“Alla ricerca del tempo perduto nella Shoah” di VALERIA PARRELLA

IL LIBRO
Il bambino nella neve
di Wlodek Goldkorn ( Feltrinelli pagg. 202 euro 16)
Birken in tedesco significa betulla. Da qui, da un bosco di betulle, il toponimo Birkenau, che nella memoria collettiva rimanda ad Auschwitz: come Cerbero, Auschwitz ha tre teste: era divisa in un campo di concentramento per prigionieri politici polacchi, un campo di lavoro, Monowitz, e poi c’era Birkenau, campo di sterminio. Niente crani rasati, tatuaggi di un numero sull’avambraccio, vessazioni,
torture: a Birkenau si andava direttamente dai treni nelle camere a gas. Così nasce questo libro, Il bambino nella neve (Feltrinelli): guardando in faccia Cerbero, o come un “affacciarsi sull’abisso”, da parte di uno che all’Ade ci va perché lì riposa la sua famiglia, e poi da lì torna, perché solo in superficie è consentito vivere. Una persona che scrive, fa bei viaggi, mangia, beve, ragiona, vede crescere i nipotini, e però ogni mattina deve chiedersi se ha senso immedesimarsi nelle vittime o no. Se può ritenersi una vittima o no. E non se lo chiede in virtù di un imperativo categorico, ma solo perché nel momento di passaggio (trapasso anche quello) dal sonno alla veglia, lì dove la coscienza inizia a comporsi per affrontare il nuovo giorno, ergo la vita, qualcosa di irrazionale, pre-illuministico, quindi mitico, archetipico ancora resiste. È dunque, quello di Wlodek Goldkorn, il viaggio di Orfeo.
Orfeo canta in yiddish frammenti di poesia di Rayzel Zychlinsky: “Tutte le strade portavano verso la morte, / tutte le strade. / Tutti i venti respiravano tradimento, / tutti i venti”. Il risultato non è poetico ma volutamente in prosa, non perché irrimediabile sia la morte (e lo è), ma perché qui dell’Ade esiste solo la sua anticamera: quello che accadde dentro le camere a gas non lo sa nessuno. Non c’è testimonianza che sappia dire, museo che possa raccontare: Orfeo va all’Ade perché quello è il suo cimitero «l’unica vera casa che ho. Io sono di Birkenau». Qui, dice la prima persona, ci sono le figure umbratili di una nonna, una zia, una cugina di due anni, qui i loro passi: ricalcarli è inutile, e utile nella misura in cui la prima persona non può farne a meno. Perché non può farne a meno? Perché intorno al tavolo della sua infanzia, un luogo in qualche modo felice, protetto da due genitori fuggiti in Unione Sovietica, comunisti, ebrei, polacchi, intorno a quel tavolo si parlava solo di politica. Di famiglia mai, la famiglia non c’era: o essa si sfaldava nella perdita e si ricostruiva di persone nuove. Zia, zio, sono appellativi affettivi dati, come accade anche in tanti luoghi del meridione d’Italia, a persone che non sono davvero parenti, ma che, per essere stati protagonisti della stessa vita, assurgono a tale funzione. Goldkorn scopre tardi, dopo i vent’anni, dopo un passaggio in Israele, quando si comincia a ridestinare nel lavoro, nel matrimonio: solo allora scopre che a tavola in genere le persone parlano di cose di famiglia. Prima, non lo sa. Tutto quello che accade prima (e il prima non si ferma al momento in cui si nasce, ma è un prima senza inizio) è la vita sul suolo che custodisce l’Ade, la realtà intuita che sfugge, che si manifesta solo per i suoi contorni ma di cui non si vede mai l’essenza. Bambini giocano su una montagnola di carbone, come tutti i bambini giocano a guardie e ladri, ma loro dicono “facciamo Auschwitz”, senza sapere cosa sia davvero Auschwitz. Un luogo di villeggiatura da ragazzi, ameno, rassicurante, dove poter trascorrere l’estate tra i boschi, è squarciato nel cuore della notte, di ogni notte, dalle urla dei villeggianti: svegliati dagli incubi della realtà patita. Il cranio di zia Chaitele è liscio: quelli che il ragazzino credeva capelli essendo una parrucca, una copertura dell’assenza. Incontro a questo non detto Goldkorn va come può andare un uomo sedotto dal nichilismo, che non vuole riempire il vuoto, perché il vuoto non si può riempire.
A Belzec ci sono le querce, quelle che nacquero prima della Shoah: la natura che nasce dall’innaturale è rigogliosa, lo nota con piglio positivista il suo maestro Marek Edelman: «le ceneri umane fanno bene alle piante». Sono queste le uniche frasi che non possono essere smentite, perché chi è stato ad Auschwitz e ci è tornato non può essere smentito. Tutto quello che si può dire o è stato detto intorno, e da altri, è irrilevante. Bisogna dargli peso zero. Persino l’oltraggio, il motto razzista: in quanto parola non è nulla. È per questo che le betulle e le querce sono così importanti nella storia: perché sono rimaste testimoni mute e in quanto mute: «testimoni credibili e fedeli dell’accaduto». Così anche si pone Goldkorn scrittore nel paradosso di chi scrive: muto, a suggere direttamente dalla terra che lo ha messo al mondo quanto di mortifero e vitale essa rivela. Come quell’albero radicato Goldkorn si “affaccia sull’abisso”, che vuole dire creare uno strappo nella memoria, perché la memoria lavora di suo conto, costruisce, fa, disfa, si trasforma: in quanto tale è valida, realistica più del reale; ma chi viaggia con la memoria sente la necessità, di tanto in tanto, di verificarla. Non con i documenti, ma con le memorie altrui, e non necessariamente dei testimoni, ma anche dei testimoni secondi: gli amici, i figli di, i nati negli anni Cinquanta. Ogni volta che la prima persona si ferma ad ascoltare e dire ad altri: si raccontano solo l’indicibile. Cosa i genitori hanno omesso dai racconti, quanto e come quelle storie dell’infanzia fossero reticenti. La memoria del vuoto va verificata con i vuoti degli altri. Essi non coincidono, e dunque non servono a sentire che la storia individuale è la stessa, è in qualche modo comune o assimilabile o confrontabile, bensì al suo contrario: servono a rassicurarsi che la memoria è narrazione. La memoria personale è in questo libro l’unica forma conoscitiva. L’epistemologia della Shoah non esiste, perché la Shoah è la sospensione dell’epistemologia. Dio stesso è vuoto: Hadassa Rubin dice «Dio è assente», Rayzel Zychlinsky dice «E Dio nascose la sua faccia». Nella memoria di Goldkorn manca una generazione: esiste quella dei padri, nati nei primi quindici anni del Novecento, esiste quella di chi scrive, ma non esiste tra di loro altro che vuoto, «il mio buco nero », non esiste ebreo nato negli anni Trenta– Quaranta. Il salto che la vita compie in questo tempo è tutta la vertigine. Prendere atto della vertigine, l’unica cosa da fare. Il giudizio esiste come atto individuale (rifiutarsi di stringere la mano a un traditore), ma come questione politica è assente o per lo meno non esibito: il mondo che dentro il libro nasce (perché ogni buon libro crea un mondo) non è in bianco e nero, «da un lato il martirio e l’eroismo dei buoni, dall’altro i boia, l’incarnazione di ogni male», è invece a colori come le fotografie a cui si appoggia il testo: di Neige De Benedetti, compagna di viaggio. La sua conclusione è un gioiello di letteratura e non si riporterà. Valga qui invece come epilogo la spiegazione del titolo, che origina da due storie parallele: c’è zia Chaitele, che, braccata dagli aguzzini in una foresta, lascia il figlio neonato nella neve, e si salva. E c’è zia Nachcia che, considerando indegno il mondo in cui forse sarebbe potuta sopravvivere, entra nella camera a gas portando in braccio la piccola Rut. È lecito immedesimarsi in una delle due? E chi? È lecito non farlo?

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