Paolo Rumiz: “Dobbiamo riprendere a camminare per il mondo”

PAOLO RUMIZ su Repubblica in edicola oggi
SE una notte d’inverno a venti sotto zero, passeggiando in una foresta, ti capita di trovare un’auto con dentro una giovane coppia in lacrime che il Gps ha spinto dentro una pista di sci da fondo, che fai? Li aiuti. Ti fanno quasi tenerezza. Sono lì, sprofondati nella neve fresca, barricati nell’abitacolo, paralizzati dalla paura. Il segnale già debole del web ora si è spento, e i due ignorano di essere a trecento metri dall’albergo che devono raggiungere. In assenza di una mappa, non sanno a che santo votarsi. Lei insulta lui, grida, ma l’uomo non si muove. Non osa affrontare la realtà, una volta uscito dal virtuale. Succede a due passi dal lago di Anterselva, in Sudtirolo. È allora che il passante uscito dal buio bussa sul parabrezza, li calma e li aiuta a raggiungere a piedi l’hotel. Mostra loro come è facile. Bastava uscire dall’auto e guardarsi attorno.
In Campo dei Fiori circola la storia di una ragazza italiana sprovvista di una piantina di Roma che chiede alla libreria Fahrenheit dov’è piazza Farnese – notoriamente lì a due passi – e poi, avuta l’indicazione, non ancora sicura del fatto suo, si mette comunque in cammino con l’aggeggio infernale proteso in avanti come il bastone bianco di un non vedente. Per narrare le vendette della geografia nei confronti di un mondo sempre più “altrove” non serve mettere in conto casi estremi come il camionista sperduto nella tormenta o il neo-patentato spinto dal navigatore in un burrone dopo una baldoria. È la normalità dello smarrirsi che fa spavento. È il constatare che il web non si limita a liquidare le carte geografiche come anticaglie fuori moda, azzerando tutto ciò che esiste fra partenza e arrivo, come dire l’essenza stessa del viaggio. Lo schermo fa di peggio: riempie il mondo di gente che farebbe meglio a starsene a casa.
Con le mappe di carta ho un rapporto che definirei mistico. Ne amo i colori, le isoipse, le sfumature, i simboli. Quando sono a Londra, Varsavia o Parigi, vado in cerca di mappe. La mia libreria ne è piena. Le uso per sognare i viaggi prima che per orientarmi una volta sul posto. Ne ho bisogno per capire il contesto in cui mi trovo, per concedermi il lusso di una digressione imprevista. Arrivo al punto di farmele da me, quando preparo un viaggio particolarmente difficile. È il mio atto di resistenza contro l’invasività delle protesi elettroniche che ci hanno reso incapaci di attraversare il mondo e talvolta persino di camminare. Sento di dover tenere duro, perché non si atrofizzi un istinto costruito in millenni di storia.
Cancellate, cancellate pure la geografia dalle scuole. Io rivendico il mio diritto a calligrafare la mia strada, così come un surfista calligrafa la sua rotta tra le onde. Cosa c’è di più bello di scegliere una linea adattandola all’orografia, di tagliare bene un pendio, di aggirare sapientemente un ostacolo, di procedere tenendo conto di mille variabili come la luce, il vento, la consistenza del terreno? La mappa non è che il pentagramma sul quale io scrivo lo spartito dei miei passi.

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