«Madre, sono sicuro che mi stai ascoltando. Qualunque cosa succeda, sarò sempre tuo figlio».

TIGRE PER SEMPRE
di Horacio Quiroga
EINAUDI
A CURA DI R. J. RIERA
PAGG.348 EURO 24

La vita integrale e selvaggia di Horacio Quiroga

recensione al libro di FRANCO MARCOALDI
Infiniti sono i modi in cui gli esseri umani creano un legame, reale o immaginario, con gli animali. Quello scelto dallo scrittore uruguayano Horacio Quiroga è davvero speciale, improntato com’è a una sorta di condivisione creaturale che soltanto lo sprofondamento nella natura selvaggia consente. Prima però che gli si offra la chance di una “vita integrale”, Quiroga dovrà varcare parecchie frontiere. Geografiche e mentali, come ricorda Ernesto Franco nella sua bella introduzione alla raccolta di racconti Tigre per sempre (Einaudi).
Nato a Salto nel 1878 da una famiglia benestante, il futuro maestro di Cortázar si trasferisce poco più che ragazzo a Montevideo, dove scrive, anima riviste, e conosce tanto il modernismo quanto i paradisi artificiali. Il salto ulteriore in direzione della modernità metropolitana avviene nel 1900, quando si reca a Parigi in occasione dell’Esposizione Universale. È un’esperienza fallimentare: incompreso e isolato, senza una lira in tasca, si vede costretto a mendicare. La violenza, frattanto, si trasforma in un basso continuo, marcando alla radice tutta la sua esistenza: con una pistola uccide accidentalmente l’amico del cuore, dopo che già suo padre aveva fatto una fine analoga. In seguito moriranno suicidi il patrigno, la moglie, la figlia di Quiroga, e lui stesso, una volta che scopre di essere malato terminale.
Così tante tragedie non potranno che segnare la sua formidabile scrittura, alimentata da una incontenibile inquietudine che lo riporta nuovamente a Montevideo, poi a Buenos Aires dove insegna in un liceo e infine, siamo nel 1910, a Misiones, nella foresta pluviale del fiume Paranà. Non sarà la sua ultima, definitiva tappa, ma dovendo scegliere il cuore della sua narrazione, lui per primo ricorderà che le pagine della selva sono quelle più importanti e più care. Non è difficile capire perché. In questi luoghi estremi tutto è ridotto all’essenziale (comprese le parole). Tutto è lotta per la sopravvivenza. I confini tra realtà e allucinazione si fanno più sfumati e ogni metamorfosi è possibile. Nel contatto diretto e brutale con le cose ultime, gli esseri umani hanno lasciato definitivamente alle spalle ogni parvenza di civiltà, mentre ascoltano turbati i sapienziali discorsi di tigri e serpenti.
«La normalità della vita nella selva è ben nota», scrive Quiroga nel racconto La patria. «Generazioni di animali si succedono una dopo l’altra e una contro l’altra in una stabile situazione di pace, poiché nonostante le lotte e gli spargimenti di sangue c’è qualcosa che regge l’equilibrio permanente della selva, e quel qualcosa è la libertà ».
Ma è proprio quel sentimento di libertà, sacra e ferina, che gli uomini – perfino gli “ex uomini” che abitano questi luoghi – non riescono ad accettare. È questo il senso più profondo del toccante racconto
Juan Darién, da cui è stato tratto il titolo della raccolta. Juan nasce come tigre, ma grazie a una povera donna che lo ha teneramente allattato al suo seno, si è trasformato in un cucciolo di uomo. Sarà il solito serpente sapiente a riconoscere la meraviglia di tale gesto, ma anche a mettere in guardia la donna:
«Il tuo cuore ha voluto salvare una vita nell’universo, dove tutte le vite hanno lo stesso valore. Ma gli uomini non ti capiranno, e vorranno uccidere il tuo nuovo figlio».
Le cose, purtroppo, andranno esattamente così. Appena morta la madre, il mite e nobile Juan, dopo essere stato risospinto con inaudita crudeltà nella selva, si vedrà costretto a riassumere le originarie sembianze dell’animale selvaggio. Prima però di abbandonarsi al ruggito di sfida contro chi gli ha usato così tanta violenza, Juan si inginocchia – come un essere umano – davanti alla tomba della donna. La ringrazia per essere stata l’unica a rispettare «il sacro diritto alla vita di tutti gli esseri dell’universo», per quanto di buono gli ha insegnato nel tratto di vita che hanno trascorso insieme. E conclude:
«Madre, sono sicuro che mi stai ascoltando. Qualunque cosa succeda, sarò sempre tuo figlio».

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