Il Pm Russo, collega di Paolo Borsellino a Marsala, dichiara:”ho imputato di autocalunnia Calcara” alla presentazione del memoriale Indelicato

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Avendo preso a cuore la vicenda di Rosario  Indelicato,  a cui ho dedicato un post di recensione al suo libro, oggi su Fb ho visto la presentazione de’ L’inferno di Pianosa a Napoli con l’intervento del PM Massimo Russo,( il Pm che nel ’91 lavorarava gomito a gomito con il dr. Paolo Borsellino alla Procura di Marsala), che tra l’altro ha detto:

“Mi permetto di dire che uno dei cosiddetti collaboratori di Giustizia che accusava il signor Indelicato, è stato ritenuto da altri collaboratori di giustizia ASSOLUTAMENTE NON CREDIBILE, e preliminarmente NON APPARTENENTE ALLA ORGANIZZAZIONE MAFIOSA. Parlo del signor CALCARA,  per il quale, poi, il sottoscritto ha esercitato l’azione penale -questa cosa non è mai emersa perché calcara “nasce” in un certo momento….- è stato da me imputato di AUTOCALUNNIA per essersi falsamente accusato di essere un appartenente all’organizzazione mafiosa”

Su questa questione, della NON CREDIBILITA’ del signor Calcara Vincenzo,  e della sua NON APPARTENENZA A Cosa Nostra, ritengo fondamentale riascoltare le testimonianze della dottoressa Alessandra Camassa e del dottor Massimo Russo, ascoltati a Caltanissetta il 20 Maggio 2014 nell’ambito del processo Borsellino Quater, i quali avevano lavorato alla procura di Marsala quando il procuratore capo era il dottor Paolo Borsellino.

http://www.radioradicale.it/scheda/411799/processo-borsellino-quater-strage-di-via-damelio

Credo che più attendibile dei collaboratori di Paolo Borsellino non ci sia nessun  altro.

Bisogna, infatti, fare molta attenzione alle parole della dottoressa Camassa quando spiega il periodo in cui arrivò la notizia di un attentato sulla strada Trapani Palermo al dottor Borsellino, la notizia arrivava da radio carcere e la portò per primo Canale o comunque fonti della polizia giudiziaria. La dottoressa Camassa non ricorda bene il periodo ma lo colloca ai primi mesi del 1992. Era una notizia antecedente e a parte rispetto a quella che poi arrivò da Calcara.

Ma notevole, in tal senso, è ciò che dice il dr. Russo che rinviò a giudizio Calcara per auto calunnia “per essersi accusato di far parte di cosa nostra”, il processo finì perchè si prescrisse il reato ma non con assoluzione del Calcara. Russo, per quanto riguarda il periodo temporale, considera come prima notizia dell’attentato quella che portò Calcara nel 1991 ma si sofferma sul fatto che i veri collaboranti vennero dopo, insomma secondo Russo il Calcara pur avendo portato questa notizia all’epoca non era comunque affidabile a differenza dei collaboratori che arrivarono in un secondo momento:Patti e altri.

Non solo, spiega Russo che: 

“in un primo momento il Calcara dichiarò che l’attentato era stato organizzato dal Vaccarino..quello col fucile, altra cosa sono le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Patti, capo decina di Marsala, sessanta omicidi, super riscontrate… Calcara è il primo che nel novembre del novantuno… che introduce con Vaccarino, che verrà assolto dal 416/bis, è bene ricordarlo… che introduce il tema dell’attentato a Borsellino.”

Sempre per comprendere si potrebbe ascoltare il collaboratore Sinacori, ambito sempre Borsellino quater, sentito il 27 Maggio 2014, dal minuto 54 parla dell’omicidio Lipari, in cui il Calcara disse di aver partecipato, Sinacori si autoaccusa di quell’omicidio e specifica che Calcara non lo conosceva nessuno.

http://www.radioradicale.it/scheda/411969/processo-borsellino-quater-strage-di-via-damelio

Allora incuriosito ho chiesto lumi a un esperto, e ho pensato a un avvocato penalista, che per ora ha chiesto di mantenere l’anonimato, che mi ha mandato alcuni starlci della sentenza del Trib. di Caltanissetta al processo per l’omicidio del giudice Ciaccio Montalto

CAPITOLO II. I collaboratori nel presente processo

 

  1. A) CALCARA Vincenzo (Udienza del 15.11.1997)

 

Ha iniziato a collaborare con l’A. G. poco dopo il suo arresto avvenuto alla fine del 1991. Ha riferito il CALCARA che le ragioni della sua scelta collaborativa risiedevano da una parte nella volontà di cambiare vita, in quanto provava disgusto per le attività illecite svolte in passato, dall’altra nel timore di essere ucciso dalla organizzazione malavitosa nella quale era inserito, per avere trasgredito alle sue regole, svolgendo in autonomia un traffico di droga senza il consenso del sodalizio predetto. In proposito ha aggiunto il dichiarante di essere stato già in precedenza “posato”, e cioè sospeso dai propri diritti di affiliato, come gli era stato comunicato dal consociato LUPPINO Francesco durante la comune detenzione nel carcere di Favignana nel 1986- 1987 , dopo la sua estradizione dalla Germania, ove era stato arrestato per rapina. Proprio il compimento di tale rapina di propria iniziativa e senza il consenso dell’organizzazione costitutiva, secondo il CALCARA, la ragione della punizione inflittagli, che comunque gli era stata revocata dopo pochi mesi da quando gli era stata comunicata. Ha dichiarato il CALCARA di essere stato affiliato a COSA NOSTRA nell’ottobre del 1979 nell’ambito della “famiglia” di Castelvetrano, di cui era capo MESSINA DENARO Francesco. Si era però trattenuto in quel centro solo fino alla fine del 1980 , alternando peraltro periodi di soggiorno a Milano presso la sorella, per sottrarsi alla sorveglianza delle Forze dell’Ordine, che era piuttosto assidua dopo la scarcerazione del 1978 (era stato detenuto dal gennaio 1977 al dicembre del 1978 per l’accusa di omicidio in danno di tale TILOTTA, accusa dalla quale era stato assolto in primo grado, ma non in quelli successivi). Tra la fine del 1980 – inizi 1981 ed il maggio del 1982 aveva lavorato alle dipendenze della ditta Dufrital all’aeroporto di Linate, lavoro questo che gli aveva facilitato il transito dell’eroina e della morfina base provenienti dalla Turchia ed importati dall’organizzazione nella quale era inserito. Anche in questo periodo i rapporti con i consociati – ed in particolare con LUCCHESE Michele, al quale era subordinato e che svolgeva un’attività commerciale presso il predetto scalo aereo – erano stati turbolenti per la sua non assidua presenza sul posto di lavoro e nel maggio 1982 egli si era recato in Germania, ove era stato successivamente tratto in arresto per rapina. Rientrato in Italia per estradizione nel marzo del 1986, essendo divenuta definitiva la sua condanna per l’omicidio TILOTTA summenzionato, era stato detenuto sino al 1990, allorché si era reso latitante approfittando di un permesso che gli era stato concesso. Aveva trascorso la sua latitanza sino alla fine del 1991tra Torino, Ostia e la Germania, incontrando in questo periodo più volte MESSINA Antonio, da lui indicato come personaggio di spicco della “famiglia” di Campobello di Mazara e dal quale avrebbe ricevuto varie confidenze in ordine ai reati per cui è processo. Rileva la Corte che sussistono varie ragioni che inducono a ritenere false le dichiarazioni del CALCARA in ordine al suo inserimento in COSA NOSTRA ed alle conseguenti indicazioni fornite sull’organigramma e la struttura di tale sodalizio mafioso. In primo luogo deve, infatti, osservarsi che la qualità di “uomo d’onore” del CALCARA non era nota a nessuno dei numerosi altri collaboratori di giustizia esaminati nel corso del presente processo, benché si trattasse di persone che per il ruolo di spicco rivestito in COSA NOSTRA nella provincia di Trapani – come FERRO Giuseppe, rappresentante della “famiglia” di Alcamo e capo dell’omonimo mandamento, uno dei quattro esistenti nel trapanese; SINACORI Vincenzo, reggente della “famiglia” di Mazara e dell’omonimo mandamento e PATTI Vincenzo, capodecina della “famiglia” di Marsala – ovvero nella provincia di Palermo – come BRUSCA Giovanni, reggente del mandamento di San Giuseppe Iato ed uomo assai vicino a RIINA Salvatore, indiscusso leader di COSA NOSTRA, che da questi era stato incaricato di seguire da vicino le vicende del trapanese ed in particolare del mandamento di Alcamo, ove era stato personalmente impegnato nella sanguinosa faida interna che aveva visto contrapposta la fazione corleonese a quella avversaria – o comunque per la loro lunga militanza in “famiglie” di COSA NOSTRA della provincia di Trapani – come MILAZZO Francesco, “uomo d’onore” dal 1973/1974 della “famiglia” di Paceco, inserita nel mandamento di Trapani – non potevano tutti ignorare l’inserimento del CALCARA in una “famiglia” di COSA NOSTRA del trapanese. Vero è che nessuno dei predetti collaboranti militava nella “famiglia” di Castelvetrano o in altra dell’omonimo mandamento e che il CALCARA rimase in stato di libertà nel territorio siciliano dopo la sua asserita affiliazione per non più di un anno complessivamente, ma tali circostanze avrebbero potuto giustificare la mancata sua conoscenza da parte di qualcuno dei predetti collaboratori ma non certo di tutti, tenuto conto del ruolo apicale da molti di essi rivestito che consentiva loro indubbiamente delle conoscenze non circoscritte all’ambito territoriale di appartenenza.

Tanto meno appare poi giustificata tale mancanza di conoscenza ove si consideri l’importanza delle attività che il CALCARA ha asserito di avere svolto per conto di COSA NOSTRA, e cioè il traffico internazionale di droga, al quale non erano certo estranei gli altri mandamenti del trapanese o lo stesso BRUSCA ed addirittura il suo coinvolgimento con compiti esecutivi in un progetto di attentato ai danni di Paolo BORSELLINO, all’epoca in cui lo stesso rivestiva la carica di Procuratore di Marsala (cfr. in proposito le motivazioni delle sentenze definitive acquisite agli atti del presente processo). Tali incarichi, che presupponevano una posizione di rilievo e di assoluta fiducia dell’affiliato presso i vertici dell’organizzazione, non avrebbero potuto certamente far passare inosservata la figura del CALCARA a coloro che ricoprivano le anzidette cariche negli altri mandamenti del trapanese o allo stesso BRUSCA, così vicino al RIINA ed alle vicende trapanesi.

Deve, inoltre rilevarsi – e tale osservazione vale anche ed a maggior ragione per lo SPATOLA, di cui si dirà tra breve – che quasi tutti i predetti collaboratori militavano ancora in COSA NOSTRA quando ebbero ad apprendere delle dichiarazioni che rendevano lo SPATOLA ed il CALCARA, sicché essi avevano ovviamente cercato di assumere informazioni tra coloro che nella loro organizzazione potevano conoscere i predetti, per conoscerne il ruolo ed il tipo di informazioni che erano in grado di dare all’A.G. , (il BRUSCA, ad esempio si era consultato con MESSINA DENARO Matteo al tempo in cui era in corso l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito LIPARI, omicidio sul quale lo SPATOLA aveva reso dichiarazioni), sicché il fatto che tale accertamento abbia avuto esito negativo, sino ad indurre i predetti collaboranti ad escludere, molti di loro in modo perentorio, l’inserimento in COSA NOSTRA dello SPATOLA e del CALCARA, appare un dato assai significativo del mendacio di questi ultimi sul punto.

Ma sono poi le stesse indicazioni fornite dal CALCARA a dimostrare la sua estraneità all’associazione denominata COSA NOSTRA. Non solo, infatti, il CALCARA ha ammesso di aver svolto per diverso tempo attività illecite per conto proprio, rimanendo a lungo in Germania ove aveva commesso anche una rapina e svolgendo poi attività di traffico di sostanze stupefacenti al di fuori dell’organizzazione mafiosa anche dopo l’asserito perdono che avrebbe ottenuto una prima volta da COSA NOSTRA – circostanze tutte queste che appaiono incompatibili con l’inserimento organico del CALCARA nella predetta consorteria mafiosa e tanto meno con la posizione di fiducia di cui egli avrebbe dovuto godere in quell’ambito per ricoprire gli incarichi di cui ha parlato e ricevere le confidenze su vicende assai riservate di cui ha riferito – ma egli ha, inoltre, dimostrato delle conoscenze dell’organigramma e della struttura di COSA NOSTRA che si sono rivelate assolutamente errate ed inadeguate al ruolo da lui rivendicato. Le collaborazioni dei numerosi soggetti sopra indicati, tutte sopravvenute a quella del CALCARA, hanno infatti consentito di evidenziare l’erroneità delle indicazioni da lui fornite sugli argomenti summenzionati e che lo stesso ha potuto a lungo accreditare per vere solo perché nel momento iniziale della sua collaborazione unici altri collaboratori del trapanese erano SPATOLA Rosario – al cui esempio egli deve evidentemente essersi rifatto nello spacciarsi falsamente per un affiliato a COSA NOSTRA – e FILIPPELLO Giacoma, convivente di L’ALA Natale, antico “uomo d’onore” della “famiglia” di Campobello di Mazara, da diversi anni “posato” ed in rotta di collisione con gli elementi emergenti della fazione corleonese prima di essere ucciso nel 1990 dopo essere scampato a vari altri attentati, e quindi non in grado di essere a conoscenza delle più recenti vicende della predetta organizzazione.

Il CALCARA ha, infatti, mostrato di ignorare: l’articolazione in quattro mandamenti di COSA NOSTRA nella provincia di Trapani; il nome del mandamento nel quale era inserita la propria “famiglia”, cosa questa che egli non avrebbe potuto sconoscere dal momento che era proprio il rappresentante della sua “famiglia” a dirigere quel mandamento, dimostrando così un livello di conoscenze in materia notevolmente inferiore anche a quello di chi, come MILAZZO Francesco, non ricopriva un ruolo maggiore di quello che il primo si è attribuito; ed ancora l’identità delle persone che ricoprivano le cariche di vertice nell’organigramma di COSA NOSTRA nella provincia di Trapani. In proposito va evidenziato il grossolano errore fatto dal CALCARA nell’attribuire a Totò MINORE la carica di rappresentante della provincia di Trapani prima dello AGATE, errore che significativamente egli ha condiviso con il solo SPATOLA, per quanto concerne i collaboranti della provincia di Trapani, mentre tutti gli altri hanno chiaramente riferito che il MINORE non solo non aveva mai ricoperto la carica di rappresentante provinciale ma non aveva neanche mai diretto il mandamento di Trapani, essendo stato solo rappresentante della “famiglia” di quella città. Ed è ancora assai significativo che il CALCARA non sia stato in grado di indicare, come hanno invece concordemente fatto tutti gli altri collaboratori della provincia di Trapani e lo stesso BRUSCA, il rappresentante provinciale in MESSINA DENARO Francesco, che pure era anche il rappresentante della “famiglia” in cui il predetto CALCARA ha dichiarato di essere inserito.

Le circostanze sopra indicate evidenziano che il dichiarante in esame non era inserito nell’organizzazione criminosa denominata COSA NOSTRA, e che le conoscenze spesso imprecise e lacunose fornite sulla medesima gli derivavano, quindi, dai contatti avuti a causa della propria attività illecita soprattutto nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, ma anche dei delitti contro il patrimonio, con personaggi gravitanti nell’orbita di COSA NOSTRA, come L’ALA Natale, con il quale il CALCARA ha ammesso di avere intrattenuto rapporti durante la comune detenzione nel carcere di Marsala dopo la sua estradizione dalla Germania, quando il L’ALA era già stato allontanato dalla predetta organizzazione perchè in contrasto con la fazione vincente e poteva quindi fornire su tale consorteria solo notizie datate e provenienti peraltro da una prospettiva visuale diversa da quella che avrebbe dovuto possedere un affiliato allineato alla fazione che esprimeva i vertici anche locali di COSA NOSTRA. Nel giustificare tale vicinanza nel periodo di detenzione al L’ALA, circostanza che appariva non in sintonia con la frattura che si era creata tra quest’ultimo e l’organizzazione (come non era in sintonia con l’inserimento in COSA NOSTRA la frequentazione a Torino da parte del CALCARA di ZICHITELLA Carlo, contrapposto a tale organizzazione nel marsalese), il CALCARA ha asserito di aver obbedito ad un ordine ricevuto dal LUPPINO, che avrebbe così inteso conoscere le intenzioni del L’ALA, anche se non appare spiegabile come avrebbe potuto il CALCARA ottenere la confidenza di quest’ultimo se fosse stato realmente inserito nell’organizzazione dalla quale il L’ALA era stato allontanato.

Le ragioni del mendacio del CALCARA in ordine agli aspetti summenzionati non sembrano riconducibili a spirito di vendetta nei confronti delle persone chiamate in causa, bensì dall’intento di conseguire dei vantaggi economici e dei benefici giuridico- amministrativi maggiori di quelli che avrebbe ottenuto limitando la sua collaborazione al settore della propria diretta esperienza criminale, senz’altro più modesta di quella di un associato a COSA NOSTRA. La stessa indicazione fatta dal CALCARA dell’imputato MESSINA come personaggio di spicco della predetta organizzazione mafiosa e come soggetto coinvolto in gravi fatti illeciti sembra chiaramente ispirata allo spregiudicato intento di ancorare le proprie asserite conoscenze delle vicende associative ad una fonte della quale egli poteva vantare una buona conoscenza diretta (il MESSINA aveva tra l’altro assistito il CALCARA nel processo per l’omicidio TILOTTA) e che per le sue vicissitudini giudiziarie, come la condanna definitiva per il sequestro CORLEO e le altre accuse mossegli dallo SPATOLA, poteva essere credibilmente indicata come persona inserita in posizioni di prestigio nell’organigramma associativo. Né il CALCARA, già definitivamente condannato ad oltre venti anni di reclusione complessivamente per l’omicidio e la rapina sopra indicate, aveva ragione di nutrire all’epoca della sua collaborazione particolari timori di smentite, atteso che per le vicende riguardanti COSA NOSTRA nella provincia di Trapani non vi erano all’epoca collaboratori in grado di smentirlo ed egli aveva davanti l’esempio dello SPATOLA, che era già riuscito ad accreditarsi, senza esserlo, come “uomo d’onore” della “famiglia” di Campobello di Mazara, riferendo di varie vicende associative, oltre che delle attività illecite effettivamente svolte, sicché egli doveva solo preoccuparsi di non creare contrasti con le predette dichiarazioni, ampiamente divulgate nelle loro linee generali dai mezzi di informazione – come si dirà meglio allorché si tratterà specificamente la posizione dello SPATOLA – mentre poteva per il resto liberamente inserirsi negli ampi spazi vuoti lasciati dalle propalazioni di quest’ultimo, prendendo spunto dai dati conoscitivi derivanti dalla sua esperienza criminale, che come detto lo aveva messo in contatto con alcuni personaggi dell’ambiente del quale doveva riferire.

E del resto della spregiudicatezza del CALCARA nel rendere dichiarazioni false pur di conseguire vantaggi al di là del dovuto costituisce sicura testimonianza la missiva dallo stesso inviata, durante la detenzione in Germania, al proprio difensore Avv. PANTALEO, presso il cui studio legale aveva lavorato anche il MESSINA odierno imputato, missiva con la quale egli si dichiarava disposto ad inventare delle false dichiarazioni sull’omicidio del Sindaco di Castelvetrano LIPARI Vito, omicidio che aveva suscitato particolare clamore, pur di affrettare così la propria estradizione.

Consegue da quanto sinora esposto un giudizio di intrinseca inattendibilità delle dichiarazioni rese dal CALCARA in ordine all’omicidio per cui è processo, sicuramente riconducibile, per le ragioni che si evidenziano successivamente, all’attività criminosa di COSA NOSTRA, e quindi non conoscibile nelle parti il percorso collaborativo dello SPATOLA – prima del quale solo un’altra persona della provincia di Trapani che poteva vantare l’inserimento in COSA NOSTRA aveva reso dichiarazioni collaborative all’A.G., e cioè LUPPINO Giuseppe, le cui indicazioni risalivano però al lontano anno 1958 – è stato del resto chiarito da quel profondo conoscitore di questa consorteria mafiosa che era Paolo BORSELLINO, che quando ancora non erano sorte altre collaborazioni che potessero rivelare il mendacio dello SPATOLA, sulla base delle predette conoscenze e del grande rigore professionale che caratterizzava il suo impegno investigativo, aveva già nutrito serie perplessità in ordine all’effettivo inserimento in COSA NOSTRA asserito dallo SPATOLA. Risulta, infatti, dal verbale delle dichiarazioni rese in data 10.12.1991 dal predetto Magistrato alla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura che stava svolgendo accertamenti sulla Procura della Repubblica di Trapani che lo SPATOLA aveva iniziato ad essere interrogato da lui, iniziando così la sua collaborazione con l’A.G., intorno ai primi di settembre del 1989, dopo averlo contattato telefonicamente ed aver manifestato l’intenzione di costituirsi, anche se all’epoca nessun provvedimento restrittivo era pendente a suo carico, il primo essendo stato emesso dopo qualche giorno sulla base delle sue prime dichiarazioni, con cui si accusava di reati relativi a truffe ed allo spaccio di sostanze stupefacenti. Tutte le predette prime dichiarazioni avevano avuto il conforto dei riscontri sulla base degli accertamenti immediatamente disposti dal Magistrato. E’ significativo rilevare che lo SPATOLA, su esplicita richiesta di Paolo BORSELLINO aveva in questa prima fase degli interrogatori dichiarato di essere “un cane sciolto”, cioè una persona che aveva avuto rapporti nello svolgimento della sua attività illecita con l’organizzazione COSA NOSTRA senza però esservi organicamente inserito. Nella tarda primavera del 1980 – ha rappresentato l’illustre Magistrato – lo SPATOLA aveva però iniziato a tempestare i Carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria che lo assisteva con continue richieste di denaro, giustificate dall’esigenza di dover sistemare la famiglia, i figli, etc., e ad un certo punto aveva anche detto ad un Brigadiere dei Carabinieri che se non avesse ricevuto subito cinquanta milioni di lire sarebbe sparito dalla circolazione e non avrebbe più confermato le sue dichiarazioni. Il Magistrato aveva quindi chiesto e ottenuto un provvedimento restrittivo nei confronti dello SPATOLA, che era stato tradotto nel carcere di Regina Coeli, ove aveva iniziato uno sciopero della fame che si era protratto per circa un mese. Rilevava il Magistrato che proprio nel periodo in cui lo SPATOLA aveva incominciato ad avanzare le richieste economiche che egli aveva giudicato “spropositate” il collaboratore, modificando le sue precedenti dichiarazioni, aveva asserito di essere stato affiliato a COSA NOSTRA in Svizzera da due campobellesi, cosa di cui peraltro il Magistrato aveva sempre dubitato, anche perchè lo SPATOLA era figlio di un appartenente alle Forze dell’Ordine e non poteva, quindi, essere ritualmente affiliato secondo le regole vigenti in quell’organizzazione. Continuava il Magistrato riferendo di essere stato “sempre estremamente prudente nel recepire o nel chiedere” allo SPATOLA “dichiarazioni relative all’organizzazione interna di COSA NOSTRA”, anche perchè, quando questi aveva proclamato la sua militanza a tale sodalizio, Paolo BORSELLINO gli aveva chiesto notizie in ordine alla sua struttura ed all’organigramma del medesimo e lo SPATOLA “raccontò immediatamente delle circostanze che io ritengo delle bestialità”, indicando tra l’altro MESSINA Antonio come il capo assoluto dell’associazione per la provincia di Trapani. Tali sue opinioni sulle dichiarazioni dello SPATOLA il Magistrato aveva espresso anche al collega TAURISANO, sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, al quale aveva presentato nell’agosto del 1990 lo SPATOLA, che aveva reso dichiarazioni che interessavano la competenza territoriale di quell’ufficio giudiziario, facendogli presente che quel collaboratore sapeva molto sul traffico degli stupefacenti, avendo girato molto ed essendo venuto in contatto con trafficanti milanesi, toscani e così via, ma raccomandandogli di stare attento a quello che lo SPATOLA gli avrebbe dichiarato sulla struttura dell’organizzazione COSA NOSTRA, nutrendo egli forti perplessità nel suo inserimento nella medesima. Aveva raccontato poi Paolo BORSELLINO del suo stupore e della sua indignazione nell’apprendere dai mezzi di informazione di dichiarazioni rese dallo SPATOLA su vicende di COSA NOSTRA e di suoi rapporti con ambienti politici che erano state pubblicate testualmente sul settimanale EPOCA e di cui egli non aveva invece avuto notizia dai colleghi della Procura di Trapani. Parlandone poi con il collega TAURISANO il Magistrato aveva appreso che alcuni verbali di dichiarazioni dello SPATOLA erano spariti dal suo Ufficio.

Le predette indicazioni fornite da Paolo BORSELLINO dimostrano, quindi, ulteriormente che lo SPATOLA ebbe a rendere dichiarazioni che comportavano il suo inserimento in COSA NOSTRA nel momento in cui avanzava esose richieste di denaro, smentendo le sue prime dichiarazioni e mostrando, peraltro, che il suo nuovo atteggiamento processuale non era dovuto all’abbandono di alcune riserve in ordine alla pienezza della propria collaborazione, riserva che pure caratterizzano talvolta le iniziali dichiarazioni dei collaboranti, bensì al desiderio di lucrare maggiori vantaggi di quelli che avrebbe potuto conseguire limitandosi a parlare delle attività illecite che realmente conosceva, ma incappando così in alcune affermazioni la cui infondatezza non era sfuggita al vaglio critico scrupoloso di un magistrato come Paolo BORSELLINO, nonostante le notevoli lacune conoscitive sulla realtà della criminalità organizzata trapanese sussistenti all’epoca.

Risulta altresì dalle predette dichiarazioni del Magistrato e dagli altri atti dell’indagine avviata dalla Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura che vi erano state rilevanti fughe di notizie, ampiamente divulgate dai mezzi di informazione, sulle dichiarazioni rese dallo SPATOLA alla Procura della Repubblica di Trapani, ove peraltro la situazione complessiva dell’Ufficio appariva all’epoca particolarmente inidonea alla tutela del segreto investigativo nello svolgimento delle indagini.

Non solo, pertanto, vanno giudicate inattendibili quelle dichiarazioni dello SPATOLA che presuppongono una conoscenza dall’interno delle vicende più delicate di COSA NOSTRA, come tali conoscibili solo dagli affiliati più affidabili per i vertici dell’organizzazione, ma deve anche ritenersi che la convergenza verificatasi tra le dichiarazioni dello SPATOLA e quelle del CALCARA su alcuni dei fatti dagli stessi riferiti non sia dimostrazione di autenticità delle dichiarazioni medesime, poiché non v’è alcuna certezza sull’autonomia delle fonti probatorie, data la fuga di notizie sulle dichiarazioni dello SPATOLA, fuga che costituiva una splendida occasione per chi, come il CALCARA, voleva riferire di circostanze a lui non note – o comunque solo approssimativamente orecchiate a seguito di contatti occasionali – ed era alla ricerca di facili riscontri. E del resto è innegabile che nonostante la predetta convergenza alcune delle dichiarazioni rese dai predetti collaboranti, come ad esempio quelle riguardanti gli organigrammi dell’associazione, si sono rivelate certamente infondate alla luce delle successive acquisizioni processuali.

E non è un caso che nei primi procedimenti riguardanti fatti della criminalità organizzata trapanese l’attendibilità delle dichiarazioni dello SPATOLA sia stata positivamente apprezzata proprio alla luce dei riscontri provenienti dal CALCARA e viceversa, oltre che delle propalazioni della FILIPPELLO su fatti appresi da L’ALA Natale, fonte quest’ultima alla quale erano stati in grado di attingere anche i primi due, ma con tutti i limiti sopra evidenziati a causa della posizione ormai da tempo defilata del L’ALA stesso.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 pensieri su “Il Pm Russo, collega di Paolo Borsellino a Marsala, dichiara:”ho imputato di autocalunnia Calcara” alla presentazione del memoriale Indelicato

  1. Dottore Marini!! Ma il signor Vincenzo Calcara non aveva solo una sentenza a lui contraria?? Quella del Rostagno? Ma non aveva scritto questo il signor Calcara nel post dell’8 aprile, quello che poi scomparve “perchè i cazzari lo avevano segnalato”?http://wp.me/aE4a8-ZE
    E’ che questi cazzari sono cattivi, pubblicano sentenze e verbali, cattivissimi.
    “Né il CALCARA, già definitivamente condannato ad oltre venti anni di reclusione complessivamente per l’omicidio e la rapina sopra indicate, aveva ragione di nutrire all’epoca della sua collaborazione particolari timori di smentite, atteso che per le vicende riguardanti COSA NOSTRA nella provincia di Trapani non vi erano all’epoca collaboratori in grado di smentirlo ed egli aveva davanti l’esempio dello SPATOLA, che era già riuscito ad accreditarsi, senza esserlo, come “uomo d’onore” della “famiglia” di Campobello di Mazara, riferendo di varie vicende associative, oltre che delle attività illecite effettivamente svolte, sicché egli doveva solo preoccuparsi di non creare contrasti con le predette dichiarazioni, ampiamente divulgate nelle loro linee generali dai mezzi di informazione – come si dirà meglio allorché si tratterà specificamente la posizione dello SPATOLA – mentre poteva per il resto liberamente inserirsi negli ampi spazi vuoti lasciati dalle propalazioni di quest’ultimo, prendendo spunto dai dati conoscitivi derivanti dalla sua esperienza criminale, che come detto lo aveva messo in contatto con alcuni personaggi dell’ambiente del quale doveva riferire.”
    Bisognerà analizzare queste motivazioni specie nella parte che riguarda lo Spatola e ciò che il dottore Borsellino pensava sullo stesso.
    La saluto, buona giornata.

  2. Signor Maximus, a lei un monumento dovrebbe farci, il signore Calcara… Perché ??? Ricordandogli tutte le sentenze in cui è nominato e in alcune condannato , gli risparmia di andarsele a cercare!!

  3. Ma vede, nessuno mette in dubbio che alcuni suoi racconti possano essere stati usati in alcuni processi. Nell’Alagna e in quello denominato Aspromonte, vi furono condanne anche con sue testimonianze, il problema è che non sempre un teste può essere attendibile. Dipende dai reati che ha commesso e da ciò che si cerca di riscontrare.
    E comunque su di me il Calcara si è espresso, ricorda?
    “Maxymus , un poverello privo di identità (soprattutto morale )che si ispira ad Anonymous, ma che non ha il medesimo coraggio, compagno di merende dei sopra citati, che lo applaudono poiché egli avalla ogni cosa che costoro scrivono. Ha pubblicato l’unica sentenza negativa che ho ricevuto e ha mostrato la più ampia solidarietà al sig. Indelicato, coimputato con il sig. Vaccarino ! Inutile dirvi come vengono ” targati” costoro nel mondo reale. “post dell’8 aprile ore 19,32.

    Se si fosse limitato a tacere forse tante cose non sarebbero venute fuori, mi spiego meglio:se lui attacca persone è logico che queste ultime si difendano. L’errore del Calcara è cercare di attaccare per difendersi, ma poi difendersi da cosa? Nessuno ha messo in dubbio le sue testimonianze in alcuni processi, semmai ci si è limitati a riflettere su tutte le sue asserzioni che proprio in piedi non stanno, e lo si è fatto con elementi di fatto, indiscutibili come possono essere sentenze o verbali. O comunque con la pubblicazione di articoli che sono on line da tempo.
    Tra le altre cose perchè attaccare gente che normalmente pubblica sentenze? Questo proprio non lo comprendo. Son andato a dare un’occhiata sul gruppo che citava il Calcara, e ho trovato varie citazioni di sentenze o processi, non solo quella che lo riguarda. In ogni caso se il Calcara non ricordasse gli atti che lo riguardano potrebbe chiedere al suo Avvocato, visto che è imputato in due processi il suo Avvocato avrà la storia giudiziaria del Calcara spero. Una cosa che non riesco a trovare, invece, è qualche sentenza in cui il Calcara sia stato condannato per mafia. Ed è strano visto che lui asserisce di essere stato affiliato, di aver commesso vari crimini nell’ambito associativo. Molto strano, proverò di nuovo.
    Un punto notevole che emerge nelle motivazioni che lei ha pubblicato è il seguente:
    “Il CALCARA ha, infatti, mostrato di ignorare: l’articolazione in quattro mandamenti di COSA NOSTRA nella provincia di Trapani; il nome del mandamento nel quale era inserita la propria “famiglia”, cosa questa che egli non avrebbe potuto sconoscere dal momento che era proprio il rappresentante della sua “famiglia” a dirigere quel mandamento, dimostrando così un livello di conoscenze in materia notevolmente inferiore anche a quello di chi, come MILAZZO Francesco, non ricopriva un ruolo maggiore di quello che il primo si è attribuito; ed ancora l’identità delle persone che ricoprivano le cariche di vertice nell’organigramma di COSA NOSTRA nella provincia di Trapani. In proposito va evidenziato il grossolano errore fatto dal CALCARA nell’attribuire a Totò MINORE la carica di rappresentante della provincia di Trapani prima dello AGATE, errore che significativamente egli ha condiviso con il solo SPATOLA, per quanto concerne i collaboranti della provincia di Trapani, mentre tutti gli altri hanno chiaramente riferito che il MINORE non solo non aveva mai ricoperto la carica di rappresentante provinciale ma non aveva neanche mai diretto il mandamento di Trapani, essendo stato solo rappresentante della “famiglia” di quella città. Ed è ancora assai significativo che il CALCARA non sia stato in grado di indicare, come hanno invece concordemente fatto tutti gli altri collaboratori della provincia di Trapani e lo stesso BRUSCA, il rappresentante provinciale in MESSINA DENARO Francesco, che pure era anche il rappresentante della “famiglia” in cui il predetto CALCARA ha dichiarato di essere inserito.”
    Confondeva mandamenti con rappresentanti provinciali. Ma basta ascoltare Buscetta in qualche deposizione, o leggere qualche buon libro, e si comprende la differenza.
    Comunque cercherò qualche sentenza in cui è stato condannato per mafia, anche se credo, visto ciò che ha detto il dottore Russo, che una sentenza del genere non esista,altrimenti non credo si sarebbe potuto procedere per auto calunnia relativamente al reato 416/bis.
    A presto.

  4. Caro Marini, se ha voglia e tempo. potrebbe ascoltare la deposizione di Calcara al processo Calvi, ad un certo punto il Calcara dice di essere uscito dal programma di protezione nel 1998 dopo il rinvio a giudizio per la faccenda dei dieci miliardi. Cioè esce dal programma proprio dopo il rinvio a giudizio? Mah.
    Gli era stata posta la domanda” come mai lei parla col giornalista di questa vicenda piuttosto che andare dai giudici?” Già come mai??
    Beh il Calcara asserisce (udienza del 10 maggio 2006) che ormai non aveva contatti coi Giudici. E poi gli viene chiesto appunto quando uscì dal programma.
    Ma l’udienza andrebbe ascoltata tutta perchè molto interessante è ciò che dice in merito a queste dichiarazioni sui famosi dieci miliardi..
    http://www.radioradicale.it/scheda/225878/processo-calvi
    dal minuto 20 circa

  5. Buongiorno, un’informazione se qualcuno può rispondere. Ecco avevo letto l’intervista del signor Calcara su sostenitori.info e mi era sembrato di capire che ci dovrebbe essere una seconda parte. Vorrei sapere se è uscita questa seconda parte. Non riesco a trovarla sul web. Qualcuno può aiutarmi? Grazie.

  6. Signor Diogene, se mi permette… Stia sereno! So che queste parole contenute in tweet di Renzi hanno portato male a Enrico Letta, ma mi sentivo di scriverglielo !😀😅😊

  7. Dottore Marini, guardi che articolo ho ritrovato online.
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/01/31/fu-riina-condannare-morte-il-giudice-ciaccio.html?ref=search
    ‘Moventi, mandanti ed esecutori sono stati individuati grazie alla collaborazione di quattro pentiti: Rosario Spatola, Giacoma Filippello, Vincenzo Calcara e Matteo Litrico. Il magistrato trapanese venne ucciso su ordine di Totò Riina perché il giudice aveva dato “fastidio” al capo di Cosa nostra, emettendo un mandato di cattura nei confronti dell’ anziano zio, Giacomo Riina. “Fastidi” che erano destinati ad aumentare perché il magistrato stava per essere trasferito, su sua richiesta, a Firenze, ed in Toscana lo zio del boss aveva forti interessi economici e criminali. Riina, hanno raccontanto i pentiti, avrebbe affidato l’ organizzazione dell’ agguato ai boss trapanesi Mariano Agate ed all’ avvocato massone Antonino Messina, entrambi detenuti, che diedero l’ ordine ad un loro killer di fiducia, Mariano Asaro (attualmente latitante) di compiere il delitto con la complicità di un altro sicario non ancora identificato”
    E quindi, per caso lei ricorda chi furono gli assolti al Ciaccio Montalto? Indovini..
    Asaro e Messina se non erro. E proprio in quel processo, nelle motivazioni che lei ha riportato, vennero acquisite le dichiarazioni del dottore Borsellino al Csm, le quali illustravano ciò che era il pensiero dell illustre Giudice su Spatola. Ma le propalazioni del calcara erano valide fin quando fossero state valide quelle di Spatola e viceversa. E qui si apre il baratro per il calcara, tanto che lo stesso evita di parlare di questa sentenza infatti considera a lui negativa solo quella del Rostagno dimenticandosi, sicuramente involontariamente, che la sentenza del Ciaccio Montalto, fu acquisita agli atti proprio del Rostagno e viene citata nelle motivazioni del Rostagno. Ma il Calcara ce l’ ha con i collaboratori. Eppure l ‘illustrissima corte di Caltanissetta scrive ”Ma sono poi le stesse indicazioni fornite dal CALCARA a dimostrare la sua estraneità all’associazione denominata COSA NOSTRA. ” quindi il calcara dovrebbe denunciare se stesso per la sua inattendibilità. Un grande collaboratore, veramente un grande collaboratore!

    Ma vi è un altro articolo dello stesso giornalista Viviano e La Rocca

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/11/17/il-pentito-racconta-portai-10-miliardi.html?ref=search
    ”Ma ecco quanto dichiarato da Calcara ai giudici romani e trapanesi. La vicenda sarebbe avvenuta nel 1981, “prima dell’ attentato al papa”, cioè entro i primi tre mesi dell’ 81, quando da Castelvetrano (Trapani) furono spediti a Roma dieci miliardi di lire. “I soldi, tutti in biglietti da centomila – ha spiegato il pentito – furono prelevati dall’ abitazione del boss Francesco Messina Denaro e stipati in due valigie che furono caricate su due automobili”. Calcara sostiene che assieme a lui c’ era anche l’ ex deputato dc Enzo Culicchia e il deputato regionale Enzo Leone (socialista, più volte arrestato nell’ ambito di inchieste per tangenti – ndr), ed altri esponenti mafiosi trapanesi, tra cui l’ ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino, e un maresciallo dei carabinieri, che, secondo Calcara, “era stato corrotto da Cosa Nostra”. “Quando arrivammo a Fiumicino – ha dichiarato il pentito – ad attenderci c’ erano tre macchine di grossa cilindrata di colore scuro, con a bordo Marcinkus ed un cardinale”. I soldi furono quindi trasbordati sulle automobili degli alti prelati e “tutti ci trasferimmo nello studio di un notaio, sulla via Cassia a Roma. Giunti sul posto io e il maresciallo andammo via, facendo ritorno a Milano”. Negli anni scorsi anche un altro pentito, Rosario Spatola, aveva dichiarato all’ allora procuratore di Marsala Paolo Borsellino che un trafficante “millantava aderenze” con Marcinkus”
    Ricorda caro Marini come finì l inchiesta? Mi sembra che Culicchia fu assolto, mi sembra sia stato assolto anche il maresciallo che poi querelò Calcara per calunnia ma venne assolto. E su questo ne parleremo prossimamente. Poi l inchiesta di Priore finì con archiviazione forse mi sbaglio ma ho la vaga impressione che sia andata così, controlli lei se trova online qualche condanna dovuta a queste dichiarazioni, io non ho trovato nulla. Forse fu il processo in cui condannarono Vaccarino, potrei sbagliarmi. Vedremo di controllare.

    Questo, poi, un altro articolo, del 2003, antecedente alla deposizione su processo per l ‘omicidio Calvi fatta dal Calcara nel 2006.
    http://www.maurizioturco.it/bddb/2003-09-30-la-repubblica-.html
    ”E nell’inchiesta entra a sorpresa anche l’imprendibile capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, che secondo il pentito Vincenzo Calcara partecipò con altri mafiosi e personaggi “eccellenti” ad una riunione che si sarebbe svolta agli inizi del 1982 in un paese del milanese. In quell’occasione, secondo Calcara, fu decisa la sentenza di morte nei confronti di Roberto Calvi. Calcara afferma di avere fatto queste nuove rivelazioni perché non vuole tenersi nessun segreto e perché ha paura, dopo avere rivelato di avere portato a Roma con altri mafiosi due valigie con dieci miliardi di lire destinati ad un notaio romano e all’ex presidente dello Ior (la banca vaticana), Cardinale Marcinkus. Fatto che è stato riscontrato recentemente dalle indagini della procura romana.”
    Vorrei capire quali siano stati i riscontri visto che il processo Calvi si è concluso con assoluzione definitiva di tutti gli imputati se non erro..
    E poi il Calcara, si asserisce nell articolo, avrebbe avuto paura. Ma come? Non aveva lasciato il programma a fine anni 90?? Nutro sempre di più dubbi sul motivo per cui avrebbe lasciato il programma, se avesse avuto paura per le dichiarazioni sul trasporto dei dieci miliardi lasciava il programma proprio dopo il rinvio a giudizio sul processo che riguardava quel trasporto( lo dice lui nella deposizione al processo Calvi )?? Qualcosa non quadra. Mah.
    A presto.

  8. Che Calcara abbia partecipato al trasporto dei 10 miliardi di lire stipati in due valige mi pare inverosimile ( sempre che l’episodio sia realmente avvenuto ), atteso che, come dimostrano varie sentenze e come affermato dal Brusca, il Calcara NON era affiliato a Cosa nostra

  9. Nel processo Calvi sosteneva di aver riconosciuto la via dove abitava Albano e la casa, ma vede non è difficile che possa essere avvenuto questo riconoscimento. Mettiamo l’ipotesi che il Calcara ci fosse andato per altro, per conto suo, ecco avrebbe potuto comunque riconoscere i luoghi e la casa. Insomma un’ipotesi.

  10. Buongiorno Marini.
    Continuavo ad analizzare l’intervista di Calcara
    Calcara “E d’altro canto anche il fratello del magistrato, Salvatore Borsellino, ha confermato di avere avuto colloqui su di me, su fatti e circostanze, con il dr. Paolo Borsellino, prima che morisse, ed ha confermato tutto. Mi pare che come testimonianza non sia di poco conto.”

    Poi Scrive il giornalista
    ” Questo è vero. Ed anzi, abbiamo qui una copia di un suo memoriale, sig. Calcara, dove in premessa Salvatore Borsellino, nel pubblicare questa sua memoria sul suo sito internet, fornisce proprio precisazioni in merito a tale circostanza. Se lei è d’accordo ne riportiamo uno stralcio perché ci pare un elemento fondamentale: “…con Vincenzo Paolo aveva stabilito un rapporto particolare perchè era quello che gli aveva confessato di avere avuto, dalla famiglia di Francesco Messina Denaro, la famiglia che deteneva saldamente il controllo della zona di Castelvetrano, alla quale apparteneva come uomo d’onore “riservato”, l’incarico di ucciderlo con un fucile di precisione in un agguato sulla statale tra Palermo ed Agrigento.”
    Son andato ad ascoltare la deposizione della Dottoressa Camassa da lei citata nell’articolo. Quindi mi sembra che qualcosa non quadri, il giornalista riporta ciò che dice il Calcara e Salvatore Borsellino, ma ha dimenticato di riportare ciò che testimoniò la Camassa come lei riporta nell’articolo.
    “Bisogna, infatti, fare molta attenzione alle parole della dottoressa Camassa quando spiega il periodo in cui arrivò la notizia di un attentato sulla strada Trapani Palermo al dottor Borsellino, la notizia arrivava da radio carcere e la portò per primo Canale o comunque fonti della polizia giudiziaria. La dottoressa Camassa non ricorda bene il periodo ma lo colloca ai primi mesi del 1992. Era una notizia antecedente e a parte rispetto a quella che poi arrivò da Calcara.”
    Quindi son due distinti attentati ( visto che i tratti di strada interessati sono due) o, piuttosto, Salvatore Borsellino, visto che il memoriale è antecedente alla deposizione della Camassa, non poteva averne cognizione? Il Giornalista si è chiesto ciò? A me restano dubbi, più rivedo questa intervista e più mi sorgono dubbi, dubbi sulle dichiarazioni del Calcara che sembrano contrastare su deposizioni di Magistrati che conoscevano bene il Dr Borsellino.
    Non so se anche a lei è sorto qualche dubbio in merito a certe affermazioni contenute nell’intervista. Quanti erano gli attentati previsti e su quali strade??

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