“L’ultima parola” di Bruce Cook, da cui è stato tratto il film in uscita nei cinema, racconta Dalton Trumbo, lo sceneggiatore vittima del maccartismo

I due Oscar strappati allo scrittore “rosso” di Irene Bignardi

L’ULTIMA PAROLA
di Bruce Cook
RIZZOLI
Traduzione di Cecilia Martini e Mauricio Dupuis PAGG. 409 EURO 19,00
Venti ottobre 1947. La guerra è finita da poco più di due anni. E siccome un nemico bisogna pur averlo, comincia, prima morbidamente poi crudamente, quella che passerà alla storia come la caccia alle streghe maccartista.
Il 20 ottobre cala sul banco il martelletto del presidente J. Parnell Thomas mentre inizia la sfilata dei grandi di Hollywood, da Jack Warner a Adolphe Menjou, da Gary Cooper a Ronald Reagan, i testimoni “amichevoli”, quelli cioè che, invitati dalla Huac, la House Un-American Activities Committee che indaga sulle infiltrazioni comuniste nel mondo del cinema, hanno ritenuto opportuno collaborare. I diciannnove — questo il numero dei testimoni — con varie sfumature offrono il ritratto di una Hollywood popolata di ”rossi”, dai quali la Commissione si aspetta che facciano i nomi di altri “rossi” da mettere su una lista nera. E qualcuno i nomi li fa.
Dopo di loro depongono i dieci che invece sono “ostili”, perché hanno già annunciato che si rifiuteranno di parlare — il gruppo di bei nomi che la storia ricorderà come gli Hollywood Ten. Che sono, tra gli altri, Bogart e Bacall, Gene Kelly, Danny Kaye, John Huston. Tra loro c’è Dalton Trumbo, sceneggiatore, e rosso dichiarato. Di lui e della sua esemplare vicenda ci parla, in coincidenza con l’uscita del film di Jay Roach, la biografia (datata 1973) L’ultima parola, opera di un giornalista ai suoi tempi molto amato da Hollywood, Bruce Cook, e proposta ora in Italia da Rizzoli.
Dalton Trumbo era un uomo affascinante, professionista impeccabile, padre di tre figli, autore del grande romanzo pacifista E Johnny prese il fucile (da cui poi fu tratto un difficile film). Un comunista che, nella dura stagione staliniana, era in crisi politica. Ma che i nomi non era disposto a farli. Si fece invece dieci mesi di prigione. Finì sulla lista nera che Hollywood aveva preparato, secondo cui i simpatizzanti della sinistra non dovevano più lavorare nel cinema. Scrisse senza firmarli, per mantenere la sua famiglia, tanti film di serie B. Vide due film scritti da lui, Vacanze romane e La più grande corrida, premiati con l’Oscar senza che, a parte gli amici, la fauna hollywoodiana sapesse che non erano Robert Rich o Ian McLellan gli autori della rispettive sceneggiature. Ma dieci anni dopo venne allo scoperto per merito di Kirk Douglas, che lo volle tra gli sceneggiatori di Spartacus, e di Otto Preminger, che lo mise nella squadra di
Exodus.
E il libro di Cook racconta con empatia come fosse necessario un grande carattere per uscire indenne da questa pagina vergognosa della storia americana.

5 pensieri su ““L’ultima parola” di Bruce Cook, da cui è stato tratto il film in uscita nei cinema, racconta Dalton Trumbo, lo sceneggiatore vittima del maccartismo

  1. Solo una precisazione: la traduzione è di Cecilia Martini e Mauricio Dupuis. Ottimo articolo, speriamo sia anche un bel film.

  2. La ringrazio. I traduttori in genere sono ignorati, se si puo’ non e’ male citarli. Grazie anche per l’articolo di Natalia Aspesi. Un saluto

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