“Appunti on the road tra strade polverose e uomini persi”Sam Shepard visto da Susanna Nirenstein

Sam Shepard è la quintessenza del West americano.

Un lonely cowboy naturale contaminato dal rock (a 18 anni andò a New York dove faceva il batterista e fu a lungo il compagno di Patty Smith, oltre a stabilire una duratura amicizia con Bob Dylan). Un cowboy contaminato anche da una grande notorietà, un Pulitzer, una nomination all’Oscar, cinquanta pezzi teatrali scritti e spesso interpretati (è considerato uno tra i più significativi commediografi dell’ultimo mezzo secolo), moltissime sceneggiature ( Zabriskie Point!) e parti in film di Wim Wenders, Altman, Malick, Cassavetes e tanti altri. Sposato da trent’anni con Jessica Lange, famosa quanto e più di lui («la amo soprattutto per la sua modestia»), Shepard, oggi 72enne, nonostante l’off off Broadway, Hollywood, il successo, coltiva da sempre la solitudine, il viaggiare senza meta, i motel da quattro soldi sbattuti dalla polvere, i bar persi sulle highway, i cavalli, i tramonti sulle praterie, il sole gigantesco che spunta nel deserto, il silenzio.
La sua bellezza è stata mitica e ancora illumina il volto ora spigoloso e tagliato da piccole rughe che le donne si emozionano a guardare, un po’ come l’altro cowboy perfetto dello schermo statunitense, a cui assomiglia, Clint Eastwood (non a caso l’unico rimpianto di Sam è di non aver accettato la parte che gli venne offerta per Gli spietati). E comunque Shepard, uomo della natura e orso taciturno, è rimasto difensore della sua privacy. Alle spalle il fantasma del padre, un ex militare violento e alcolizzato: teme soprattutto di diventare come lui visto il suo cattivo carattere e la sua dipendenza dalla bottiglia, anzi, talvolta già si vede identico all’odiato genitore morto ubriaco in un incidente d’auto, ed anche vecchio, sorretto da pillole, e soffre. Senza paura però, nemmeno della morte che si avvicina.
Elementi questi, tutti presenti nel suo ultimo libro Diario di lavorazione, una sorta di taccuino lungo le strade dell’America alla ricerca di qualcosa che teme scomparso dalla sua terra, stravolta dal consumismo e dalla volontà di potenza. Un libro frammentato, scombussolato, di brevi e lunghe note di viaggio, incontri, racconti, versi, visioni. Eppure tutto, se si ama il personaggio, tiene, e il Diario risulta in fondo il suo ritratto, e il ritratto degli Stati Uniti così come li vede, li sente il bifronte Shepard (da un lato la fama/dall’altra un’ anima da outsider) e ha bisogno di scriverli. Sì perché la scrittura per lui (su macchina da scrivere – no cellulari, no google) è diventata col tempo sempre più necessaria, indispensabile a scavare nuovi territori sconosciuti.
È così che in Diario in lavorazione, luogo dopo luogo, annotati a inizio pagina su qualche highway, saltano fuori personaggi totalmente persi (come quello che si ritrova chiuso in un bagno pubblico e diventa letteralmente pazzo perché dagli altorparlanti continua a uscire la musica di Shania Twain) che tentano inutilmente di ritrovare il controllo delle proprie vite. C’è una testa decapitata ritrovata in un fosso che non smette di parlare e vuole ritrovare la pace. Ci sono tracce di Pecos Bill e Kerouac. C’è l’io narrante che sente dall’alba al tramonto un tormentoso chiacchiericcio dentro la mente: attende il silenzio assoluto come un miracolo. E ci sono due assurdi compagni di viaggio in una sorta di on-the-road ripetuta da adulti che straparlano strafatti di metanfetamine, ma a volte raccontano anche qualcosa di divertente, benché incredibile: come l’episodio dentro il nubifragio Katharina, in cui Fats Domino vestito di tutto punto viene salvato da un suo guardiaspalle in motoscafo, ma non vuole né togliersi in acqua le sue scarpe nuove con nappine, né lasciare nella casa allagata il suo pianoforte bianco a coda e lo traina con corde varie che ogni tanto si snodano nella corrente. Nel niente delle strade senza fine «percorse a vanvera», tra cavalli stupendi e imperdibili e vecchi allevatori ingobbiti che parlano di manzi, occhi neri e atzechi, non mancano neppure le famiglie sfasciate. Di quelle, si sa, Shepard ha fatto da sempre un tema maggiore.

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