi?», aveva detto. Le loro discussioni, le loro lacrime, i loro ricordi hanno dato vita a un libro molto tecnico, cauto, ricco, Il libro dell’incontro (Il Saggiatore). Eppure, come ricorda Manlio Milani, ognuno porta la sua storia, o la sua croce: «È facile dire “io sto con la vittima”, noi abbiamo bisogno di tradire questa nostra condizione, per chiudere, per ridiventare cittadini. La vittima è certamente tale, ma non deve perdere la sua dimensione di cittadino, di chi si mette in discussione ». Perché, come aggiunge Agnese Moro, «le cose possono cambiare»: e qui, a Castenedolo, dicono che è davvero possibile.
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