“Alejandro Jodorowsky” di Mario Serenellini

DOMENICALE
Alejandro-Jodorowsky.jpg
Regista, sceneggiatore di fumetti, scrittore, guru, gran maestro di tarocchi. In continua mutazione (e provocazione) ha lavorato con Moebius e Marcel Marceau, con Breton e Chevalier: “In realtà tutto inizia già prima che nascessi ben ottantasette anni fa: sono figlio di ebrei dell’impero russo che si rifugiarono in Cile per scampare ai pogrom. Sulla mia infanzia pesa la crisi del ’29. E poiché il passato non passa posso dire che è da allora che sono in crisi economica”.
In Cile ha appena finito di girare il suo ultimo film, e forse ora scriverà della sua vita
“Ogni autobiografia è sempre una bara. Ma dentro c’è uno scheletro che danza”  
GÉRARDMER (FRANCIA)
GESÙ CAMMINA SULLE ACQUE. Finché non scivola su una buccia di banana e sprofonda. È una vignetta di Roland Topor che l’amico delle origini, Alejandro Jodorowsky, si diverte a evocare nell’incontro- show in riva al lago di Gérardmer, pigro ron-ron nell’inverno troppo mite dei Vosgi che ha sottratto la neve agli sciatori rimpinzando però le sale del XXIII Festival du Film Fantastique di giovani in fuga dall’horror della pioggia. Jodorowsky ama le battute, a suo dire «concentrati di saggezza» e, viceversa, gioca a racchiudere le saggezze in una battuta: «Quel che dai, lo dai a te. Quel che non dai, lo togli a te». Sono simmetrie già condivise con altri due parigini adottivi, il polacco Topor, appunto e lo spagnolo Fernando Arrabal. Suoi complici, nel lontano 1962, nell’avvio del movimento Panico: «Fu una reazione al movimento surrealista», ridacchia Jodorowsky saldandosi dentro il piumino blu che copre il viola sacerdotale di pantaloni e casacca, lasciando brillare a fil di lago il candore di barba e capelli.
«Avevo telefonato a Breton alle tre di notte: “Sono venuto a salvare il surrealismo”. “Grazie”, mi rispose, “ma non a quest’ora: richiami a mezzogiorno”. “No, il surrealismo devo salvarlo subito, domani è troppo tardi”, e riattaccai. Ci siamo conosciuti sette anni dopo. Intanto, però, avevamo fondato il movimento Panico ».
Jodorowsky ama mettersi in scena: piccolino, il naso d’aquila che affila il sorriso, ha l’arte di far sembrare straordinario tutto ciò che dice. Sapienza di pause, economia di gesti, apprese ai suoi esordi di mimo (a fianco del grande Marcel Marceau) e con la pratica d’attore, nei propri film e in teatro: «In scena diventi un altro: ma diventare un altro significa diventare se stessi, riscoprirsi nel profondo». Alla recitazione aggiunge ogni volta la magia lineare e iterativa della poesia: «Non si può guarire il mondo, ma si può guarire se stessi. Non si può guarire il mondo, ma si può cominciare ad arricchirlo, portando alla luce quanto dorme nel pozzo del nostro inconscio».
Jodorowsky si divide fra tre patrie. Il Cile, dov’è nato il 7 febbraio di ottantasette anni fa. Il Messico, dove ha girato i primi film. E la Francia, dove alterna insegnamento
dei tarocchi (“lezioni” nei suoi
Cabarets mystiques)
e sceneggiatura di fumetti («un album ogni tre mesi»), talora per matite superstar come Manara e un tempo Moebius. Insomma, un variegato frutto cosmico, minicosmo a sua volta di mille, eclettiche esperienze: «La prima? A Santiago, quando lasciai l’università per creare un teatro di marionette e fare il clown in un circo». Oggi quella gioventù vivida e ribelle riappare nelle sulfuree pagine autobiografiche del
Théâtre de la guérison
(e prima ancora in
La danse de la realité,
libro e poi film) e adesso in Poesia sin fin, appena girato in Cile, protagonista il più giovane dei cinque figli, che Jodorowsky sta montando in vista d’una probabile “prima” a Cannes. Difficile contenere tanta vita in soli due libri e due film , vero? «Se mi estraggono in tempo la zampa dalla fossa ne prevedo altri tre. Ogni autobiografia o autoritratto è una bara: ma dentro c’è uno scheletro che danza. “Il sole non è più grande del mio piede”, diceva Eraclito. E cioè: in un fiume non mi è concessa due volte la stessa immersione: non perché l’acqua scorre, ma perché io non sono più lo stesso». Una mutazione, la sua, che attraversa decenni di tormentate trasformazioni: «Badi bene, iniziate ben prima della mia nascita. Sono figlio di una famiglia di ebrei originari delle città ucraine dell’Impero russo rifugiatisi in Cile per scampare ai pogrom. I miei, come tutti, erano diretti in Nordamerica ma vennero derubati. A Parigi un’organizzazione ebrea li mise sul primo bastimento in partenza: destinazione, l’altro capo del mondo, il Cile appunto. Sul mio passato, fin dai primi anni pesa la crisi economica del ’29 che dagli Stati Uniti si allarga a tutto il Sudamerica. A Tocopilla, mio paesino natale nel nord del Cile, la gente lavorava nelle miniere: esplosioni di dinamite e tanti mutilati. Che non a caso ricorrono nei miei film. La mia infanzia non è un
Amarcord.
Io, che di Fellini ho adorato
La strada,
quel film invece l’ho detestato, perché lì Fellini ha cercato di piacere, di fare il simpatico di catturare superficiali consensi mettendo il passato dentro una vetrinetta. Ma il passato, è sempre drammatico, e spesso tragico per un bambino. Potrei dire che in me, la crisi economica dura da ottantasette anni». Dunque paesino cileno come primo luogo di formazione. L’avrà subìto con un senso di clausura: «C’era fortunatamente una piccola biblioteca municipale, con titoli persino esoterici, tenuta dagli inglesi. A nove anni mi ero letto tutti i racconti d’avventure. A diciannove, ho scoperto Kafka e Dostoevskij. Mio padre, che aveva due baffoni alla Stalin (riequilibrati da mio nonno, pelato come Gandhi), vedeva in me un futuro medico. Ma io mi sono staccato dalla famiglia, per diventare me stesso. Nel ’53 ho lasciato il Cile per Parigi dove ho lavorato con Maurice Chevalier e con Marceau, per il quale ho scritto
Le fabricant de masques
». Nel ‘65, poi, il gran salto in Messico, sua culla di regista: «Il cinema è stato sempre per me una fiaba. Anche il Messico: una fiaba. Niente di più naturale, dunque, che il mio cinema sia nato in Messico». Ma all’inizio non ha avuto vita facile: «Al festival di Acapulco
Fando e Lys,
dalla pièce di Arrabal, nel ‘68 ha provocato una sollevazione popolare: stavano per linciarmi. Nel ’70,
El Topo,
che avevo girato a credito, con la sua aura mistica ha sedato gli animi e, persino, lanciato la moda del “film di mezzanotte”. Così John Lennon e Yoko Ono convinsero Allen Klein, il manager dei Beatles, a produrmi
La Montagna sacra.
Dove sono tornate le minacce, già sul set. Una volta, per scoraggiare uno che brandiva
una pistola, mi sono finto giapponese, alzando la voce e mitragliandolo di monosillabi incomprensibili. Guardi, così…», e Jodorowsky ripete ridendo l’impressionante frittata sonora. Enorme buco nero, invece, nella storia del cinema e, ancor più, della cinefilia, la realizzazione interrotta di
Dune,
dal romanzo di Frank Herbert, che per l’ampiezza stellare del progetto avrebbe assicurato al regista l’etichetta che s’era preventivamente assegnata di “Cecil B.
DeMille dell’underground”: «Che dire. Film faraonico. Qualcosa avevamo già girato. I film incompiuti dovrebbero almeno aver diritto d’esistenza, come succede nella musica — pensi all’Incompiuta di Schubert o nella letteratura Il castello di Kafka. Per quello che s’annunciava il più grande film di fantascienza della storia, nel ’75 avevo già nel cast Orson Welles, Mick Jagger e Salvador Dalì che sarebbe stato l’Imperatore folle. Per le scene, H.R.Giger (futuro ideatore di
Alien) e Moebius, che sarebbe diventato il mio alter ego a fumetti nella serie L’Incal. Musiche: Pink Floyd, Tangerine Dream, Magma. Grande, no? Ma i produttori, spaventati, hanno fatto in fretta e furia le valigie». David Lynch nove anni dopo adattò Dune a suo modo, disgustando Moebius.
«Lynch mi piace, mi piace molto il suo cinema. Siamo anche stati a un Festival insieme, a New York: entrai in un caffè e lui, con i capelli tutti all’insù (Jodorowsky li “mima”,
ndr), mi vide e mi abbracciò. Stessa scena a Roma, nell’89, ma stavolta con Fellini: lui stava montando La voce della luna, io stavo mettendo in piedi con il produttore Claudio Argento, il fratello di Dario, Santa Sangre, il mio horror messicano. Sa? Adoro l’horror, perché è fondato sulla nostra paura più elementare: quella di essere mangiati. Un tempo, dagli zombie. Oggi, dalla banca. Ebbene, Fellini mi vide: “Giodoroski!”
E io: “Papà!”. Con Fellini ho scambiato una parola, con Lynch neppure quella».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
‘‘
ADORO L’HORROR PERCHÉ È UN GENERE FONDATO SULLA NOSTRA PAURA PIÙ ELEMENTARE.
QUELLA DI ESSERE MANGIATI. IERI DAGLI ZOMBI. OGGI FORSE DALLE BANCHE
AVEVO GIÀ NEL CAST ORSON WELLES, MICK JAGGER E SALVADOR DALÌ. PER LE SCENE MOEBIUS. COLONNA SONORA I PINK FLOYD. GRANDE NO? MA I PRODUTTORI SI SONO SPAVENTATI E COSÌ “DUNE” L’HA FATTO NOVE ANNI DOPO DAVID LYNCH. MA A MODO SUO
JOHN LENNON E YOKO ONO CONVINSERO IL MANAGER DEI BEATLES A PRODURMI ‘LA MONTAGNA SACRA’ MA SUL SET UNO MI MINACCIÒ CON UNA PISTOLA: MI FINSI GIAPPONESE E LO MITRAGLIAI DI MONOSILLABI

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