Intervista a Ljudmila Petrusevskaja

“Le mie fiabe da una Russia crudele”
WLODEK GOLDKORN
Aquasi 78 anni, oltre a essere una scrittrice venerata dal pubblico russo, considerata di primissima grandezza dalla critica moscovita, ammirata nel mondo anglosassone (spesso pubblica i suoi testi sul “New Yorker”), Ljudmila Petrusevskaja, è anche drammaturgo, poetessa, e cantante. Tra i suoi brani preferiti, quelli di Edith Piaf, che lei stessa traduce. In pubblico si presenta vestita da gran dama dell’Ottocento: veste lunga, cappello a falde e guanti ricamati. E anche la sua scrittura trae origine dalla grande narrativa del diciannovesimo secolo: i richiami a Cechov, Gogol, Pushkin, Turgenev sono immediati ed espliciti. Ora Einaudi Stile Libero pubblica una raccolta di racconti di Petrusevskaja, “C’era una volta una donna che cercò di uccidere
la figlia della vicina”. A prima vista si tratta di fiabe noir, con al centro le vite delle donne e le miserie quotidiane in Urss prima e in Russia oggi. L’autrice ha avuto una vita durissima. Nipote del famoso linguista Nikolaj Jakovlev, perseguitato dal regime, figlia di due intellettuali, durante la guerra è stata mandata in un orfanotrofio per ragioni politiche. E fino alla caduta dell’Urss non poteva pubblicare i suoi scritti: troppo eccentrici e troppo tragici per i gusti del potere. Le interviste che concede sono rarissime; questa è stata fatta in russo,via mail.
Perché scrive storie?
«Raccontare fa parte della natura umana. Lo facciamo tutti, abitualmente, con gli amici e con coloro che ci vogliono ascoltare. Abbiamo bisogno di qualcuno con cui condividere notizie, pensieri, congetture. Questo tipo di narrazione, comprese le storie che raccontiamo al telefono (ha mai pensato quanti racconti nascono al telefono?) è l’inizio di ogni opera letteraria. Per certi versi, tutti quelli che parlano di sé, sono scrittori».
È anche una cantante.
«Grazie alle ricerche degli scienziati sappiamo che il canto è la forma primordiale con cui gli animali esprimono se stessi (e l’uomo è animale). O forse più del canto si tratta dell’ululato. Comunque, la parte del cervello che comanda l’ululato è più antica di quella che controlla la parola. L’ululato dell’angoscia, l’ululato dell’amore sono segni dell’esistenza. E poi, pensi ai balbuzienti. Un giorno, mentre conducevo una trasmissione radio un poeta balbuziente (ci rimasi di sasso) mi disse: Non si pre-o-ccupi, le po-e-sie, le leg-go, nor-mal-men-te. Mia madre, quando era ormai paralizzata per colpa di un ictus e aveva perso la parola, un mese prima di morire e mentre il medico ci diceva che lei non esisteva più come un essere umano, ecco mia mamma, in quelle condizioni ha cantato insieme a me. È un irreprimibile bisogno, l’impossibilità di tacere. Io ho l’estensione della voce di tre ottave e mezza».
Fin dall’Ottocento è esistito un modello di intellettuale russo: persona seria, erudita, e che pensa a come salvare il mondo. Lei è nata in una famiglia così? Si riconosce in questo modello?
«Gli slavisti e i linguisti di tutto il mondo sanno benissimo chi era mio nonno. Era un genio. Ma a casa taceva. Mia nonna sapeva a memoria Guerra e pace. Mia madre era filologa e critica teatrale. Tre dei miei famigliari furono fucilati prima che io nascessi. Il nonno geniale invece fu rinchiuso in un manicomio per oltre vent’anni e non ne uscì più. Io non scrivevo niente contro il potere. Ciononostante, i miei testi, fino all’età di cinquant’anni, erano vietati. E quando di anni ne ho avuti 53 mi hanno incriminata per dileggio al capo dello Stato (scrissi una lettera di scuse ai lituani, dopo che Gorbaciov ebbe mandato i carri armati contro la popolazione di Vilnius). Ho rischiato una condanna da due a cinque anni in un lager, ma Gorbaciov venne destituito».
Parliamo di “C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina”. Le favole russe sono spesso crudeli, e basti pensare a Baba Yaga. Anche le sue lo sono. La crudeltà ha a che fare con lo spazio russo, infinito e minaccioso, dove la natura è immensa e gli umani insignificanti?
«Tutte le favole del mondo sono crudeli. Perfino Pinocchio. Nel libro racconto, in maniera stilizzata, miti urbani e storie horror: folclore contemporaneo con origini arcaiche. Questo tipo di narrazione è alla base della comunità umana. Alcuni dei miei soggetti hanno origine in Boccaccio».
Nel poema “Il cavaliere di bronzo” di Pushkin, poeta da lei amato, ambientato a San Pietroburgo ai tempi di Pietro il Grande, l’acqua distrugge la città fondata dallo zar…
«No. Nel “Cavaliere di bronzo” non è l’acqua né la natura (parola di Pushkin), ma il potere statale, la forza distruttiva della Russia. Così fu anche per l’Urss».
Il potere statale ha distrutto la sua infanzia. Come è riuscita a sopravvivere in un orfanotrofio, ai tempi in cui bambini, chiamati “bezprizornie” (senza sorveglianza) vagavano per le strade, venivano uccisi?
«Sono sopravvissuta grazie alla mia creatività e immaginazione. Chiedevo l’elemosina cantando per strada e raccontando storie d’orrore. Mi guadagnavo un pezzo di pane e qualche spicciolo. Nell’orfanotrofio, prima di dormire, inventavo fiabe, ogni notte una nuova».
Nei suoi racconti, fa riferimento a Turgenev, l’autore che narrava il nichilismo, l’uomo superfluo, incapace di adattarsi ai tempi nuovi, i rivoluzionari e i riformatori falliti…
«Poco tempo fa ho riletto il suo romanzo Alla vigilia. Ho pensato che qualunque rivolta contro il potere in Russia porta sempre a rappresaglie crudeli: impiccagioni, carcerazione in condizioni atroci (una pratica in voga anche oggi), deportazioni, lager. E anche i vincitori della rivoluzione del 1917, i bolscevichi, si sono rivelati più crudeli dei despoti contro cui si erano ribellati. Io sono contro ogni violenza: domestica, militare, banditesca. Cerco di aiutare i malati, i poveri, gli orfani. Ai miei concerti raccolgo soldi per la fondazione Probo Rostok; che aiuta bambini in difficoltà nel Nord della Russia. Lo stato non ci dà alcun sostegno. Aiutateci voi, salvate le nostra anima! L’indirizzo internet è questo: http://www.deti-rostok.ru/”».
Alla luce di tutto questo, che cosa pensa di Putin?
«Dopo aver rischiato la condanna per aver offeso Gorbaciov non entro negli affari interni del Cremlino. E quando ricevetti il premio di Stato (per meriti artistici), alla cerimonia mi misi guanti neri; sapendo che il presidente mi avrebbe stretto la mano ».

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