“Fine pena: ora”

Il saggio:

FINE PENA: ORA
di Elvio Fassone
SELLERIO
PAGG. 224 EURO 14
In “Fine pena: ora” Elvio Fassone ripercorre il carteggio durato 26 anni con un giovane affiliato alle cosche catanesi da lui condannato al carcere a vita
L’inedita amicizia fra giudice e ergastolano
di ENRICO BELLAVIA
C’è redenzione senza alcun perdono. Non doveva starci in un racconto, Fine pena: ora (Sellerio), che è la storia forte di un’inedita amicizia a distanza obbligata tra un condannato e il suo giudice, Elvio Fassone, per dieci anni a Palazzo Madama. Dentro al superbo cliché letterario immaginato da Simenon nel recinto delle ossessioni di un medico assassino, questa è tutta un’altra storia, scandita da 26 anni di lettere iniziate con un dono, una copia di Siddharta («Mai un uomo o un atto , è tutto samsara o tutto nirvana, ma un uomo è interamente santo o interamente peccatore»), e proseguita lungo il cammino delle rispettive esistenze.
Storia autentica e sorprendente come lo è la vita, capace di mettere in crisi mille certezze, anche quelle necessarie a difendersi dalle paure. Sicurezze granitiche come la galera, pozzo senza fondo nel quale gettare le anime criminali, ammantando quel gesto di parole sacre come giustizia che al loro rovescio nascondono l’impotenza di obiettivi lontani: espiazione, rieducazione, socializzazione. Posti nei quali farsi una doccia è solo una eventualità e la disperante ricerca di normalità è cucinarsi un pasto, sperando che l’odore del sugo basti a coprire i miasmi della turca. Dove ogni tempo, azione, prospettiva è scandita da un modello, un prestampato per la “domandina”. Dove il diritto, ogni diritto, è sospeso nel tempo dell’attesa, nella bizzaria dei regolamenti che vietano qui ciò che altrove è permesso.
Salvatore M., “un maledetto del Bronx”, affiliato poco più che ventenne alle cosche, sconta l’ergastolo per una sfilza di omicidi, modesto acconto dei molti che ha commesso. Al soldo dei padrini catanesi, si è conquistato quello che per lui è onore e rispetto. Un posto nel mondo. Posto sbagliato in un mondo sbagliato: la sua carriera è un lampo dannato. A 23 anni lo accusano, lo prendono e lo processano a 1.500 chilometri di distanza, in quella Torino che ha conosciuto ben prima del clamore e dello stupore a beneficio di telecamere, la solida presenza criminale con bollo di mafia che ha fatto del procuratore capo Bruno Caccia (1983) un martire su quella frontiera. Fassone è il presidente della corte che sulla scheda di Salvatore mette il sigillo di un «mai» alla data del fine pena e che il computer converte in un «9999». Può nascere un rapporto che non sia di odio da queste premesse? La storia che Fassone racconta dice di sì. Contro ogni pronostico, la mano che chiude quella cella è anche l’unica che Salvatore trova tesa davanti a sé. Perché, in definitiva, per dirla con le parole di Alavoine al “suo” giudice, «Se dovessi dare una diagnosi dell’amore direi: il bisogno di presenza, anzitutto».

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