Larsson:La lotta per la sopravvivenza soddisfa un’esigenza fondamentale del romanzo, che è quella di mantenere viva la curiosità del lettore, portandolo a chiedersi: “Cosa succederà dopo?”

da Repubblica in edicola oggi

una bell’intervista di SARA GRATTOGGI a Björn Larsson, navigatore e autore di bestseller come La vera storia del pirata Long John Silver
Ha attraversato in barca a vela l’Atlantico e il Mare del Nord, ma definisce la scrittura «la sua più grande avventura », ha esplorato con i suoi libri molte «vite possibili».
La lotta per la sopravvivenza è un tema che continua a ispirare scrittori e registi e a conquistare lettori e spettatori. Come mai?
«È difficile spiegare perché i lettori siano attratti da certi temi e non da altri. Però è indubbio che una storia abbia bisogno di tensione e d’ignoto per sedurre ed emozionare. La lotta per la sopravvivenza soddisfa un’esigenza fondamentale del romanzo, che è quella di mantenere viva la curiosità del lettore, portandolo a chiedersi: “Cosa succederà dopo?”. Inoltre, pone implicitamente la domanda più importante di tutte: che senso ha vivere e perché?».
Il personaggio dei suoi libri che forse meglio incarna il mito del sopravvissuto è Long John Silver, una vita all’insegna dell’avventura e della libertà assoluta. Due parole chiave anche della sua personale biografia. Cosa vi unisce?
«Sicuramente il mio personale bisogno di libertà mi ha permesso di calarmi meglio nei suoi panni. Ma è anche vero che la mia idea di libertà “assoluta” è cambiata scrivendo di lui, perché ho capito che il prezzo da pagare per averla è la solitudine. È una cosa che mi capita spesso: ogni volta che scrivo un romanzo imparo qualcosa sulla vita ».
Dopo anni di viaggi e traversate, come mai considera la scrittura la sua più grande avventura?
«Perché quando un autore non scrive di sé – come nel mio caso spesso avviene – ma degli altri, è come se vivesse un’altra vita, altre mille vite. E questa è l’avventura. Anche se il rischio è, poi, di non vivere più la propria. È qualcosa che ha spiegato bene Maupassant, che aveva una vera e propria mania dell’osservazione e diceva di non sentirsi mai intero: anche quando faceva l’amore con una donna, una parte di lui era lì ad osservare dall’esterno. Una frustrazione che ho conosciuto anch’io ».
E come l’ha superata?
«Con mia figlia, l’amore e la navigazione».
Nel suo ultimo libro, “Raccontare il mare” (Iperborea), lei torna a parlare del suo luogo d’elezione attraverso alcuni grandi classici della letteratura, intrecciando le biografie dei personaggi e dei loro autori, da Omero a Cristoforo Colombo, dal Nobel Harry Martinson al velista solitario Joshua Slocum. La affascinano di più le loro vite o le loro opere?
«Dipende dal tipo di libro. Se è un romanzo, sono più affascinato dall’opera che dalla vita dello scrittore. Detto altrimenti, se la vita dello scrittore è più interessante della sua opera è perché probabilmente non è un buono scrittore. Chi se ne importa della vita di Cervantes, di Dante, di Balzac o di Tolstoj. Invece, se si tratta di un libro autobiografico, l’interesse dipende essenzialmente dalla vita dell’autore. È soprattutto perché Slocum è un grande uomo, oltre ad essere un grande navigatore, che il suo libro è diventato un classico».
Anche lei naviga e racconta.
E i suoi libri nascono spesso in barca, sul mare. Come li influenza ciò che accade in questa particolare dimensione?
«Anche questo dipende dal romanzo o dal libro che sto scrivendo. È vero che fino ad adesso la maggior parte dei miei libri, che siano romanzi, racconti o saggi, è stata scritta dalla mia barca. Ma non mentre navigavo. La scrittura è un lavoro che assorbe e richiede tempo. Nel momento in cui un autore scrive, non può vivere una vita rocambolesca come quella dei personaggi di un romanzo d’avventura. Anche Conrad, che ha fatto il marinaio per vent’anni, ha scritto solo dopo».

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