“Angela, Carlottina e le tentazioni” di Natalia Ginzburg

da Repubblica in edicola oggi

Un racconto inedito di Natalia Ginzburg in occasione del centenario della sua nascita

ERANO LE QUATTRO DEL POMERIGGIO e c’era un gran sole. Dalla finestra aperta vedeva il giardino, la via sassosa solcata dai carri, le ville bianche sul pendio. Sua madre traversò il giardino, aprì il cancello, lo salutò agitando il parasole. Poi si allontanò fra gli alberi, col suo parasole lilla e la borsa di paglia, dove teneva il lavoro. E poi passò Gisella, in bicicletta, al collo un fazzoletto rosso. Lo chiamò, gli fece una smorfia, rise e corse via.
«Gisella! Gisella!». Si era affacciato al balcone, stropicciandosi gli occhi assonnati. Ma per la via non c’era più nessuno. Curiosa ragazza, Gisella, difficile un poco a capirsi. Rientrò, chiuse le imposte e si buttò sul letto, e forse si sarebbe addormentato, quando venne Diego a chiamarlo.
«C’è una signorina che cerca di lei; l’ho fatta accomodare nello studio». E poi, abbassando la voce: «Si tratta della sorella minore… la sorella minore, lei sa».
«Che sorella minore? Io non so niente!».
Nello studio lo aspettava la Carlottina, seduta sul canapè con le mani in grembo. «Tu? non capisco… Sei pazza! Siete impazzita! Per caso mammà non c’è, ma come diavolo…».
«Non mi lasci parlare! Pensavo di chiamar Diego e farti avvertire da lui. Ma per la strada ho visto la tua mammà, una signora col parasole lilla. L’ho riconosciuta, mi ricordavo d’averla vista con te. E ho pensato che potevo salire ».
«NON È SUCCESSO NIENTE. Solo che Angela è così inquieta… Son dieci giorni che non vieni da noi. Va da Enzo, mi dice, va da Enzo e fallo venir qui subito. Gli devo parlare di una cosa importante. Ha gli occhi e le labbra gonfie, dal gran piangere, sai. Tutto il giorno piange e non mi lascia studiare. Devo dar l’esame di francese in ottobre, sai». Sospirò. Era una bimba di quattordici anni, grassa, dalle solide gambe nude. I suoi capelli lisci, pettinati all’indietro, lasciavano scoperte due piccole, grasse orecchie. Portava una giacca di panno rosso e una sottana bianca tutta sgualcita.
«Ma vedi, ora sono qui in villa, e la città non è tanto vicina».
«Oh, anche l’anno scorso eri qui, eppure trovavi modo di venire ogni giorno da Angela. In automobile ci vuol così poco! Avanti, mettiti la giacca e vieni». «Come bambina mia, io… Neanche per sogno».
«Devi venire, devi venire, invece. Se mi vede sola, mia sorella se la piglia con me. E non vorrai che torni sola, al buio. Ho fatto la strada a piedi, un tratto in tram e poi a piedi, e un vecchio mi veniva dietro, mi chiamava e rideva, e avevo paura. Finalmente ho visto Diego da lontano, la sua giacchetta a righe, e l’ho raggiunto. Scrivi un biglietto alla tua mamma, mettilo su quello scrittoio. Di’ che hai un affare in città, un affare urgente, importante. L’hai fatto tante volte! Ecco la penna, sbrigati».
Enzo prese la penna con due dita svogliate. «Cara mamma, ho un affare in città, un affare urgente, importante» scrisse a caso su un foglio. Sciocchezze! La cosa era chiara, e mammà non avrebbe creduto. Ma glie ne importava poco.
L’automobile correva per la campagna deserta, fra i castagni dalle foglie polverose. Enzo era al volante, la bimba gli sedeva vicino.
«Senti, sei molto seccato?».
Si volse con un sorriso: «Non avevo nessuna voglia oggi di venire in città, veramente. Sono di malumore. Sai? Ho paura che mi bisticcerò con Angela».
«Non la far piangere, ha già pianto tanto. Se devi bisticciarti con lei piuttosto ritorna indietro ».
«Ma no, scherzavo, scherzavo!». Staccò una mano dal volante, le accarezzò la testa. «Sei una buona bambina».
«Mi fa piacere che tu sia venuto. Hanno messo la tappezzeria nuova nella camera di Angela, vedrai. Un pappagallo e una coroncina di fiori, un pappagallo e una coroncina di fiori. Poi abbiamo attaccato le tende. Angela è salita lei sulla scala. Fermati un momento, che ho sete: c’è una fontana laggiù».
Scesero a bere, si sciacquarono le mani e il viso. «Riposiamoci un po’ su quel prato» disse Enzo «che mi stanco a guidare. Non è tardi, fra poco saremo in città».
Si gettarono lunghi distesi sull’erba. La bimba si tolse la giacca, ne fece un fagottino ed Enzo vi posò il capo. Gli uccelli s’inseguivano per il cielo, stridendo.
«Su Carlottina, non mi dici niente? Raccontami qualcosa di bello».
«Non so… Cosa ti devo raccontare di bello? Come sono belli i tuoi capelli ricciuti. Mi piacerebbe avere i capelli ricciuti. Invece, guarda qui! Non so mai come pettinarmi. Sei contento? Una mia amica mi ha detto: “Ha un bell’innamorato tua sorella”. Non è proprio una mia amica, viene a scuola con me, là dalle monache. Dice che sua sorella non ce l’ha, l’innamorato. Sfido, è brutta, vedessi!».
«E tu ce l’hai l’innamorato, Carlottina?».
«Io? Va’ mi prendi in giro? Però quando sarà più grande».
«Certo. E chi sceglierai? Sentiamo i tuoi gusti, sentiamo i gusti della Carlottina».
«Oh… non so. Una volta mi sarebbe piaciuto… » rise facendosi rossa. «Una volta volevo bene a te».
«Davvero? Ti eri innamorata di me?».
«Sì». Teneva stretto nel pugno un fazzoletto umido di sudore, schiudeva le dita e lo guardava. «Sì».
«Oh guarda, e io che non me n’ero accorto: ne sono molto contento!». Questa bimba mi piace, mi diverte, pensava. Curioso, saran due anni che me la vedo intorno, e non me n’ero accorto… mi piace. «Su Carlottina, raccontami un po’ com’è stato. Sarà passato molto tempo. Era bello?».
«Non molto… non è passato moltissimo tempo. Qualche volta era bello, sai, non sempre. Quando Angela mi diceva: “Sta a casa a fare il compito”, e andava a passeggio con te, allora non era bello. Io portavo la seggiola a dondolo sul balcone, e sai, mi mettevo a pensare… Quanti discorsi! Adesso andiamo».
«Carlottina, mi passa il malumore a star con te. Sono contento. Grazie». Le prese la faccia fra le mani, si specchiò nei suoi occhi, ridendo. L’aiutò ad alzarsi, le scrollò la sottana macchiata di verde. Salirono in automobile, ed egli riprese a guidare.
«Questa bambina» pensava «qualcosa di puro, di fresco… Vederla crescere, farne una donna o insegnarle a esser bella, a far l’amore. Forse, quando sarà un po’ più grande… Quando tutto sarà finito con Angela…». In pochi minuti raggiunsero la città.
Le due sorelle abitavano una casa nuova, di un bianco gesso, con un largo cortile rettangolare: sulle scale si vedevano ancora macchie di vernice, nell’angolo le sputacchiere erano piene di bella segatura asciutta. Angela li aveva visti venire dal balcone, li aspettava sul pianerottolo. Era senza calze: aveva un vecchio vestito nero di velo, con una rosa bianca sulla spalla.
«Va subito a cambiarti e mettiti a studiare » disse alla Carlottina. «Tu, giusto, Enzo, volevo parlarti, vieni in camera mia. Ti ho mandato a chiamare» cominciò quando furono soli, sedendosi sul letto «per dirti che se non ne vuoi più sapere di me, ti lascio libero. Vattene pure, vattene. Ti sei divertito con me fino a quando ti è parso comodo. Andavi a venivi in casa mia da padrone. Quando ti fermavi a dormire, era mia sorella, al mattino, che ti puliva le scarpe. E io? Non mi sono sciupata la salute per te, io? Guarda in che stato son ridotta. E forse non ti voglio bene ancora, come il primo giorno? Sono cotta di te come una stupida».
Si buttò giù sul letto, singhiozzando.
«Via Angela, non far così, sta buona. Su, non piangere più. Sono venuto, vedi!».
Le si fece vicino, accarezzandola. Ella gli cercò la mano. «Cattivo… caro… cattivo» disse in un soffio. «Vai con le altre, fai la corte alle signorine, là in villa, ma poi lo so che torni dalla tua Angela… caro…».
Enzo si tolse la giacca, si strappò le scarpe dai piedi senza slacciarle: si stese sul letto, con un lungo sospiro.
Le ore passavano. Egli seguì fino al soffitto il disegno dalla tappezzeria: un pappagallo e una coroncina di fiori, un pappagallo e una coroncina di fiori. Sul tavolo era posato un ritratto: la madre di Angela, morta da quattro anni. Un viso grasso, rugoso. «La nostra mamma, sai Enzo, era diversa dalla tua mammà» diceva la Carlottina. «Figurati che non era mai stata al cinematografo. Ma diceva che son tutte sciocchezze. D’inverno le venivano i geloni e io prendevo un pennello e le tingevo i piedi e le mani di iodio. Era sempre allegra, le piaceva cantare. Era lei che dava la galera. Le piaceva molto dare la galera».
Enzo e Angela quella sera non andarono a tavola. La Carlottina cenò sola, dopo averli aspettati inutilmente: ma portò la tavola vicino alla finestra, per guardar fuori, e versò la conserva sulla frittata, scambiando cenni amichevoli coi ragazzini del balcone di faccia.
Enzo si sveglia prima di mezzanotte. Scivola giù dal letto: traversa l’andito buio, cerca a tentoni la porta della cucina.
«Digiuno mi ha fatto stare, digiuno» sbadigliava rovistando nella credenza. «Si è dimenticata dell’ora di cena, ma io non me ne son dimenticato, io». Radunò in un piatto un po’ di carne fredda, un uovo sodo e qualche ciliegia. Mentre mangiava, gli occhi gli caddero su un calendario appeso a un chiodo della parete. Sulla vignetta una ragazza dalle spalle nude, dai denti sgranati.
Se avessi una donna così… non mi annoierei con una donna così. Allora sì mi scorderei di mangiare.
«Venticinque giugno» dice il fogliettino. Venticinque giugno? Qualcosa doveva succedere il venticinque giugno… ma che cosa, che cosa? Si picchia sulla fronte: il ballo. Sicuro, il ballo dalla signora Giordano, quell’amica di mammà che ha la villa vicino alla loro. Anche Gisella aveva promesso di andarci. Gisella, da quanto tempo non stavano un po’ insieme! Ah, essersi dimenticato del ballo!
«Non mi posso sottrarre a questo impegno, mammà sarebbe furiosa. Ma Angela… devo andar via senza svegliare Angela. Il male è che le chiavi del portone…».
Non le aveva, le chiavi del portone: le ave- va perse qualche mese prima: «Non fa nulla» aveva detto ad Angela «non ti verrò a trovare nel bel mezzo della notte». Idiota! Come si fa, quando si ha un’amante, a star senza le chiavi di casa sua? E in che modo procurarsele adesso? Svegliare Angela no, non poteva, col rischio di un’altra scenata.
Entrò nella camera della Carlottina, accese la luce. «Carlottina! Le chiavi del portone. Le chiavi».
Ella si alzò a sedere sul letto, stropicciandosi gli occhi.
«Cosa vuoi?».
«Carlottina, svegliati, devo spiegarti. Ho visto il calendario, venticinque giugno, figurati, mi ero dimenticato. Il ballo! Un ballo dalla signora Giordano, l’amica di mammà. Chi se ne ricordava? Un ballo elegante, figurati, un ballo all’aperto, in giardino. Hanno un giardino grande trenta volte questa stanza. Eh, capirai, per un ballo all’aperto! Non posso mancare, Carlottina mia, proprio non posso. E non ho le chiavi del portone: le ho perse, sai bene, e non voglio svegliare Angela. Cercale tu queste chiavi, tesoro. Tu certo sai dove sono. Ma per carità senza svegliare Angela…».
«Te ne vuoi andare?».
«Devo, Carlottina mia, devo. Guarda, farò il possibile per tornare qui domani, prima di mezzogiorno. Carlottina Carlottina, sai cosa? Al ballo ti ci porto anche te. Ti metti un vestito da sera, ce l’hai un vestitino carino da sera? E andiamo al ballo della signora Giordano. Ti faccio passare per… la sorella di un mio amico. Ti appiccico un cognome qualsiasi… Sarà un gioco, una commedia. Ci divertiremo. E ti riporto a casa domattina presto, prima ancora che Angela si svegli. Carlottina, un ballo all’aperto, non sei mai stata a un ballo all’aperto. Lampioncini colorati appesi agli alberi. E rinfreschi. Su, queste chiavi, cerca queste chiavi».
«Oh, Enzo, io… sì, so dove sono nascoste».
Scese dal letto, in una camicia da notte scollata, corta e larga. Si strinse nella vestaglia, infilò un paio di scarpe di tela che le servivano da ciabatte.
«Lampioncini colorati? Oh, mi piacciono tanto i lampioncini colorati. La sera della Consolata, sai, ne abbiamo appesi quattro alla finestra: due gialli, uno rosso e uno azzurro, quello azzurro s’è bruciato, purtroppo».
«Sì cara, ma va, va in cerca di queste chiavi ». Ella corse via. Tornò pochi minuti dopo col mazzo delle chiavi, strette in pugno perché non tintinnassero. «Ecco. Erano nella sua borsetta marrone. Oh Enzo, ha mosso un braccio, avevo tanta paura che si svegliasse! Ecco, prendi le chiavi. Mi vesto? Ho un vestito celeste dell’anno passato, non mi sarà diventato corto, no?».
«Non so… sì, forse sarà diventato un po’ corto ».
«Oh, ma non sono quasi più cresciuta, sai. Come sarà bello. Ballerò con te, ci saranno tante signore… Anche la tua mammà? Chi sa cosa dirà la tua mammà? Mi vien da ridere… Allora va in anticamera e aspettami. Faccio presto a vestirmi». E lo spinse fuori.
Egli sedette in anticamera, si allacciò le scarpe, si abbottonò la giacca. «Che pazzia» disse fra sé «cosa me ne faccio della bambina? Al ballo me la devo portare, col vestito celeste dell’anno passato? A un ballo dove ci sarà mammà? Che idiota sono stato a proporglielo. Le chiavi me le avrebbe date lo stesso».
«Enzo» bisbigliò la Carlottina attraverso la porta «fra due minuti sono pronta, mi sono infilata già le calze, sai».
«Cosa me ne faccio» seguitava «che idiota sono stato, che idiota».
Si tastò le chiavi nella tasca dei pantaloni. Furtivo, senza accendere la luce, socchiuse la porta che dava sul pianerottolo; scivolò fuori. Scese a precipizio le scale, aprì il portone e lo rinchiuse, adagio, salì in automobile e via. Prese la corsa verso la campagna.
«Vigliacco. Eccomi qui che prendo la fuga come se avessi il diavolo dietro. Impantanarsi nei pasticci apposta, si può essere più sciocchi di così. Povera Carlottina, l’ho ingannata, non me lo saprò mai perdonare. Piange, sì, s’è di certo messa a piangere. Innamorata di me… Quando mi fermo a dormire da loro, è sempre lei che mi pulisce le scarpe. Portarla al ballo, ballare con lei tutta la sera, farle vivere un’ora felice. Una buona azione. Sarebbe stata una buona azione. Ma si vede che io non le so fare. Adesso però torno indietro, torno a prendere la Carlottina».
Procede per la strada buia, deserta.
«Torno indietro? No, qui la strada è stretta per voltare… più avanti».
Procede nella notte, sotto il cielo stellato. E vede la sua villa, col fanale di fianco, in lontananza. «La consolerò, le dirò che si faceva tardi, che non ho potuto. Le farò un regalino. Un pupazzo di maiolica, un gingillo, sciocchezze da ragazzina. Mammà sa un negozio dove vendono a prezzi economici cose graziose… Passo a casa, metto lo smoking e vado. Gisella avrà piacere di vedermi? Passava sotto le mie finestre, non s’è fermata. Forse aveva una gran fretta. Mi ha chiamato per salutarmi. Se le fossi del tutto antipatico…».
© 2016 Giulio Einaudi editore S. p. A. Torino

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