“La grande frattura” di Joseph Stiglitz

Il Premio Nobel per l’Economia racconta come ha cominciato la sua ricerca. Mentre esce la raccolta dei suoi articoli – da repubblica.it

* IL LIBRO La grande frattura
( Einaudi, trad. di D. Cavallini e M. L. Chiesara pagg. 435 euro 22)
Nessuno oggi può negare che esista negli Stati Uniti una grande frattura tra i super ricchi – a volte definiti l’1 per cento – e gli altri. La loro vita è diversa: hanno preoccupazioni, aspirazioni e stili di vita diversi. Gli americani comuni si preoccupano di come pagheranno il college ai figli, di che cosa succederebbe se qualcuno in famiglia si ammalasse seriamente, di come faranno quando andranno in pensione. Negli abissi della Grande recessione, decine di milioni di persone si chiedevano se sarebbero riuscite a conservare la loro casa. Milioni di esse non ci sono riuscite.
Gli appartenenti all’1 per cento – e ancor più i membri del primo 0,1 per cento – discutono di altre questioni: che tipo di jet comprare, o il modo migliore per nascondere il reddito al fisco («Cosa accadrebbe se gli Stati Uniti dovessero premere per la fine del segreto bancario in Svizzera? Poi verrebbero le Isole Cayman? E Andorra: è sicura? »). Sulle spiagge di Southampton, a Long Island, si lamentano del rumore che fanno i vicini con l’elicottero quando tornano da New York. Si preoccupano anche di che cosa succederebbe se dovessero cadere dal piedistallo: significherebbe cadere da una certa altezza, e in rare occasioni avviene.
Non molto tempo fa, mi trovavo a una cena offerta da un brillante e preoccupato membro dell’1 per cento. Consapevole della grande frattura, il nostro ospite aveva radunato importanti miliardari, accademici e altri personaggi allarmati dalla disuguaglianza. Dopo i primi convenevoli, udii un miliardario – che si era affacciato alla vita ereditando una fortuna – discutere con un altro del problema degli americani scansafatiche che stavano cercando di vivere alle spalle degli altri. Poco dopo, i due passarono senza soluzione di continuità a parlare dei paradisi fiscali, apparentemente ignari dell’ironia. Più volte, quella sera, i plutocrati riuniti evocarono Maria Antonietta e la ghigliottina mentre si rammentavano reciprocamente i rischi di lasciar crescere troppo la disuguaglianza: «Ricordati della ghigliottina» era il ritornello. E ripetendo il ritornello concordavano implicitamente: il livello di disuguaglianza in America non è inevitabile, non è il risultato di leggi economiche inesorabili. È questione di politica e di politiche. E possibile, sembrava che dicessero quei potenti, porvi rimedio.
Questo è soltanto uno dei motivi per via dei quali i timori riguardo alla disuguaglianza sono diventati materia urgente anche tra l’1 per cento: sono sempre più numerosi gli appartenenti a questo gruppo consapevoli del fatto che una crescita economica sostenuta, condizione della loro stessa prosperità, non può aver luogo mentre la grande maggioranza dei cittadini ha redditi stagnanti.
Nel 2014, al raduno annuale dell’élite mondiale a Davos, Oxfam ha presentato con ineludibile chiarezza la misura della crescente disuguaglianza globale ricorrendo a un esempio: quell’anno, un autobus contenente 85 miliardari del mondo avrebbe trasportato una ricchezza pari a quella della metà inferiore della popolazione globale, qualcosa come tre miliardi di persone. Nel giro di un altro anno l’autobus si sarebbe rimpicciolito: sarebbero bastati 80 posti. In modo altrettanto drammatico, Oxfam rivelò che il primo 1 per cento degli abitanti del pianeta possedeva quasi la metà della ricchezza mondiale ed entro il 2016 ne avrebbe posseduta tanta quanta il restante 99 per cento complessivamente.
La grande frattura incombeva da tempo. Nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale la crescita nel nostro paese tenne un passo mai visto prima, e interessò l’intera popolazione. Tutti i segmenti della società videro aumentare il proprio reddito: era una prosperità condivisa. I redditi di chi stava in basso crescevano più velocemente di quelli di chi stava in cima.
Fu un’età dell’oro in America, ma i miei giovani occhi vi scorgevano già qualche ombra. Mentre crescevo – sulla sponda meridionale del lago Michigan, in una delle città industriali simbolo del paese, Gary, nell’Indiana – vedevo intorno a me povertà, disuguaglianza, discriminazione razziale e a volte disoccupazione, mentre una recessione dopo l’altra colpiva la nazione. I conflitti sociali erano all’ordine del giorno, perché i lavoratori lottavano per ottenere una giusta parte della meritatamente acclamata prosperità americana. Ascoltavo la retorica della società statunitense quale società della classe media, ma perlopiù la gente che vedevo occupava i livelli più bassi di quella presunta società della classe media, e le loro voci non erano fra quelle che incidevano sulla realtà del paese.
Non eravamo ricchi, ma i miei genitori avevano adeguato il loro stile di vita al reddito che percepivano, il che alla fine fa molto. I miei vestiti erano quelli che mi passava mio fratello e che mia madre comprava sempre durante i saldi […]. Insieme a molti miei contemporanei, anelavo a un cambiamento. Ci veniva detto che cambiare la società era difficile, che ci voleva tempo. Anche se non avevo patito il genere di difficoltà che tanti miei amici affrontavano a Gary (a parte un po’ di discriminazione), mi identificavo con loro. Mancavano decenni al giorno in cui avrei esaminato nei dettagli le statistiche sui redditi, ma sentivo che l’America non era la terra di opportunità che dichiarava di essere: esistevano grandi occasioni per alcuni, ma poche per altri. I racconti di Horatio Alger, almeno in parte, erano favole: molti americani che lavoravano duramente non ce l’avrebbero mai fatta. Eppure fui uno dei fortunati ai quali il paese offrì un’opportunità: una borsa di studio nazionale al merito presso l’Amherst College. Più di qualunque altra cosa, quell’opportunità apriva un mondo di altre opportunità nel corso del tempo. […] Purtroppo, a causa della crescente disuguaglianza, il modello economico statunitense non ha funzionato per ampie fette della popolazione: la tipica famiglia americana oggi sta peggio di come stava venticinque anni fa, tenendo conto dell’inflazione. La percentuale dei poveri è aumentata. Benché l’espansione della Cina sia anch’essa caratterizzata da elevati livelli di disuguaglianza e da un deficit di democrazia, la sua economia funziona meglio per la maggior parte dei suoi abitanti, avendone fatti uscire dalla povertà qualcosa come 500 milioni nello stesso periodo in cui la stagnazione imprigionava la classe media americana.
Un modello economico che non serve alla maggioranza dei suoi cittadini difficilmente può assumere il ruolo di modello da emulare per altri paesi.[…] Di fatto, la crisi non è stata il frutto di un volere divino, come un diluvio o un terremoto che capita un’unica volta in un secolo. È stata una cosa che ci siamo procurati da soli: al pari della nostra smisurata disuguaglianza, è stata il risultato delle nostre politiche e della nostra politica.
JOSEPH E. STIGLITZ
© 2015 Joseph E. Stiglitz. All Rights Reserved.
Published by arrangement with Agenzia Letteraria Santachiara
Repubblica.it pubblica  parte dell’introduzione a La grande frattura in uscita da Einaudi

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