Le mie prime cronache dalla Terra di Mezzo J. R. R. TOLKIEN

Esce in Italia il romanzo d’esordio dell’autore del “Signore degli anelli” È la storia di un eroe nato da una lotta fratricida: ecco come comincia
Le mie prime cronache dalla Terra di Mezzo
J. R. R. TOLKIEN
Kemenume. Ora, il piccolo che fu portato a Kemenume crebbe e divenne un commerciante e non ha parte alcuna in questa triste storia; ma quello che il falco portò a Telea è colui che gli uomini chiamano Kalervo; e di un terzo piccolo di quella nidiata, che non fu rapito, gli uomini parlano spesso e lo chiamano Untamo il Malvagio; ed egli divenne uno stregone maligno e un uomo di grande potenza.
E Kalervo dimorò presso i fiumi pescosi, dai quali traeva svago e buon cibo, e a lui, nel corso degli anni, la sposa aveva dato un figlio e una figlia e ora per lei si avvicinava di nuovo l’ora del parto. E in quei giorni le terre di Kalervo si distendevano lungo i confini del tetro reame del suo possente fratello, Untamo, il quale bramava le sue amene terre percorse dal fiume e l’abbondanza dei suoi pesci. Allora, vi si recò, immerse le reti nelle acque pescose di Kalervo e rubò a Kalervo tutti i suoi pesci e gli fece nascere in cuore un grande dolore […]. Untamo, allora, gonfio d’ira, raccolse i propri uomini e diede loro delle armi; armò i servi e gli schiavi con asce e con spade e marciò verso la battaglia, verso una lotta feroce contro il proprio fratello. E la moglie di Kalervoinen, seduta presso la finestra della fattoria, scorse, in distanza, le nuvole agitate di polvere e fumo che quell’esercito sollevava, e parlò a Kalervo dicendo: «Marito mio, avvicinati a me e guarda: laggiù si sta levando un vapore maligno. È fumo quello che vedo oppure una densa oscura nube che trascorre rapida? Ma vedi come ora resta sospesa sui confini dei campi di grano, proprio là in fondo, accanto al sentiero che abbiamo da poco tracciato!». Allora Kalervo, con animo pesante, disse: «Moglie mia, quello non è il vapore dei fumi d’autunno, non è un’oscurità che passa e va; temo invece che sia una nube che non passerà veloce, e certo non prima d’aver travolto la mia casa e la mia gente in una burrasca ostile». Poi, agli occhi d’entrambi apparve l’accozzaglia che Untamo aveva radunato ed essi poterono vederne il numero e la forza e i vestimenti di un vivo rosso scarlatto. Laggiù, l’acciaio riluceva e dalle cinture pendevano le spade e nelle loro mani le solide asce mandavano bagliori e sotto i copricapo le loro facce cattive guardavano torve, poiché Untamoinen raccoglieva attornoa sé soltanto bifolchi spregevoli e crudeli. E gli uomini di Kalervo erano fuori, sparsi per le terre della fattoria e così egli, afferrando l’ascia e lo scudo, si precipitò da solo contro i nemici e ben presto fu ucciso là, nel cortile, vicino alla stalla, nel sole autunnale della bella stagione del raccolto, schiacciato dal peso e dal numero dei nemici. Dinanzi agli occhi di sua moglie, Untamo infierì con piena crudeltà sul corpo del fratello e con piena cattiveria massacrò la sua gente e devastò le sue terre. I suoi uomini selvaggi uccisero chiunque trovassero, uomini e bestie, risparmiando soltanto la moglie di Kalervo e i suoi due figli, ma risparmiandoli al solo scopo di ridurli in schiavitù nelle tetre dimore di Untola.
L’amarezza entrò allora nel cuore di quella madre, poiché ella aveva caramente amato Kalervo e a lui era stata cara; e dimorò nelle case di Untamo senza più curarsi di ciò che accadeva nel mondo illuminato dal sole; e a tempo debito, nel mezzo delle sue angosce, diede alla luce i figli di Kalervo, un bambino e una bambina uniti in un parto solo. Di grande forza fu l’uno e di grande bellezza fu l’altra sin dal momento della nascita, e cari l’uno all’altra furono essi sin dalle prime ore; alla loro madre, però, il cuore giaceva morto nel petto ed ella non si curò per nulla della loro leggiadria e tanta era la sua pena che non ne ricevette alcun sollievo, e solo le fece rammemorare i giorni antichi, trascorsi nella fattoria presso il fiume che scorreva placido; e le acque pescose tra le canne; e il pensiero del morto Kalervo, il loro padre; ed ella chiamò il bambino Kullervo, ossia “ira”, e la bambina Wanona, ossia “pianto” […].
La forza di Kullervo, non conoscendo mai dolcezza alcuna, si trasformò in una volontà indomabile che non poteva rinunciare a nulla di quanto desiderava e che si risentiva di ogni offesa. E Wanona divenne una fanciulla solitaria e selvaggia, che prese a vagare per i tetri boschi di Untola non appena poté reggersi in piedi; e ciò accadde ben presto, poiché questi due bambini erano prodigiosi, essendo nati a distanza di una sola generazione dagli uomini vissuti nel tempo della magia. E Kullervo era simile a lei, un bambino difficile da trattare, tanto che un giorno, gonfio di rabbia, lacerò le fasce che lo stringevano e ridusse in pezzi, prendendola a calci con tutta la forza, la sua culla di legno di faggio; gli uomini dicevano però che, secondo tutte le apparenze, sarebbe diventato un uomo possente e che avrebbe avuto prosperità e Untamo ne era lieto, pensando che un giorno Kullervo sarebbe stato un suo fortissimo guerriero e un ben robusto servitore. Questo non pareva certo inverosimile poiché, quando ebbe tre mesi e raggiungeva in altezza le ginocchia di un adulto, si alzò in piedi e, di colpo, parlò così alla madre, la quale continuava a soffrire, immersa nella sua ancor fresca angoscia: “Oh madre mia, oh mia carissima madre, perché tanto ti duoli?”.
E la madre gli parlò, narrandogli del modo vile in cui Kalervo era stato ammazzato là, nella sua fattoria, e di come tutto ciò che si era costruito era stato devastato e ucciso dal fratello Untamo e dai suoi sgherri e di come nulla era stato risparmiato o salvato, se non Musti, il grande cane, il quale era tornato dai campi solo per trovare il padrone ucciso e la padrona e i suoi figli in catene; ed esso aveva seguito i loro passi da esuli sino ai boschi azzurri che circondavano la dimora di Untamo, dove ora abitava, vivendo allo stato brado per paura dei servi di Untamo, e di quando in quando ammazzava una pecora e spesso, durante la notte, si potevano udire i suoi latrati; e gli sgherri di Untamo dicevano che era il cane di Tuoni, il Signore della Morte, ma così non era. Ella gli narrò tutte queste cose e gli diede un grande coltello lavorato in foggia bizzarra, che Kalervo portava sempre appeso alla cintura quando si recava nei campi, una lama magnificamente affilata, forgiata in giorni ormai lontani e che lei aveva afferrato dalla parete nella speranza di poter aiutare l’uomo che amava. Detto questo, tornò a immergersi nel proprio dolore e Kullervo gridò a gran voce: «Giuro sul coltello di mio padre che, quando sarò più grande e il mio corpo sarà divenuto più forte, vendicherò la sua morte e ripagherò le lacrime che versi, madre mia che mi hai generato».
E queste parole non le ripeté mai più, le disse solo quella volta, ma quella volta Untamo le udì senza essere visto. E per l’ira e la paura si mise a tremare e disse: «Egli porterà la rovina sulla mia stirpe, poiché Kalervo è rinato in lui».
Tit. orig. The Story of Kullervo, HarperCollins Publishers Ltd. © Tolkien Trust 2010, 2015 © 2016, Bompiani

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