Michela Murgia: “Cercando Dio nel dna di un pesce trasparente”

da Repubblica in edicola oggi, 27 marzo 2016

LA FESTA DELLA PASQUA, sarà che cade in primavera, è una di quelle ricorrenze simboliche che costringono a credere che la bellezza esista nonostante tutto e che per resistere alla mediocrità occorra imparare a cercarla dove nessun altro la vede.
Qualche mese fa ho avuto un’occasione unica per educare lo sguardo a questo tipo di meraviglia nascosta e per questo devo ringraziare il Deutsch-Amerikanisches Institut di Heidelberg, che mi ha inclusa come unica italiana nel gruppo dei dieci scrittori chiamati da tutta Europa a visitare i laboratori scientifici della città e osservare la scienza con occhi insoliti, a caccia di un’etica collettiva.
Quando ho indicato la mia preferenza per la biologia e l’astrofisica mi sono ritrovata accanto a tre scienziati il cui lavoro non sarebbe comprensibile se non partendo proprio dall’evidenza che nella materia esista una grazia insopprimibile. Prima che una tensione all’utile, la scienza per chi la fa è anzitutto un’attrazione per il bello. Ciascuno di questi luminari era affascinato dal suo campo di ricerca e vedeva splendore e armonia anche in quello che agli occhi di una profana come me appariva improbabile descrivere con categorie estetiche, come le cellule del cervello di topo, un gruppo di pesci ciechi in un acquario o la superficie brulla e tossica di un pianeta dall’altra parte della galassia.
Gli spunti più significativi in merito me li hanno dati i due biologi, la dottoressa Hannah Monyer, del Deutsches Krebsforschungszentrum, e il dottor Joachim Wittbrodt del Center of Organismal Studies. Il motivo non è difficile da capire: entrambi lavorano sugli esseri viventi. Hannah Monyer — che abbina all’eccellenza scientifica un raro talento pianistico e ha nel suo studio un ritratto di J.B. Shaw — studia il comportamento delle cellule del cervello, e in particolare la loro capacità di ricordare e di imparare a seconda degli stimoli a cui vengono sottoposte. Rumena naturalizzata tedesca, Monyer è un faro in materia: per aver dimostrato che anche in età avanzata le cellule cerebrali possono rinnovarsi se non si smette di apprendere, nel 2004 ha ricevuto il prestigioso premio Leibniz e la titolarità del laboratorio in cui mi ha accolta. Il suo gruppo di lavoro opera sui topi, facendo cose che difficilmente sarebbe possibile classificare come belle, perché molto invasive e eticamente problematiche anche per chi ammette l’esistenza di una gerarchia tra le varie forme di vita. Agli animali, scelti nella variante di specie dotata di media intelligenza, viene infatti scoperchiato il cranio in anestesia totale per consentire l’incastonamento nel cervello di un piccolo elemento con elettrodi, di cui il topo al suo risveglio non si renderà conto di essere portatore. Senza quello strumento sarebbe impossibile rilevare gli stimoli elettrici che mostreranno ai ricercatori come lavora il cervello dell’animale nelle varie situazioni in cui verrà provocato a reagire, rivelando le varianti del suo comportamento. È stato davanti alla vita segreta di alcune cellule analizzate da una sottilissima sezione di materiale cerebrale che Hannah Monyer mi ha rivelato la sua motivazione estetica. Incantata davanti allo schermo, muoveva lei stessa il mouse alla ricerca di quella che continuava a definire «la cellula più bella», mostrandomene i movimenti e la coesione alle altre e distinguendo il loro comportamento a seconda della posizione nel lobo sezionato. Al termine della visita, con un candore che mi ha stupito in una donna con così tanti anni di ricerca alle spalle, Monyer mi ha confessato che il lavoro sui topi le causava problemi etici costanti, nonostante sapesse perfettamente che al momento per curare alcune malattie umane non esistono alternative alla sperimentazione sugli animali. Nonostante questo scrupolo, mi è stato comunque evidente che tra l’armonia che la scienziata era in grado di vedere in quelle cellule e il modo violento e arbitrario con cui erano state ottenuto dall’animale non c’era possibilità di confronto. Lo splendore della materia vivente e i suoi segreti così visibilmente a portata di mano risultavano schiaccianti rispetto a qualunque rifles- sione morale: la bellezza della conoscenza divorava tutte le altre.
Nell’altro laboratorio biologico, il Center of Organismal Studies, ho pensato che le cose sarebbero state meno problematiche, perché si lavora senza vivisezione. L’istituto è infatti diretto dal professor Joachim Wittbrodt, un biologo dello sviluppo che mi ha detto di aver scelto i pesci proprio a causa del lavoro violento sui topi fatto mentre era studente di biologia: « for me it’s too bloody », troppo sangue. In effetti, per ottenere i risultati utili al suo campo di ricerca il dottor Wittbrodt ha bisogno di disporre di animali vivi in perfette condizioni, sani e sereni al punto da non subire alcuna alterazione del proprio naturale ciclo vitale. Ai pesci, che sono sensibilissimi, non è facile offrire queste garanzie: bastano dei lavori in corso alla base del palazzo, con l’eco dei martelli pneumatici anche solo leggermente percettibile dagli acquari del laboratorio, a bloccare la riproduzione degli animali. Per questa ragione le centinaia di acquari presenti nell’istituto sono curati singolarmente con attenzione certosina, dall’illuminazione al cibo, dalla vegetazione alla temperatura, fino al monitoraggio elettronico che arriva a trasmettere i dati di ogni anomalia a uno strumento agganciato al polso del dottor Wittbrodt, segnalandogli la presenza di alterazioni dovunque si trovi e a qualunque ora: «per me non sono materiale di studio: i pesci sono miei collaboratori». Eppure, anche se i pesci non muoiono con la stessa sistematicità con cui altrove lo fanno i topi, una gran parte del lavoro di ricerca si fa agendo sulle sequenze del loro Dna, e questo sul piano etico non può porre domande di portata inferiore all’apertura in vivo del cranio di un topo. Nelle vasche ho visto nuotare placidamente molti pesci frutto della manipolazione genetica del dottor Wittbrodt: varianti di colore della stessa specie e soprattutto alcuni esemplari albini, dai corpi alieni completamente trasparenti e gli organi vitali rossi e pulsanti, visibili senza necessità di vivisezionarli. Per provocarlo un po’ gli ho raccontato di un genetista americano a cui avevo domandato perché facesse manipolazione e lui mi aveva risposto « because I can », perché posso, mostrandomi un’inquietante inclinazione a considerare la conoscenza un potere a sé stante, uno spazio senza regole in cui l’intelligenza adulta, abbinata a una responsabilità bambina, potesse esercitarsi all’infinito a sfidare i propri limiti senza altro scopo che superarli. Poi ho chiesto a lui se si sentisse anche lui in mano il potere di Dio. La nostra conversazione tra gli acquari fino a quel momento era stata seria, ma intrisa di meraviglia e di leggerezza come una visita al luna park; evocare l’ipotesi del potere divino davanti al codice della vita di un pesce ha aperto uno spazio di verità imprevisto. «Il potere di Dio è creativo, non distruttivo. Se volessi sapere come è fatto il mio telefono» — mi ha detto Wittbrodt spegnendo il microscopio — «martellarlo e ridurlo in pezzi sarebbe un modo possibile. Ma una volta che l’avessi capito in ogni piccolo particolare interno non sarei in grado di rimettere insieme i pezzi e farlo funzionare di nuovo. Sono uno scienziato che lavora con le leggi più delicate della vita, ma non vuol dire che non mi metto dei limiti: il mio è non rompere mai quello che non so ricostruire». Un buon modo per dire che chi di Dio crede di aver in mano la potenza, di Dio ha il dovere di mostrare anche la consapevolezza e il rispetto davanti alla bellezza. L’incanto del professor Wittbrodt davanti alla toti potenza dei suoi embrioni di pesce era identico a quello che avevo già visto nella dottoressa Monyer ed entrambi mi hanno dato l’impressione di osservare la cosa più bella mai vista. Non dubito che nella loro vita lavorativa siano mossi da molte motivazioni complesse: sono scienziati premiati e riconosciuti, dirigono ciascuno un gruppo di ricerca e hanno certamente le proprie ambizioni di riuscita, ma la luce che ho visto nei loro occhi davanti all’infinitamente piccolo che sta alla base della loro materia è qualcosa che viene prima, è il riverbero dello stupore infantile innanzi al miracolo, lo stesso stupore del Dio della Genesi che davanti alla sua stessa creazione non può fare a meno di pensare che “è cosa buona”.
MICHELA MURGIA È NATA A CABRAS (ORISTANO) NEL 1972. DI FORMAZIONE CATTOLICA, PRIMA DI DIVENTARE SCRITTRICE È STATA INSEGNANTE DI RELIGIONE NELLE SCUOLE. IL SUO PRIMO LIBRO “IL MONDO DEVE SAPERE” (ISBN, 2006), AUTOBIOGRAFICO E IN FORMA DI DIARIO, HA ISPIRATO IL FILM DI PAOLO VIRZÌ “TUTTA LA VITA DAVANTI”.
CON “ACCABADORA” (EINAUDI, 2009) HA VINTO IL PREMIO CAMPIELLO. IL SUO ULTIMO LIBRO È “CHIRÙ” (EINAUDI, 2015)

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